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Intervista: Stefano Bonazzi

Nato nel 1983 a Ferrara, di professione webmaster e grafico pubblicitario, Stefano Bonazzi da oltre dodici anni realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte pop-surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Miami, Seul, Monaco.

Come scrittore, ha esordito nel 2011 con il racconto “Stazioni di posta”, scelto da Gianluca Morozzi per l’antologia Auto Grill (Jar Edizioni), a cui sono seguiti “Primo amore” in Bologna Violenta (Felici), Il racconto breve “Edgar”, apparso nell’antologia di beneficenza Uno sputo di cielo (Watson), “Morsi” nella raccolta Fucsia (Clown Bianco), “Malerba” in Weekend con il mostro e “Bambi” in La montagna disincantata (Fernandel).

A maggio è uscita la nuova antologia horror I Clown Bianchi con il racconto lungo “Malabimbi”.
I racconti “Forse abbiamo esagerato” e “Niente Coma” sono stati selezionati tra i finalisti del premio letterario Nebbia Gialla 2015 e 2016 a cura di Paolo Roversi.
A marzo 2014 è stato pubblicato il suo primo romanzo A bocca chiusa per Newton Compton Editori, definito da Gian Paolo Serino su «Satisfiction» come “l’opera ammirevole di un genio”.

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STEFANO BONAZZI

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Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando?

Per me la scrittura è una forma catartica. Avevo dei disagi e delle esperienze da spurgare e la chitarra elettrica non era sufficiente, così ho iniziato a imbracciare una reflex e scattare foto inquietanti, ma anche questa forma di comunicazione non mi soddisfaceva del tutto: c’era sempre il mezzo tecnico, con i suoi limiti e le sue imposizioni, poi ho pensato: cosa c’è di più naturale di un foglio e un pezzo di carta? Scrivere è stato inizialmente un gesto di sfogo che poi si è gradualmente trasformato in una forma di comunicazione.

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Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?

Il primo romanzo lo scrissi tutto sul block notes di un hotel, fu una cosa assurda e viscerale, molto “alla Stephen King” con le parole tutte storte che si accavallavano attorno al logo in fondo alla pagina. Oggi preferisco il digitale, è più immediato e ti permette di revisionare in tempo reale, tagliare e spostare con facilità. La carta si perde, i post-it si scollano e volano via, il digitale può essere protetto e copiato su molti dispositivi, anche se meno romantico, non potrei più vivere senza il blocco note del mio iPhone.

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?

Scrivo solo di sera. Durante il giorno mi occupo d’altro, ma anche se avessi il tempo non ce la farei. Ho bisogno delle tenebre e della quiete della sera, ho bisogno di silenziare le notifiche e del giusto sottofondo musicale. Mi piace creare un’atmosfera accogliente e serena anche se poi partorisco storie mostruose. È una sorta di corteggiamento.

Che cosa significa per te scrivere?

Sporcarsi con le parole, tagliarsi, sbattere la testa.  Significa imbastire situazioni borderline e spingere al limite i personaggi. Significa farsi molto male ma anche riscoprire profumi dimenticati. Partire da un dettaglio e allargare la visuale, creare qualcosa che sia in grado di restare.

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Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto?

No. Quando finisco una storia, che sia un racconto breve o un manoscritto, poi ne ho la nausea, almeno nel primo periodo. Leggerei qualsiasi altra cosa piuttosto che riaprire quelle pagine e in genere mi prendo proprio un periodo di “riposo forzato”. Ci sono stato dentro troppo tempo, lo stravolto e modificato, è stato la causa dei miei mal di testa e delle mie notti insonni, come potrei amarlo? È un po’ come la storia del pasticcere che a forza di far torte quando torna a casa preferisce il salato. Una storia è come un buon vino: ha bisogno di decantare

Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati?

Per ora ne ho pubblicato solo uno, ma no, così come i racconti, non mi piace rileggere le mie cose. Ci sono talmente tante storie e tanti libri che non ha senso per me soffermarsi troppo su una cosa che, per forza di cose, ormai conosco a memoria.

Quanto c’è di autobiografico nel tuoi libri?

Molto. Mi piace attingere dal vissuto che mi circonda. Ho avuto la fortuna di incrociare sulla mia strada persone che mi hanno dato tanto in termini di suggestioni, influenze, interessi e storie, sia negative che positive. Partire da loro, da fondamenta di carne e sangue che ho potuto toccare con mano, penso mi aiuti a imbastire storie più veritiere. Personalmente non amo il fantasy o la fantascienza, mi affascinano le relazioni persona/persona e persona/luogo quindi spesso nei miei personaggi c’è sempre una sfumatura o un tratto caratteristico che appartiene a un amico reale.

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STEFANO BONAZZI

Quando scrivi, ti diverti oppure soffri?

Soffro tantissimo. Riscrivo molto, continuamente, passo serate su una singola frase, non sono mai contento.

Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo?

È cambiata molto. Sia nella sintassi (ma questo è un aspetto scontato) ma soprattutto nel metodo di narrazione. Le storie contemporanee tendono a essere più veloci, d’impatto. Spesso, come l’abbigliamento tendono a seguire le mode e i temi di attualità. I capitoli sono ridotti a poche pagine. Il lettore medio odierno non ha lo stesso tempo né (ahimè) lo stesso grado di concentrazione di un nobiluomo della borghesia ottocentesca: un romanzo come Anna Karenina oggi non verrebbe mai pubblicato, se non come atto di controtendenza.

Come trovi il tempo per scrivere?

Me lo ricavo con la forza. Lavorando a tempo pieno non ho molto tempo, inoltre io scrivo poco e molto lentamente, ma se una storia mi prende indosso la mascherina da cavallo e per mesi vedo solo quella.

Nello scrivere un romanzo, “navighi a vista” oppure usi una “scrittura architettonica?

Non sono uno scrittore da “post-it appesi al frigorifero”. Non ho la capacità di gestire trame molto complesse e non mi piace gestire troppi personaggi: è già difficile riuscire a caratterizzarne bene pochi. Non sarò mai un giallista. Mi piacciono le trame minimali. I racconti di formazione con i protagonisti che vanno da un punto A ad un punto B e nel frattempo imparano a conoscersi e crescono assieme. Spesso quindi mentre scrivo improvviso molto. Mi basta conoscere l’inizio e la fine di una storia, il resto prende forma gradualmente.

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Quando scrivi, lo fai con costanza, tutti i giorni, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?

Non sono per nulla costante, posso trascorrere anche mesi senza scrivere una parola. È un mio grosso limite, Chuck Palahniuk ne sarebbe disgustato.

Tutti dicono che per “scrivere” bisogna prima “leggere”: sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno?

Leggo molto. In media un libro a settimana. Ci sono due scuole di pensiero tra gli scrittori: i primi sostengono che leggere non serva, anzi debba essere bandito per non influenzare il proprio stile, i secondi la pensano in modo opposto. Io faccio parte della seconda categoria.

Quale è il genere letterario che prediligi? E’ lo stesso genere che scrivi o è differente? E se sì, perché?

In genere leggo quello che mi piace scrivere. Prediligo le storie forti, gli estremismi, i linguaggi crudi e le ambientazioni claustrofobiche. Non sopporto il fantasy e digerisco a malapena certi tipi di fantascienza. Penso che l’animo umano ben più fantastico, inquietante e variegato, di qualsiasi drago volante, vampiro o navicella spaziale.

Autori/Autrici che ti rappresentano o che ami particolarmente: citane due italiani e due stranieri.

Simona Vinci e Mauro Covacich per gli italiani, mentre oltremare sicuramente Cormac McCarthy e Patrick McGrath.

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A cosa stai lavorando ultimamente e quando uscirà il tuo nuovo romanzo?  Vuoi parlarcene?

Ho terminato da poco un gotico rurale. Una storia ambientata nella “bassa” in cui sono cresciuto. C’è un forte legame tra i protagonisti e la terra ma ci sono anche molte paure tipiche dell’adolescenza e un sottobosco paludoso. Mi piace descriverlo come una sorta di “Stan by me” de noantri.

Hai partecipato a varie antologie, alcune anche progetti benefici di un certo spessore. Vuoi raccontarci quest’esperienza?

Io partecipo con piacere a tutto ciò che mi viene proposto. Adoro Carver, i racconti brevi e sono felice che in questo periodo stiano tornando alla ribalta. Penso siano una parte importante se non fondamentale della letteratura. Ormai ho perso il conto delle antologie a cui ho partecipato ma tra i progetti di beneficenza non posso che citare la raccolta “Uno sputo di cielo” a cura di Carlo Deffenu per l’orfanotrofio di Betlemme e di prossima uscita il secondo volume dell’antologia  “Oltre l’arcobaleno” Il ricavato dell’opera andrà interamente a sostegno delle attività lgbt.

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STEFANO BONAZZI

Oltre a essere uno scrittore sei anche un artista grafico di una certa fama. Ci racconti un po’ di questo altro tuo mondo? Nasce prima il Bonazzi grafico o il Bonazzi scrittore?

Nasce prima il Bonazzi grafico. La passione per il design e l’arte contemporanea mi accompagnano da sempre. Ho iniziato a “paciugare” su un preistorico Amiga 1200 acquistando in rete manuali in inglese quando ancora non sapevo dire “Hello”. La mia esperienza nerd ha poi preso una sbandata più creativa dopo la visita di alcune mostre di arte contemporanea che all’epoca mi lasciarono folgorato. Ho quindi investito i miei primi risparmi in una reflex, poi sono entrato nel mondo della progettazione grafica e questo mi ha permesso di conoscere a fondo alcuni software tra cui l’onnipresente Photoshop. Creare locandine e loghi aziendali non mi bastava più, quindi ho pensato di unire le conoscenze tecniche che avevo acquisito sul campo al mio immaginario malato: oggi utilizzo Photoshop allo stesso modo di un pittore con la tela. Modifico immagini, aggiungo elementi, fondo, deformo, creo mondi.

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STEFANO BONAZZI

Le tue opere grafiche sono di grande impatto visivo ed emotivo. Ci racconti da cosa nasce l’idea di una tua opera e come la sviluppi?

Come per la scrittura, anche quando creo un’immagine in genere dispongo solo del materiale di partenza e di un’idea dell’immagine finale. Poi getto tutto in un unico file e inizio a manipolare i livelli proprio come un pittore farebbe con la sua tavolozza. Non sempre il risultato è simile all’idea iniziale ma ci dev’essere sempre comunque una sorta di equilibrio tra gli elementi che mi impedisce di chiudere e salvare il file fino a quando non l’ho trovato e spesso questo può richiedere anche svariati giorni di “paciugamento”.

Un consiglio a un aspirante scrittore?

Leggete molto. Siate onnivori, siate umili, siate sinceri. Rispettate il lettore.

E uno a un aspirante grafico/artista plastico?

Non smettete mai di sperimentare. Cercate artisti che vi fanno scattare una scintilla o a cui vi sentite vicini e partite a loro. Non badate a regole o convezioni. Emozionatevi.

Grazie per averci concesso questa intervista.

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