Interviste

Interviste: Artemide Baraldi

Sono lieta di dare il benvenuto ad
Artemide Baraldi, autrice di “2062. Il castello delle Amazzoni”.
Raccontaci di te, Artemide. E complimenti per questo nome
meraviglioso.
Mi chiamo Artemide, sono nata a Bondeno (in provincia
di Ferrara) il 19 dicembre 1983. Sono originaria di quella Bassa modenese
laboriosa, pragmatica e sopraffatta dalle viscere della terra in quel terribile
fine maggio del 2012, sono scampata per puro caso alle scosse del 29/5
(l’epicentro della scossa avvenuta alle ore 9.03 era situato a soli 400 metri
dall’appartamento di mia mamma).
Reduce da anni di battaglie campali contro la burocrazia
italiana per vedere riconosciuta la mia identità, sono amante della notte,
appassionata di fantascienza distopica e cultrice dell’epica vampiresca; sono
altresì ascoltatrice di metal gotico e sinfonico, nonché ammiratrice sconfinata
delle sinuosità muliebri.

Sono diplomata al liceo linguistico, parlo inglese,
francese, spagnolo e portoghese, adoro i gatti e sono tifosissima del Rayo
Vallecano (la squadra del quartiere operaio di Madrid).
Sono bibliofila da sempre. E vi spiego perché. Da
piccola abitavo nell’ultima via di un comune della Bassa Modenese (Finale
Emilia) che a sua volta sta al confine fra cinque province diverse (Modena,
Ferrara, Bologna, Rovigo e Mantova) rimanendo lontano da tutti i capoluoghi di
provincia e quindi, metaforicamente, dalla “vita”.
Quella via, peraltro, era abitata solo da pensionati
e, per concludere in bellezza, il panorama di fronte a casa mia offriva la
visione dell’argine di un fiume (il Panaro), mentre quello a fianco una distesa
chilometrica di terra brulla e incolta. La lettura, perciò, divenne fin da
subito il miglior mezzo per “evadere la mente” da quelle desolazioni visive e
quegli isolamenti logistici.
Che tipo di scrittrice sei e qual è il genere che più ti
rappresenta?
Sono una scrittrice istintiva, la cui
creatività deriva dall’elaborazione di guizzi più o meno spontanei di
ispirazione.
Sono una scrittrice che vive nel mito del
“Delta di Venere” di Anaïs Nin, di “Thérèse e Isabelle” di Violette Leduc e del
film “Vampyros Lesbos” che ha reso immortale la bellezza malinconica e
aristocratica dell’attrice iberica Soledad Miranda: desidero perciò che le mie
opere siano riadattamento, riflesso, riproposizione e rivisitazione di queste
tre opere, tanto per le tematiche trattate, quanto per le stile utilizzato (a
partire dalla minuziosità con la quale descrivo le scene di seduzione e
amplesso).
Sono una scrittrice che ha riscoperto,
grazie all’unica ex fidanzata della mia vita, una passione adolescenziale
rimasta troppo a lungo latente, quella per la fantascienza.
Infine, una delle mie migliori amiche si
chiama Jessica Costanzini e, oltre a essere una studiosa sopraffina della
psiche umana, è anche un’autrice di racconti fantascientifici, post-punk e
post-apocalittici. Non arriverò mai ai suoi livelli (che garantisco essere
sublimi), ma indagare quest’ambito letterario è una specie di ossequio nei suoi
confronti.
Hai un autore (o un’autrice) al quale (alla quale) ti ispiri,
oltre a quelli citati prima?
Non
c’è alcun autore o autrice in particolare che prendo a modello. 
Di solito mi appassiono alle opere di alcuni filoni
peculiari, come quello del saggio o del romanzo storico (a proposito di
argomenti quali le streghe durante l’Inquisizione, il periodo franchista se
leggo libri in spagnolo, o di donne che in un determinato contesto hanno
sfidato le convenzioni sociali per affermarsi in ambiti considerati prettamente
maschili), il filone spionistico, quello fantapolitico e, ça va sans dire,
l’erotico e il vampiresco, di cui scrivo e leggo con incommensurabile diletto.
Qual è il primo romanzo che hai pubblicato?
Dopo la raccolta di undici racconti e quattro poesie
intitolata “Soavi Feticismi”, e il romanzo in e-book “Il festival
degli atti impuri
”, redatto a quattro mani con la scrittrice e modella
gotico-alternativa Ermione, il primo romanzo “vero” che ho pubblicato è “2062.
Il castello delle amazzoni
”.
2062. Il castello delle amazzoni” narra di uno
stuolo di soldatesse, di differenti nazionalità, che sognano di costituire un
Paese di sole donne (l’Etruria Amazzone), e che alla fine della quarta guerra
mondiale si trovano al confine fra le odierne Ungheria e Romania dopo alcuni
mesi di rotta. La trama segue alternativamente le loro vicende e lo svolgimento
delle trattative post-belliche a Parigi fra vincitori (Francia e alleati) e
vinti (Prussia). Oltre a massicce dosi di erotismo saffico, nel libro è
presente anche una forte impronta fantapolitica (si narrano gli avvenimenti che
hanno condotto al conflitto, corredati di cartine e bandiere per una loro
maggiore comprensione) incorniciata da pennellate di fantascienza distopica.
Mi piacerebbe che “2062. Il
castello delle amazzoni”
 stimolasse
alcuni ragionamenti, tipo sulle eventuali correlazioni fra sviluppo
tecnologico, erotismo, desiderio muliebre e i cambiamenti sociologici che
eventualmente ne risulterebbero, oppure sulla possibilità di un cameratismo
femminile, e come esso potrebbe estrinsecarsi, oppure ancora su una probabile
evoluzione della geopolitica internazionale ventura, con le alleanze
strategiche che si aggregano in macro-nazioni.
Quale sarà il prossimo?
Nel prossimo libro ho intenzione di
sviscerare ancora la fantascienza distopica associata all’erotismo, stavolta
relegando in secondo piano la fantapolitica.
Intrecciare due aspetti percepiti come
apertamente contraddittori (per non dire agli antipodi), la “calda” corporeità
con le sue intense passioni e le sue indicibili fantasie, col “freddo” futuro
dall’estetica e dall’organizzazione sociale asettiche/disumanizzate, è una
sfida che adoro affrontare.
Da dove arriva l’ispirazione?
Non c’è alcuna
fonte di ispirazione particolare, all’infuori della mia mente. La quale lavora
in due modi: o crea dal nulla schegge di potenziali trame, che poi riordino a
mano a mano che il raziocinio si affianca alla estemporaneità creativa (lavoro
parecchio sfibrante, tra l’altro). Oppure un film, una serie TV o un video
musicale mi “folgorano”, e nel giro di qualche minuto ho già
introiettato l’ispirazione, elaborando il conseguente canovaccio. Negli
ultimi due anni e mezzo ho divorato parecchie decine di serie TV (mi piacciono
soprattutto quelle inglesi, di sopraffine qualità autoriali, recitative e
fotografiche, nonché quelle canadesi), con annesse letture dei forum degli
spettatori, delle interviste degli attori e dei registi, studio dei pregi e dei
difetti delle relative sceneggiature, ecc ecc ecc… Questo immane “lavoro” ha
comportato un miglioramento nella mia elaborazione di trame, a livello di
profondità e ricerca del dettaglio.
Una volta che la
nebbia iniziale da cui è avvolta una trama comincia a diradarsi, non la
“aggredisco” subito, ma la lascio decantare, fino a quando non “matura” per
inerzia, e solo a quel punto inizio la stesura del testo.
Hai un luogo speciale nel quale ti rifugi per scrivere?
Sul letto, con la porta della camera
chiusa a ventiquattro mandate. Il bisogno di silenzio e di distacco dal mondo,
quando redigo, è direttamente proporzionale al numero di astruse posizioni che
assumo sopra il materasso durante l’atto e, di conseguenza, la mutevole ubicazione
dello schermo del portatile rispetto al mio corpo.
Qual è il tuo metodo di scrittura?
Come dicevo prima, non sono una di quelle
che schematizza tutto prima di cominciare. Magari descrivo a grandi linee gli
snodi principali della trama, tratteggio un po’ i personaggi principali,
accenno a una possibile ambientazione. Parto quando l’ispirazione si è
“decantata”.
In compenso, rileggo istantaneamente
quanto scritto, e non di rado impiego delle mezzore abbondanti alla ricerca dei
sinonimi più appropriati, delle parole desuete che possono rendere gli stessi
concetti, di modi per rendere le mie frasi più “magniloquenti”: questo è il
principale motivo per cui il mio stile comporta un’immane fatica, tanto
nell’elaborazione, quanto nella successiva revisione.
Come tieni separate (se ci riesci) la vita di tutti i giorni e
l’attività di scrittrice?
Sono un’autista
professionista: da quasi un anno e mezzo guido una navetta di nove posti che fa
il giro del centro di Modena; in passato ho guidato anche scuolabus da 19, 32,
35 e 40 posti.
Scrivo nei giorni di riposo o, quando copro il turno
dalle 14 alle 21, di mattina. Di sera non riesco a scrivere, il mio stile
arzigogolato e baroccheggiante richiede un intelletto lucido ed è molto
dispendioso a livello di energie mentali.



2062. Fine della quarta guerra mondiale. Una presidentessa francese vincente e disinibita. Una studentessa lorenese che entra nelle stanze e nei meccanismi del potere. Dodici soldatesse intrappolate in un castello ungherese a causa di un’energia misteriosa. Una presenza telematica che le costringe a sottoporsi alle prove erotiche più disparate. Un sogno d’indipendenza lungo quattro lustri, e un dispositivo che cambia per sempre le dinamiche del piacere femminile.
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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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