Interviste

Intervista: Nicola Rocca

Oggi abbiamo con noi Nicola Rocca, autore del thriller “Chi era mio padre?”.



Benvenuto, Nicola.
Grazie.
Ben trovata.
Hai l’aria sconvolta in questa foto. Come mai? Presa in un brutto momento?
No, guarda, io sono sempre così. Fa parte del mio fascino.
Capisco (si sposta su una poltrona più lontana).

Che tipo di
scrittore sei?
Beh, che dire…? Innanzitutto,
più che scrittore preferirei definirmi “scribacchino”. Scrittore è una meta che
forse mai riuscirò a raggiungere, ma che smetterò di inseguire solamente quando
sarò talmente vecchio e rincitrullito da non ricordarmi più nemmeno il
significato di quel vocabolo.
Ho iniziato a scrivere a poco
più di 24 anni. Scrivevo di tutto: poesie, testi per canzoni, storie per
bambini e storie di vario genere. Ho abbandonato fin da subito le poesie,
perché non venivano capite da nessuno. E se una poesia non arriva al cuore significa
che è stata scritta male e non può definirsi tale.
Ho impiegato qualche mese per
capire che, semmai avessi dovuto iniziare a scrivere seriamente, avrei dovuto
farlo con il thriller e il noir. Per due semplici motivi. Primo: i racconti di
quel genere erano gli unici che i miei lettori apprezzavano. Il secondo motivo,
che è strettamente legato al primo, consta nel fatto che durante la stesura di
racconti di questo genere venivo catturato io stesso dalla storia. Fin da
subito – anche se c’ho messo un bel po’ a comprenderlo – il thriller mi teneva
inchiodato di fronte alla tastiera del PC, permettendomi di scrivere una storia
senza che io me ne rendessi conto. Era come se venissi trasportato in una
dimensione parallela e quando facevo ritorno il miracolo era già stato
compiuto. Quella che prima era solo un’idea, adesso era inchiostro digitale
sulle pagine di un documento Word. Sembra finzione, ma è tutta realtà!
Hai un
autore che ami leggere e che ti ispira?
Sono convinto che lo stile
narrativo di ogni autore sia dato dalla miscela degli autori che più lo
appassionano, con l’aggiunta di un tocco personale. Qualsiasi autore, anche
senza volerlo, mentre legge un libro assimila stili narrativi, parole, metodi
descrittivi. Tutto ciò andrà a far parte del suo bagaglio, che lui stesso
sperimenterà nella stesura delle storie che nasceranno da lì in poi. Detto
questo rispondo alla tua domanda.
Gli autori ai quali mi ispiro,
che sono anche quelli dei quali ho letto quasi tutto, sono Jeffery Deaver come
straniero – che credo sia anche il miglior scrittore di thriller vivente –, il
compianto Giorgio Faletti e Donato Carrisi.
Qual è
il primo romanzo che hai pubblicato?
Visto che amo i miei libri come
se fossero dei figli – anche se non so ancora cosa si provi ad essere padre –
ci tengo a fare una premessa, proprio per non escludere nessuno.
Il mio primo libro è FRAMMENTI
DI FOLLIA, una raccolta di 18 racconti thriller/noir. Mentre il mio romanzo
(che è anche il secondo libro) si intitola CHI ERA MIO PADRE?, un thriller
ambientato nella Bergamasca. La collocazione temporale di questa vicenda risale
ai giorni nostri. Per scoprire il mistero, però, il lettore sarà costretto a
scavare fino ad essere catapultato indietro di quarant’anni.
Quale
sarà il prossimo?
Ah, questa è proprio una bella
domanda. Peccato che io non conosca la risposta. Non perché non abbia altre
opere da pubblicare, ma perché ne ho due che si dovranno contendere l’uscita.
Ebbene sì, ho nel cassetto due romanzi, che dovrò perfezionare prima di darli
al mio editor di fiducia per l’ultima revisione.
Il primo è un thriller
psicologico che si dipana tra la provincia di Brescia e un paesino della
Toscana. Pochi personaggi e tanta, tanta tensione.
Il secondo è un romanzo che
segue le linee guida del classico thriller: un serial killer a piede libero che
terrorizza la città di Milano e un ispettore italo-inglese che gli dà la
caccia. In questo caso i personaggi sono molti di più. Il livello di tensione,
invece, mi auguro che sia alto allo stesso modo. Nonostante al termine del
libro la storia si concluda, ho volutamente lasciato aperto uno spiraglio per
un possibile sequel.
Staremo a vedere quale dei due
vedrà prima la luce. Si accettano scommesse.
Da dove ti arriva l’ispirazione?
Sfortunatamente la
scrittura non è una professione che mi permettere di vivere, almeno al momento.
Però mi fa sognare.
Per 24 ore al giorno
sono impegnato a “catturare idee”. Perché, prima di sedersi di fronte a un PC e
scrivere qualcosa, è bene avere qualcosa da scrivere. Quel qualcosa lo si trova
solo ed esclusivamente nelle idee. E le idee sono lì che ci aspettano, tutte
intorno a noi. C’è chi non le vede, chi le evita volutamente, chi fa finta di
non vederle, chi le raccoglie e se le lascia sfuggire col tempo,
dimenticandosene, e chi, come me, le coglie e cerca di farle vivere, trascrivendole
su un foglio digitale o su un pezzo di cartastraccia.
In definitiva (scusa per la mia
logorrea che sfocia come sempre in una brutale e noiosa lungaggine) per
rispondere alla tua domanda, penso che l’ispirazione sia ovunque. Sta a noi
coglierla. A volte ho solo la fortuna di frequentare lo stesso posto in cui in
quell’esatto momento si trova lei.
Hai un
luogo speciale nel quale ti rifugi per scrivere? Sai, la famosa “stanza tutta per sé”…
La maggior parte delle volte,
partorisco le storie nella mia stanza, che con una scrivania, una seggiola e un
PC è diventata negli anni il mio studio personale. Ho provato a scrivere un po’
ovunque. Ad esempio, CHI ERA MIO PADRE? Ha la sua nascita sul tavolino
microscopico del mio posto sul volo di ritorno da Mykonos. Questa è la grande
magia della scrittura. La puoi praticare dove vuoi, quando vuoi e come vuoi.
Anche se, ahimè, le idee migliori arrivano sempre quando non si ha nulla su cui
appuntarle.
Come scrivi? No, non mi riferisco alla penna o al pc. Parlo del processo creativo.
Prima di tutto ci vogliono le
basi di un’idea. A quel punto, solitamente, suddivido la vicenda in capitoli e
appunto un paio di righe per ognuno di essi, le quali mi serviranno come linee
guida al momento della stesura. So che all’interno di ogni capitolo dovrò partire
da un punto ben preciso e raggiungerne un altro. Questi due punti sono dei
paletti fissi, imposti da me. Tutto ciò che intercorre tra questi due punti lo
lascio decidere ai miei personaggi. So che potrebbe sembrare un’assurdità per
chi non ama scrivere. Ma so anche che chi pratica questa passione condivide
appieno quello che ho appena detto.
Terminata la prima stesura del
romanzo, vado a colmare le lacune che avevo lasciato in sospeso per non perdere
il filo della narrazione. Poi inizia la seconda stesura e il tentativo di
perfezionamento dell’opera. Questa tecnica, per quanto mi riguarda, è valida
per i romanzi. I racconti brevi, invece, nella maggior parte dei casi hanno un
periodo di gestazione di qualche giorno, dopo di che vedono la luce. Ce ne sono
alcuni che escono già quasi perfetti (sono anche quelli più apprezzati dai
lettori), mentre altri hanno bisogno di più e più revisioni. Ma se un racconto
non esce bene al primo colpo sarà difficile, anche dopo la più profonda delle
revisioni, che riesca a catturare il lettore.
Riesci a tenere separate la vita di tutti i giorni e l’attività di
scrittore?
E’ impossibile tenere separata
la vita privata dalla passione per la scrittura. Perché una storia, prima di
essere scritta, ha bisogno di essere pensata, elaborata e studiata. Tutto ciò
avviene continuamente nella mia testa. E quando dico continuamente, intendo continuamente: al lavoro, al centro
commerciale, a cena, mentre mi faccio la doccia, perfino quando parlo con la
gente. Non a caso, infatti, spesse volte le persone mi devono ripetere le cose
più volte, perché mentre mi parlano io me ne sto beatamente immerso nelle trame
dei miei racconti. Questo mi può far sembrare a volte scorbutico, disattento o
irrispettoso nei loro confronti, ma è l’unico modo che ho per non perdere mai
il filo della storia che sto scrivendo. O per acciuffare per la coda quella che
verrà.
Perché, come ti ho già
accennato poco fa, prima di essere un ragazzo, un lavoratore, un figlio, un
amico, un fidanzato, sono uno che “cattura le idee”.
Nicola Rocca nasce a Bergamo il 23 settembre 1982 e vive a
Carvico. All’età di ventiquattro anni scopre la passione per la scrittura e,
dopo una serie di segnalazioni e premiazioni a vari concorsi letterari
nazionali, nel dicembre 2013 esordisce in narrativa con FRAMMENTI DI FOLLIA
(Editrice GDS), un’antologia di racconti thriller/noir (finalista al Premio
Giuseppe Matarazzo 2013).
Nel giugno 2014 si classifica al terzo posto al “Premio
Nazionale Ignazio Russo 2013” con il racconto L’unica soluzione possibile.
Nel luglio 2014 esce il thriller CHI ERA MIO PADRE?, il suo
primo romanzo, che spacca in due la critica dei lettori. E’ questo, infatti, il
motivo che spinge l’autore, a distanza di qualche mese, a pubblicare una
seconda edizione rivista e corretta.
Nel dicembre dello stesso anno pubblica, esclusivamente in
versione digitale, il racconto COLD CASE
– IL DIARIO DEGLI OMICIDI IRRISOLTI.
Attualmente sta lavorando a due nuovi romanzi thriller, uno
dei quali uscirà con ogni probabilità entro la fine del 2015.
Nella vita di tutti i giorni, oltre che a pensare
continuamente alle trame dei suoi romanzi, lavora in un’azienda di automazione
industriale, nella quale si occupa della stesura di manuali tecnici, del
montaggio e collaudo di piccoli componenti meccatronici e di disegno e
progettazione di impianti automatizzati.
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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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