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Intervista: Sara Benatti, traduttrice

Amneris Di Cesare riprende la sua rubrica di recensioni. Oggi, ha bersagliato di domande una traduttrice, Sara Benatti.

Come sei diventata traduttrice? Quando hai deciso di intraprendere questa professione?
Allora (spero che siate tutti seduti perché è lunga): sono per prima cosa una lettrice. Ho letto di tutto e da sempre, ero la classica bambina “non stare sempre chiusa in casa a leggere, vai un po’ fuori a giocare”. Una a cui i libri non bastavano mai. Poi ho scoperto le fan fiction e wow, erano tante, ed erano gratis. Ne ho lette moltissime (ne ho anche scritte, ma poche. Ho un’ispirazione tirchia). Poi nei fandom che mi interessavano avevo già letto tutto… in italiano. Così sono passata alle storie scritte in inglese. Poi ne ho trovate di così belle che volevo farle leggere alle amiche… ma alcune amiche non capivano una parole di inglese, così alla fine ho saltato il fosso, ho chiesto il permesso alle autrici e ho provato a tradurle io. Un po’ alla volta ho tradotto sempre meno, e “betato” sempre più le traduzioni altrui. Poi ho smesso… ma nel frattempo, nel ramo “libri che si pagano”, avevo iniziato a seguire chi sfornava le traduzioni che leggevo. E alla fine ho saltato l’altro fosso, quello largo, quello che consiste nel sapere che qualcuno cerca traduttori, chiedere di fare il test, inviare il risultato e mangiarsi le unghie fino ai gomiti in attesa della risposta. È andata bene. Io andavo bene. Quindi, in sostanza, sono diventata traduttrice leggendo, leggendo e leggendo ancora. E spacciando letture agli altri.

Lavori per un editore in particolare?
Al momento per tre: Dreamspinner Press, Triskell, e il conglomerato Quixote CE/Quixote Traduzioni/ex Francy&Alex Translations.

Le qualità richieste per questo lavoro?
Primo, essere lettori. Possibilmente compulsivi e onnivori. Secondo, saper scrivere bene. Terzo, fermo restando che ogni traduttore ha la sua “voce” personale, fare in modo che questa voce non sovrasti quella dell’autore. Il tono e il respiro del testo devono essere il più possibile quelli dell’originale, non i vostri. Quarto, rispettare i tempi, altrimenti qualcuno da qualche parte avrà una crisi di nervi; e se quello che avevate per le mani era un seguito… i lettori avranno una crisi di nervi. E voi non volete farvi maledire da centinaia di persone alla volta, giusto?

È necessario avere una laurea o una qualifica specifica per fare il traduttore?
Data la mia storia personale, e quella di varie amiche che ho trascinato nel gorgo, non posso che dire “decisamente no”.

Che tipo di libri traduci? Sei specializzata in un genere particolare?
Non la definirei esattamente una specializzazione (sono più che disposta a variare), ma finora sono stati tutti romance o romanzi erotici.

Esiste un metodo di traduzione o ciascun traduttore ha un suo modus operandi personale? Il tuo qual è, nel caso?
Esiste almeno un metodo per ogni traduttore, a volte di più nel caso di chi traduce generi o materiali molto diversi. Il mio è piuttosto semplice, direi: do un’occhiata veloce al testo per farmi un’idea del registro, mi butto, controllo man mano e poi torno da capo per risistemare. E alla fine rileggo.

Il tuo primo autore tradotto?
Niphuria, una fanwriter che scrive(va) storie su Alice in Wonderland di Tim Burton. È parecchio che non controllo il suo profilo autrice, probabilmente ha cambiato fandom.

L’autore più difficile?
Di nuovo una fanwriter, Fresne. Ho chiesto il permesso di tradurre le sue opere (tante e bellissime) assieme a due amiche, e sarà un lavoro lungo e di cesello perché ha una scrittura straordinariamente evocativa e un uso molto personale dei vocaboli. Sì, spargeremo i link in ogni luogo, promesso.

L’opera che più hai amato tradurre?
Buona domanda. Ottima domanda. Ci sono altre domande? (Abbiate pietà. Non riesco nemmeno a compilare le liste tipo “i tuoi 100 film preferiti”, figurarsi scegliere UN titolo…)

Per tradurre opere letterarie, conta avere doti da scrittore?
Sì, occorre. Non è indispensabile essere scrittori prolifici o dotati di un’ispirazione strabordante, ma è necessario saper scrivere, avere la percezione precisa degli effetti di una parola, della struttura della frase… Allo stesso tempo, però, non basta. Ci sono persone che scrivono meravigliosamente e leggono in altre lingue senza alcun problema, ma che a tradurre sono un disastro (e lo sanno perché ci hanno provato).

Quali sono i limiti di fedeltà al testo e quali i “tradimenti” che si possono compiere in rapporto al testo che si sta traducendo? Come ti rapporti nei confronti di espressioni tipiche e gergali che non hanno corrispondenza in italiano?
Strillo, piango, maledico l’universo, corro in cerchio urlando “nonononononono”, e poi mi siedo alla tastiera e cerco di risolvere il problema volta per volta. I difetti di pronuncia sono un problema. Le sgrammaticature sono un problema (e no, no, NO, non si possono sostituire con una pronuncia locale). I modi di dire a volte non sono affatto un problema (il caval donato è uguale in italiano, in inglese e probabilmente in tutte le lingue che conoscono i cavalli, perché dipende dalla fisiologia dei cavalli…); a volte sono facili perché esiste un equivalente diverso ma con lo stesso significato, e a volte sono un problema che dà origine a diatribe lunghissime (e che non finiranno mai). Traduco alla lettera o parafraso? Oppure cerco il più vicino equivalente nella nostra lingua? Ma il più vicino equivalente ha una sfumatura semantica leggermente diversa… Una pietra/macina al collo o una palla al piede? Lo traduco alla lettera o uso l’equivalente italiano? Ma l’equivalente italiano è già di suo la traduzione letterale di un modo di dire gemello che proviene della stessa lingua… Toccare legno o toccare ferro? Lo traduco alla lettera anche se sembra un pochino strano, oppure parafraso? Se uso toccare ferro, come faranno i lettori a capire che stiamo parlando di un’ambientazione in cui gli alberi sono stati considerati per secoli un elemento protettivo? Se tutti quanti usiamo sempre toccare ferro, che effetto farà ai lettori “toccare legno” quando qualcuno dovrà usarlo per forza perché sta parlando di druidi? Sembrerà strano perché sarà la prima volta che incontrano l’espressione, ma il problema è che non deve sembrare strano, deve sembrare una frase normale detta in maniera assolutamente normale… Se non traduco alla lettera un modo di dire, si perde una parte del significato perché mi distacco dal contesto culturale. Se lo traduco alla lettera, potrebbe perdersi una parte del significato per chi non capirà immediatamente o lo troverà buffo e quindi avrà un dirottamento nell’umore della scena… D’accordo, io nel dubbio corro in cerchio un altro po’, metto una nota e lascio la palla a chi farà proofreading ed editing della traduzione.

Qual è stato il problema più grande che hai dovuto affrontare durante una traduzione?
È stato, è, mi aspetto che sia in futuro, e sarà eternamente stato… il problema dei giochi di parole. E delle battute. Che nella stragrande maggioranza dei casi sono basati su assonanze che nella lingua di destinazione non esistono. Dal che nasce una variante del punto precedente, e cioè: fino a che punto è importante questo specifico gioco di parole nell’economia della storia? Si lega al resto delle scene o della trama per via dell’argomento? Oppure l’unica cosa importante è “il personaggio ha fatto un gioco di parole”, e quindi posso sostituirlo con un altro a mia scelta? NOTA: la situazione diventa ancora più brutta quando i punti di cui sopra si combinano in battute basate sui modi di dire. Il coming out è “uscire allo scoperto”, lo sappiamo tutti, ma io benedico chi è arrivato prima di me e ha tradotto alla lettera “uscire dall’armadio” facendo in modo che la locuzione fosse nota a chi legge in italiano… perché prima o poi qualcuno avrà in mano un libro con “Tizio è talmente nell’armadio che probabilmente ormai ha trovato Narnia”, e se l’armadio non fosse mai “passato” in italiano sentireste pianto e stridor di denti. (Stessa cosa per i commandos e il “going commando”. Vivo nella tremebonda attesa del giorno in cui ci sarà una battutaccia con doppio senso e qualcuno – forse io, forse no – dovrà fare un triplo salto carpiato linguistico per rendere l’effetto della battutaccia.)

Quali sono gli elementi che fanno la qualità di una traduzione?
Ouch. Direi la fedeltà all’originale, in tutti i sensi. Fedeltà modello base, niente pezzi in meno (sì, esistono libri da cui spariscono pezzi di trama – non il capitolo sulle fogne di Parigi nell’edizione per ragazzi, la trama), niente pezzi in più (sì, so di traduzioni “migliorate e arricchite”). Fedeltà al registro linguistico e narrativo. E fedeltà per quanto riguarda i risultati su chi legge. Non bisogna solo che ci sia quel che c’è nell’originale, bisogna che a leggerlo faccia (il più possibile, e la traduzione è una delle arti dell’impossibile) l’effetto che fa in originale.

Per un traduttore “professionista” è più importante conoscere la lingua di origine o quella di arrivo?
Uhhhhh. Ok, dovrei dire “entrambe”, ma seriamente… la lingua di origine potete continuare a studiarla mentre state lavorando, e lo farete inevitabilmente, perché è un intero universo e ci saranno sempre delle zone nuove e sconosciute (slang, linguaggi tecnici, sfumature locali o di una specifica epoca) che vi sono nuovi e che dovete imparare quando vi ci trovate davanti. Ma la lingua di destinazione è la vostra. È il vostro universo. Non è possibile che sappiate già tutto, ovvio, ma dovete saperla davvero molto ma molto ma molto bene. Dovete conoscere la lingua di origine abbastanza bene da capire, ma la lingua di destinazione dovete conoscerla abbastanza bene da spiegare, o da raccontare. E quello è più difficile. Quindi dovete conoscerla meglio.

Quando ti trovi di fronte a un’opera di scarsa qualità, come ti comporti? Ti è mai capitato di rifiutare un lavoro?
Non mi è mai successo di rifiutare lavori. Nel caso, avrei più difficoltà a lavorare su qualcosa che mi disgusta per motivi etici, rispetto a qualcosa che mi esaspera per motivi estetici. Per quanto riguarda la qualità di scrittura, immaginando di trovarmi davanti qualcosa scritto veramente male, dire che… se ho già accettato e mi sono impegnata, traduco al meglio delle mie possibilità e della mia etica professionale – il che significa anche non ‘migliorare’ il testo. Io traduco quello che c’è, non sta a me fare l’editing. Quello andava fatto prima, se lo hanno saltato o è stato fatto male, è un problema dell’autore, non mio. Se invece mi si presentassero dei problemi etici imprevisti, allora… se ho già accettato e mi sono impegnata, faccio il lavoro come sopra, MA lamentandomi con il committente dei problemi etici in questione, in modo da non trovarmi mai più davanti cose del genere.

Perché secondo te i traduttori in Italia sono così poco considerati?
Perché negli ultimi decenni varie case editrici spesso li hanno bistrattati e fatti sparire sullo sfondo come parti meccaniche, direi… e anche per la tendenza generalizzata a sminuire parecchi tipi di attività dicendo “e che ci vuole, sono capace anch’io” (o il famoso nipote di tredici anni, lo stesso che fa poster pubblicitari per dieci euro e loghi per tre euro e cinquanta).

Si vive di traduzioni in Italia?
Non posso dirlo, basandomi sulle mie esperienze: ho cominciato da troppo poco tempo e in un campo che ha pochissimi fondi, e la maggior parte del mio lavoro è ancora di quel tipo. Chiedetemelo tra cinque anni…

Esiste/si instaura un rapporto con l’autore? Contatti mai l’autore per chiedere chiarimenti sul testo?
Ho iniziato a seguire su Facebook alcuni degli autori e a interagire con loro, ma non per i libri su cui sto lavorando. Quelle domande passano sempre attraverso i committenti, in modo che possano avere un quadro chiaro di eventuali problematiche.

Il libro che stai traducendo adesso?
Non sono sicura di poterlo dire 😉

Esistono percorsi specifici che un aspirante traduttore deve seguire per arrivare a tradurre opere letterarie o saggistica? Che consiglio daresti a un aspirante traduttore?
Trovate delle opere legalmente gratuite (che vi piacciano, non ha senso sforzarsi su qualcosa che fa schifo) e fatevi le ossa traducendo gratis quelle. Per la narrativa un ottimo campo di addestramento è AO3 (Archive Of Our Own): è strutturato per pubblicare letteralmente in qualsiasi lingua, per cui anche se avete studiato urdu o ungherese ci sono ragionevoli probabilità che troviate almeno una storia che vi piace abbastanza da volerla tradurre. Inoltre alla lunga il vostro account diventerà un portfolio senza la briga di costruire un blog apposta. Per la saggistica, darei un consiglio molto simile partendo però da academia.edu, che è dedicato a tesi e ricerche.

Con l’avvento del self-publishing si sta sempre più affermando anche la traduzione “fai-da-te” o amatoriale. Cosa ne pensate di piattaforme di traduzione come Babelcube e del fenomeno delle traduzioni “clandestine”?
Non ho mai usato le piattaforme di traduzione, per cui non ho elementi di prima mano. Per quanto riguarda Babelcube, ho visto persone soddisfatte del risultato e altre (sia traduttori che autori) assolutamente schifate. A quanto ho capito, non ha un sistema di controllo, per cui virtualmente chiunque potrebbe iscriversi sostenendo di saper fare un lavoro di cui non è capace, e il sistema di risoluzione delle controversie spesso non è affatto risolutivo. Per quanto riguarda le traduzioni clandestine… be’, sono combattuta. Sì, sono illegali. Ma, ed è questo il punto, non sempre sono immorali. Immaginiamo a puro titolo di ipotesi una serie di romanzi che nell’originale comprenda anche racconti brevissimi, magari troppo brevi per essere vendibili e quindi rilasciati gratis come regalo ai lettori. Una casa editrice potrebbe tradurre integralmente la serie… tranne questi frammenti, perché dovrebbe pagare per tradurli senza poi poterli vendere, a meno di convincere il reparto bilancio a mettere la cosa sotto la voce “spese pubblicitarie”. Oppure, immaginiamo una serie di nove romanzi di cui la traduzione sia iniziata trent’anni fa per poi venire interrotta prima dell’ultimo volume … e magari cinque anni dopo la CE ha cambiato linea editoriale, poi vent’anni fa ha cambiato assetto societario, poi quindici anni fa è fallita… ma i diritti della distribuzione italiana non li ha comprati nessun altro perché sono impantanati da qualche parte nei meandri dei problemi legali. Ecco, in questo caso una traduzione amatoriale e clandestina (e gratuita) dell’ultimo volume sarebbe sempre illegale, ma faccio davvero fatica a capire come potrebbe danneggiare economicamente qualcuno.

Con l’avvento dell’e-book e del self-publishing sempre più lettori cercano libri stranieri tradotti in italiano e molte piccole case editrici si affidano a traduttori per mettere sul mercato velocemente i romanzi tradotti. Ma una traduzione di opera letteraria costa parecchio, a volte cifre che una piccola CE non si può permettere. Come vi sentite al vedere che sempre più traduttori occasionali e/o amatoriali vengono assoldati dalle piccole CE per traduzioni veloci? E come, secondo voi, si evolverà questo fenomeno?
Penso che si evolverà come tutti gli altri fenomeni, con una bolla che alla fine esplode: ci sarà una pletora di soluzioni “facili, economiche, veloci e totalmente sbagliate” – sulla falsariga degli autori stranieri che mettono su Amazon le proprie opere tradotte con google translate – e pian piano tutti quelli che hanno preso le suddette decisioni sbagliate scompariranno dal mercato per suicidio editoriale. Sul fronte opposto, chi avesse deciso di fare lavori assurdi a cifre talmente ridicole da sembrare un errore di battitura finirà per accorgersi che non ci paga nemmeno la corrente per tenere acceso il computer, e del pari scomparirà dal mercato. Diciamocelo: con tutta probabilità, le persone disposte a lavorare a un ritmo inumano per due spiccioli traducono male, e chi le assolda per non pagare di più a gente più brava finirà abbandonato dei lettori…

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N. B. La foto di copertina rappresenta l’avatar di Sara Benatti, che non rende pubbliche le proprie immagini.

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3 Commenti

  1. 28 giugno 2017 at 16:53 — Rispondi

    Fichissima questa intervista. Grazie.

  2. Giulia
    28 giugno 2017 at 21:32 — Rispondi

    Intervista molto interessante e ricca di spunti di riflessione, ho davvero apprezzato.

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