Interviste

Interviste: Cristina Lattaro

Oggi è con noi Cristina Lattaro, scrittrice ed editrice della nuova CE BookEco. Ha scambiato con noi qualche parola, dandoci anche delle anticipazioni sul prossimo volume della Serie Police Heart.

Perché scrivere?

Scrivo per dare corpo alle storie che bollono nella mia testa, per mettere nero su bianco emozioni e immagini che altrimenti finirebbero dimenticate… per non sciupare un’opportunità, per me, per essere felice.

Come è nata questa “necessità” e quando?

Ho scritto fin da piccola, il mio primo romanzo è stato un giallo che ruotava attorno a un rapimento.

Come scrivi? Carta e penna, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?

Scrivo al computer, nel fine settimana o la sera. Mentre mi muovo in macchina, stendo scene molto ampie e subisco delle vere e proprie folgorazioni che mi fanno prudere le dita ed è allora necessario annotare tutto su carta alla prima occasione. Mi faccio bastare anche un biglietto del parcheggio, purché possa tenere traccia di alcune parole chiave.

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?

Se potessi scegliere, scriverei sempre di mattina, appena alzata. Si tratta del momento più produttivo seguito a ruota dal pomeriggio di risveglio da un lungo pisolino. Insomma, la mente fresca aiuta a procedere con continuità e per svariate ore, dando corpo agli spunti accumulati in precedenza.

Che cosa significa per te “scrivere”?

Quando scrivo mi sento appagata, assaporo il privilegio di spingermi oltre la realtà, di creare mondi e situazioni inediti, insomma… origino un microcosmo di cui sono artefice e questo mi appaga moltissimo.

Ami quello che scrivi, sempre, dopo che l’hai scritto?

Sì lo amo, moltissimo, anche se verrà rimaneggiato molto finché l’immagine finale non verrà plasmata con la chiarezza originale che aveva nella mia mente.

Rileggi mai i tuoi libri, dopo averli pubblicati?

Lo faccio, ma con molta apprensione. Mentre leggo perdo dei battiti, prendo un respiro di sollievo ogni ventina di pagine, ma solo se le ho scorse senza troppi rimpianti.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri?

Molto poco. Ho molte cognizioni, per esempio, del mondo della progettazione e dell’elettronica, dunque potrei costruire uno scenario molto accurato per sfruttare questi elementi, mi incito ad approfittarne  ma… non riesco a farlo. Più la storia è distante da me, più ho interesse a modellarla e a viverla indirettamente.

Quando scrivi, ti diverti, oppure soffri?

Mi diverto moltissimo, non c’è traccia di sofferenza. Mi piace fare qualsiasi cosa in condizioni comode, non indugerei mai in un’attività voluttuaria, diciamo così, per riceverne in cambio sensazioni poco piacevoli!

Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, come?

Indubbiamente, ho lavorato molto per rendere più asciutto lo stile, per ridurre gli aggettivi, gli avverbi, la lunghezza delle frasi. Ho cercato di semplificare le costruzioni e di variare i termini. Devo dire che al momento sono abbastanza soddisfatta perché nessun intreccio, per quanto magico, merita di affogare in una scrittura pesante.

Rileggere dopo molto tempo quanto scritto e ripetere il processo reiteratamente, è parte essenziale del processo di raffinamento che mi sono imposta. Un processo che richiede comunque un controllo continuo perché le letture dell’infanzia basate sui classici dell’Ottocento restano lo zoccolo duro del mio stile.

Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa?

In realtà ho concesso al mio lato creativo di venir fuori solo quando le condizioni al contorno lo hanno permesso, ossia sapendo che lo sfrido sarebbe stato minimo. Figli abbastanza autonomi, prima di tutto. Ho inoltre una marcata tendenza al “vivi e lascia vivere” in famiglia che mi porta a non esasperare nulla. Questo atteggiamento mi permette di lasciare ampio spazio agli altri e di godere del mio con tranquillità.

La scrittura ti crea mai problemi nella vita quotidiana?

Nessun problema, perché mai dovrebbe causarne…

Come trovi il tempo per scrivere?

Il punto è che scrivo se ho tempo, quando non ne ho non me ne faccio un cruccio, proprio perché comunque accumulo il materiale che mi consente di sfruttare largamente i momenti “utili” quando si presenteranno. Dunque nessuna crisi da astinenza.

Gli amici/i parenti ti sostengono, oppure ti guardano come se fossi un alieno?

Fortunatamente i parenti stretti coltivano con “molta perseveranza” i loro hobbies, io non li critico per come impiegano il loro tempo libero… loro non lo fanno con me. Prendiamo atto delle reciproche preferenze senza problemi. Quanto agli amici… non ne ho moltissimi, i più sono virtuali e di penna, dunque vado sul velluto.

Nello scrivere un romanzo, navighi a vista come insegna Cotroneo, oppure usi la scrittura architettonica, metodica consigliata invece da Bregola?

Di solito mi avventuro sapendo come la storia va a finire, anzi mi avventuro proprio se mi piace la fine… compongo per arrivare a “quella” fine.  Alcuni passaggi li ho chiari, altri mancano e in corso d’opera qualcosa può cambiare ma questa eventualità è messa in conto fin dall’inizio e non mi disturba.

Quando scrivi, lo fai con costanza, come faceva Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?

Mediamente ho sempre voglia di scrivere e non ho tempo per l’incostanza perchè ho moltissimi incipit con stralci di trama annessi che mi aspettano sul pc. Potrei affermare di limitare  l’incostanza dell’ispirazione scegliendo ogni volta di portare avanti un progetto piuttosto che un altro, col risultato di avere sotto penna molte storie a vario livello di completezza e di maturazione.

Tutti dicono che per scrivere bisogna prima leggere. Sei una lettrice assidua? Leggi tanto? Quanti libri all’anno? Qual è il genere letterario che prediligi? È lo stesso genere che scrivi, o è differente? E se sì, perché?

Sono stata una lettrice fortissima. Prima di iniziare a scrivere (parliamo di circa 4 anni fa), leggevo decine di libri all’anno. Mi piaceva di tutto ed ero una fan di King. A oggi, prediligo sempre l’horror e in seconda istanza i thriller, ma non disdegno nulla perché l’importante è la qualità dell’intreccio reso con un certo stile, prima che il genere di appartenenza. Allo stesso modo, mi piace scrivere di tutto perchè le situazioni che mi ispirano hanno varia natura e se mi intrigano questo spesso accade indipendentemente. Oggi leggo molto ma molto meno, sia per mancanza di tempo sia perché sono diventata pretenziosa. Dunque mi basta poco per smettere se la storia mi pare poco originale come pure se il capitolo che ho scorso presenta ripetizioni di termini e di concetti. Inoltre godo di meno del piacere della lettura a sé stante proprio perchè non riesco a immedesimarmi e rinunciare all’occhio critico. In altre parole, sto pagando un caro prezzo per la mia attività di scribacchina pignola e di editor (con Amarganta).

Di gran voga alla fine degli Anni Novanta, più recentemente messi al bando da molte polemiche in rete e non solo: cosa puoi dire dei corsi di scrittura creativa che proliferano un po’ ovunque? Sei favorevole, o contrario?

Dipende da chi tiene il corso di scrittura. Non mi interessa che sia un bravo editor o un bravo traduttore o un bravo professionista di un ramo qualsiasi dell’editoria o che abbia scritto un romanzo dieci anni fa. Deve trattarsi di uno scrittore ancora attivo, capace di dar vita a trame valide con uno stile pulito. In quest’ultimo caso troverei di valore anche il confronto non necessariamente supportato da una didattica infallibile.

Dei tuoi romanzi precedenti, ce n’è uno che prediligi e senti più tuo? Se sì, qual è? Vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato scriverlo?

Senz’altro Il volo di carta, il primo romanzo che ho scritto al costo di due anni e mezzo di lavoro, la palestra che mi ha consentito di vedere quanto avrei fatto dopo… in discesa. Ha un linguaggio distante anni luce dallo stile a cui sono approdata oggi (e ciò nonostante ho avuto molte critiche favorevoli), ma  appena tornerò in possesso dei diritti ceduti a una casa editrice, lo “ammodernerò” opportunamente. Si tratta di una storia complessa, con molti colpi di scena; far muovere I personaggi in modo da creare un intreccio variegato prendendomi tutto il tempo necessario (si tratta di oltre settecento cartelle) mi ha esaltato e trascinato, spingendomi molte volte a fare l’alba. Oggi non avrei più il coraggio di concedermi un simile lusso.

Hai partecipato a concorsi letterari? Li trovi utili a chi vuole emergere e farsi valere?

Mi pare di aver mandato una sola volta un mio romanzo a un concorso. Mi sono resa poi conto di scrivere storie troppo particolari per farlo. Li ritengo utili qualora la loro onestà sia certificata, spesso mi sono arrivate notizie deprimenti e, purtroppo, non solo riguardo alle competizioni blasonate.

A cosa stai lavorando, ultimamente, e quando uscirà il tuo nuovo romanzo? Vuoi parlarcene?

Sto lavorando alla trilogia Police Heart. Si tratta di un lungo e variegato travaglio amoroso vissuto  dell’ispettore Marco Feltri, in forza nella questura di Rieti (tutti i miei romanzi sono ambientati nella mia città), con  tappe spruzzate di giallo. Il primo volume, Un amore a matita, è uscito a settembre, il secondo, A volte ritornano, è appena stato pubblicato, il terzo, Raccomandata senza destino, è in programma per dicembre. La casa editrice è bookEco Media, ossia mia propria. Tra parentesi ho iniziato a pubblicare con bookEco anche gli altri miei lavori, non rinnovando ulteriormente i diritti agli editori della prima edizione. Si tratta quindi di una autopubblicazione con lo scopo di visionare ogni aspetto della vita di queste storie e di tentare degli esperimenti. L’esperienza di Police Heart, al momento, mi ha fornito vari elementi per comprendere meglio il mondo dei lettori, poiché un conto  è tastare loro il polso da editrice con i romanzi scritti da altri (mi riferisco alla mia esperienza con Amarganta), un altro è essere parte di ogni aspetto di un progetto. Un progetto rischioso perché si tratta di una narrazione in prima persona, il che significa sacrificare il punto di vista onnisciente che tanto piace a un larghissima parte di lettori che avranno a che fare con  personaggi necessariamente filtrati dagli occhi del protagonista. Largo spazio all’introspezione, pure, che ho cercato di bilanciare con uno stile molto semplice, un altro azzardo considerando che la semplicità a volte può sembrare gratuita e non frutto di una accurata limatura. Nel primo volume sono restata assolutamente fedele al genere proclamato, il romance, consapevole che qualcuno avrebbe potuto lamentarsi per una fine scontata. Dunque, un progetto che mi sta dando molte soddisfazioni perché scrivere  è tanto più  bello quanto più è rischioso!

OoO

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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