Interviste

Intervista: Tilde Pomes

Oggi ci fa compagnia Tilde Pomes, scrittrice. A dicembre è uscito il suo romanzo “Se non resta che il diluvio”, edito da Manni.

INTERVISTA SEMISERIA:

-Colore preferito: Il dolce color roseo della cute femminile” per dirla con Lila Biscuit.

-Cibo preferito: 20 tipi di formaggi, difficili da scovare e facili da amare.

-In cucina, come te la cavi?  Bene in quella che riecheggia il passato.

-Status sentimentale:  Ri-esisto nel matrimonio

–  Attrice preferita: Meril Meril …  solo Streep

-Attore preferito:  L’Harrison Ford di tutte le stagioni.

-L’uomo che vorresti essere:  Obama che piange, perché dimostra di avere una coscienza.

-Tornassi a nascere, uomo o donna, e perché: Non vorrei rinascere; la chiudo qui perché conosco la disumanità.

-Serie Tv preferita:  Odio gli incatenamenti televisivi.

-Genere di lettura preferito:  I grandi classici italiani e stranieri.

-Scrittore preferito: “Spizzico” molto spesso ogni autore che abbia seminato con amore il seme, da cui, nella lettura, raccolgo i frutti.

-Musa ispiratrice: La scrittura dei grandi autori, anche contemporanei, la cui arte è una delle cose belle della mia vita.

-Genere musicale preferito: Ascolto un po’ di tutto, dipende dagli stati d’animo, ma preferisco la musica classica e l’opera lirica. Beh, un mio avo era Enrico Caruso.

-Cantante preferito: Mi commuove Bocelli,  Mannoia mi carica. Adoro Nadine Sierra.

-Band musicale preferita: Beatles nel cuore.

-Social network: sì o no? Sì, Facebook e Twitter.

OoO

Adesso che ci siamo scaldate, propongo di passare all’INTERVISTA SERIA:

Perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? Scrivo per  una necessità interiore. Gide ha detto: “ Non può far nulla per la felicità altrui chi non sa essere felice egli stesso”. Mia sorella, a cui improvvisando raccontavo storie avventurose, mi disse che se le avessi messe anche per iscritto, l’avrei fatta felice. L’accontentai e scoprii, scrivendo, di  stare bene. Proprio bene.  Avevo diciotto anni ed  ero una matricola della facoltà di Lettere di Bari. I racconti le  arrivavano a destinazione per  lettera, puntuali, preceduti dai consigli di  lettura di pagine di autrici di enorme spessore.

Come scrivi? Carta e penna, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iPhone? Uso il computer portatile, ma porto in borsa un quaderno dalla copertina nera, uno di quelli dai fogli  ingialliti con la tabellina nell’ultima pagina. Ne ho ereditati un numero considerevole da un vecchio zio sacerdote. In casi eccezionali mi soccorre  l’iPhone,  soprattutto se sono alla guida della mia auto, piccola biblioteca ambulante. Quando  mi ascolto, rido. Vengono fuori uno strano affanno e  paroline colorite, mischiate a pensieri in libertà per gli autisti indisciplinati.

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? Sono abbastanza disciplinata, mantengo il ritmo di due ore al mattino (dalle 5.00 alle 7.00) e due nel pomeriggio (dalle 17.00 alle 19.00), altro lavoro permettendo: sono un’insegnante di Lettere di scuola superiore. D’inverno mi condiziona il calendario scolastico, ma l’estate … l’estate  mi fidanzo con  la scritto-lettura h 24.

Che cosa significa per te “scrivere”? In completa solitudine e silenzio, “scrivere” significa intessere un dialogo con me stessa per penetrare il segreto delle cose, e  poterlo comunicare a potenziali lettori.

Ami quello che scrivi, sempre, dopo che l’hai scritto? Insomma… Quando mi meraviglio di aver scritto la pagina,  potrei anche amarla.

Rileggi mai i tuoi libri, dopo averli pubblicati? Sì. La rilettura, a distanza di tempo, fa prendere coscienza dei propri limiti. C’è sempre qualcosa da cambiare. Tuttavia la luce retrospettiva  induce a essere indulgenti, se all’analisi si accompagna una riflessione sul tempo e sul contesto in cui è nato lo scritto.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri? Sicuramente a livello inconscio molto, è quasi impossibile ritrovare  la somma di esperienze che hanno dato impulso alla volontà, e che mi hanno indotta a escogitare la storia grazie alla fantasia.

-Quando scrivi, ti diverti, oppure soffri? Anche quando soffro,  godo.  E sì, dove c’è gusto non c’è perdenza! Mi viene in mente lo sguardo affettuoso di nonna mia, che mi sosteneva di fronte alle rimostranze di mamma: “Quante cose  belle della vita si sta perdendo questa figlia, chiudi quei libri ed esci, su!”

Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo? Certo, la scrittura  è  meno incravattata,  più coerente, efficace e creativa, disponibile all’assimilazione di novità necessarie al progetto che si va delineando. Insomma, credo  abbia acquisito maggiore potere di persuasione.

Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa? La  ferrea volontà mi soccorre. Non è stato facile, ma mi sono organizzata con il sostegno di marito e figli, i quali ritengono  che  non possa fare niente di più bello, niente di più giusto di quello che faccio. Per esempio, ora mia figlia sta preparando una carbonara. È appena rientrata dall’Università, dove ha sostenuto l’esame di Storia della filosofia rinascimentale. Ha preso trenta.  Aspettano per festeggiare.

La scrittura ti crea mai problemi nella vita quotidiana? No.

Come trovi il tempo per scrivere? Facendo saltare la distinzione tra giorno e notte. Mi capita, ad esempio di spolverare a mezzanotte o di stirare prima dell’alba. Ah, dimenticavo! Non mi è permesso di  cucinare sughi e verdure  prima della colazione. Rischio grosso …

Gli amici/i parenti ti sostengono, oppure ti guardano come se fossi un alieno? Gli  “amici di  pancia”cercano di mettersi nella mia testa, ma non ci riescono. Non comprendono, ad esempio, come  possa rinunciare a cene,  feste… penso invece che dovrebbero provare imbarazzo per i loro limiti. Non si vive di solo pancia e bagordi, odio le identificazioni al ribasso.

Nello scrivere un romanzo, navighi a vista come insegna Cotroneo, oppure usi la scrittura architettonica, metodica consigliata invece da Bregola? La scintilla si accende, le idee si affollano, l’entusiasmo mi infiamma,  mi concentro  sugli espedienti che possano dotare la storia che ho in mente del potere di persuasione: il narratore, lo spazio e il tempo  della narrazione, il linguaggio, i livelli di realtà. E medito alla ricerca di soluzioni. Ultimamente Roberto attira con le sue foto. E Otranto, Otranto mia, esplode in tutto il suo splendore.

Quando scrivi, lo fai con costanza, come faceva Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione? Sono molto costante. Ho un programma da rispettare. Ho trovato l’equilibrio che mi permette di lavorare, senza intralci di sorta. Perdonami se vado oltre: ai miei allievi non sottraggo nulla; anzi, la lezione  risulta arricchita dal costante aggiornamento. Quanto entusiasmo per la letteratura si respira: i ragazzi sono avidi di storie. Quanto si scatena la loro immaginazione in fase di produzione scritta! Leggerebbero di più, se fossero educati alla lettura. Molto dipende da noi  insegnanti.

Tutti dicono che per scrivere bisogna prima leggere. Sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno?  Leggo mediamente tre libri al mese. Leggere è l’attività che prediligo. “Spizzicare” i classici è attività quotidiana.

Qual è il genere letterario che prediligi? È lo stesso genere che scrivi, o è differente? E se sì, perché? Amo leggere romanzi, io stessa li scrivo perché mi permette di estrinsecare la mia creatività.

Autori e autrici che ti rappresentano, o che ami particolarmente. Citane due italiani e due stranieri. Ho davvero difficoltà a scegliere un autore piuttosto che un altro.  Attualmente possiedo circa duemila libri di autori italiani e  stranieri. Se fanno parte della mia biblioteca, è perché li amo e mi ritrovo nelle loro pagine.

Di gran voga alla fine degli Anni Novanta, più recentemente messi al bando da molte polemiche in rete e non solo: cosa puoi dire dei corsi di scrittura creativa che proliferano un po’ ovunque? Sei favorevole, o contraria? Dipende dalla qualità degli organizzatori/ insegnanti e dalla motivazione degli iscritti.  Ho visto dei talenti spegnersi. È come frequentare una scuola di pittura: se ci sono talento e una forte motivazione, osservando i grandi maestri, li si può anche superare. Ma ci vogliono tanta costanza e esercizio, accompagnati da un eterno stupore in  anni  di disposizione di animo innamorato. Ma qualcuno vuol essere “ santo subito”.

Dei tuoi romanzi precedenti, ce n’è uno che prediligi e senti più tuo? Se sì, qual è? Vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato scriverlo? Quella di “ Amore scarno” (Manni) è una storia dura, raccontata con un linguaggio delicato da una bambina che diventa donna in un clima familiare ipocrita e violento. Le vicende sono ambientate a Ostuni, in un palazzo marchesale, perno della vicenda e simbolo di un potere che trascolora, ma a cui tutti i protagonisti tendono in maniera spasmodica, per poter essere certi di mantenere un’identità, un ruolo in una società che va cambiando velocemente. L’arco cronologico in cui ho ambientato il romanzo si interrompe nel 1970 e prende l’avvio  dalla fine degli anni ’50. La società è quella consumistica,  contrassegnata dalla mentalità dell’avere e non dell’essere. Il danaro viene usato per dimostrare  agli altri che si è qualcuno. Sara, la protagonista, rivela  che il centro deve essere in noi stessi, non certo  al di fuori. Altrimenti la frustrazione comporta conseguenze devastanti anche per chi è intorno. Purtroppo è  molto radicata la mentalità dell’avere . “Sono perché ho”, non perché quell’avere sia principio di trasformazione interiore. Amo questo romanzo perché, dopo averlo letto, i ragazzi e le donne mi contattano,  si raccontano, cercano soluzioni  alla loro vita affettiva con il mio aiuto… Insomma mi permette di essere utile.

Hai partecipato a concorsi letterari? Li trovi utili a chi vuole emergere e farsi valere? “ Amore scarno” è stato finalista al Premio Perelà (secondo posto), ha vinto il premio Puglialibre, ha partecipato al Premio Calvino, è stato  finalista ad un altro concorso vinto, quell’anno, dalla Mastrocola.  Il concorso letterario, se serio, sicuramente aiuta un emergente.

A cosa stai lavorando, ultimamente, e quando uscirà il tuo nuovo romanzo? Vuoi parlarcene? Il mio ultimo romanzo “ Non ci resta che il diluvio” è uscito il mese scorso.

 Ogni inizio settembre per gli insegnanti  del Borgia di Arcobello è quasi un dejà vu: si inaugura il nuovo anno scolastico con i soliti volti e un unico, irrisolto problema: la dirigenza di un uomo ostinato e carogna, che parla a tutti sempre la stessa, improponibile lingua. È deleterio ascoltarlo: la conoscenza effettiva che ha del suo ruolo lascia molto a desiderare.

Tra un punto e l’altro all’ordine del giorno proposto al collegio, tra desiderio di rinnovamento e smanie private, le esigenze scolastiche soccombono alle vanità  del dirigente e company,  che invece dovrebbero  programmare il lavoro per contribuire a formare l’intelligenza e la coscienza delle future generazioni.

Alla fine di  questo teatro dell’impossibile, consumati, prostrati ma mai rassegnati, alcuni docenti si ritrovano tra le quinte  virtuali di un altro teatro, Facebook, dove ognuno racconta la propria versione della storia appena vissuta. Essi mettono a nudo anche volubilità, debolezze, vizi e talenti insospettabili finché, imprevedibile e folgorante, arriva il coup de théàtre.

OoO

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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