A modo mioIntervisteRubriche

Intervista: Martina Nealli, traduttrice

Aleksandr Voinov vi dice qualcosa? Bene, Amneris Di Cesare ha braccato con successo Martina Nealli, che ha tradotto con sapienza e perizia anche questo autore molto amato.

1.     Quando hai deciso di diventare traduttrice, di intraprendere questa professione?

Innanzi tutto grazie di questa intervista! Per poter rispondere, devo fare una piccola correzione alla domanda: non mi sento a mio agio nel sostenere che “sono” una traduttrice. Forse se guadagnassi a sufficienza da mantenermi, sfoggerei l’etichetta con più disinvoltura, ma allo stato attuale sento di avere ancora tantissima strada da fare per poterla considerare “la mia professione”. Preferisco dire che “aspiro a diventare” traduttrice, o che “lavoro come” traduttrice. 🙂

Non è stata una decisione conscia: traduco a livello amatoriale da quando ero ragazzina; quando mi si è palesata la possibilità di farlo dietro retribuzione mi sono detta “perché no?”.

2.     Lavori per un editore in particolare?

No, anche se mi piacerebbe un mondo trovare una “casa” stabile. 🙂 Lavoro per chiunque mi voglia, e soprattutto per autori self-publisher.

3.     Che qualità son richieste per questo lavoro?

Secondo me, oltre a quel minimo di organizzazione/indipendenza richieste a qualunque lavoratore freelance, per tradurre occorre un certo feeling per le lingue. Sia quella d’arrivo (l’italiano, nel mio caso) che quella/e di partenza.

4.     E’ necessario avere una laurea o una qualifica specifica per fare il traduttore?

Penso di poter affermare con certezza: assolutamente no. Gli studi specifici (così come le esperienze di tirocinio) possono fornire strumenti migliori per affrontare il lavoro concreto (quindi renderci più bravi), ma non sono il sine qua non della traduzione. E soprattutto non si deve pensare che bastino a fare il traduttore. Io vengo dall’ambiente universitario, e di persone che “sono laureato in [inserisci a caso: traduzione/lingue/editoria] quindi so tradurre” ne ho incontrate a iosa. Di solito sono quelli che lavorano peggio.

5.     Che tipo di libri traduci? Sei specializzata in un genere particolare?

Finora ho tradotto quasi esclusivamente gay romance (con qualche notevole eccezione) e fumetti… però l’unico genere che mi sento di associare a “specializzato” è “fiction”, perché non ho mai tradotto testi non-fiction. Non trovo del tutto corretto fare distinzioni all’interno della macrocategoria: tradurre la letteratura (alta o bassa che sia) è una competenza sola. Poi certo, per affrontare determinati testi occorrerà più bravura, e romanzi di un certo genere richiederanno più o meno ricerche di altri, ma gli strumenti di base secondo me sono gli stessi. Diciamola così: non ho abbastanza esperienza per ritenermi specializzata in niente.

6.     Esiste un metodo di traduzione o ciascun traduttore ha un suo modus operandi personale? Il tuo qual è, nel caso?

Penso che ognuno abbia il suo. Leggo di tanti traduttori importanti che cominciano a tradurre il testo senza prima leggerlo, per “entrarci meglio”: li invidio tantissimo! Io faccio tantissime letture e ricerche (linguistiche e non) prima di sentirmi pronta a “buttare giù” la traduzione. È un metodo lungo, ma il vantaggio è che la prima bozza (quando finalmente mi decido a stenderla) è già discreta. Mi è capitato (con pochissimi libri, e tradotti in stato di grazia) di produrre una prima versione che ha passato quasi indenne le revisioni.

7.     Il tuo primo autore tradotto?

51jWp9Anw9L._SY346_Da retribuita? KC Burn, il libro era Dentro o fuori. Un romanzo molto ben costruito come trama e personaggi… un po’ meno brillante quanto a scrittura. Avevo completamente rimosso quanto avevo trovato antipatico tradurlo finché, pochi mesi fa, non ho dovuto affrontare il sequel. È stato come tornare all’appartamento al mare che non usi da anni e ricordare improvvisamente che il lavandino perde, la lampadina dell’ingresso è fulminata ecc.

8.     L’autore più difficile?

Rispondo sempre: Aleksandr Voinov. Per una questione lessicale, perché a livello di sintassi lo trovo invece piuttosto facile. Dicono che tradurre un libro sia un po’ come fare l’amore. Beh, tradurre Voinov è come fare l’amore à la BDSM senza safe word. Non hai spazio di manovra: ogni testo sembra contenere a livello metatestuale le informazioni su come deve essere reso. Questo comporta, come dicevo prima, meno stress a livello sintattico (le frasi “si traducono bene” da sole), ma una faticaccia a livello lessicale, perché i termini sembrano selezionati da un chirurgo. La sua prima opera che ho tradotto (Liberato) era un racconto storico ambientato nel medioevo; impiegai quasi un mese. Un trauma.

9.     L’opera che più hai amato tradurre?

51vl8ShDIvLIl libro più bastardo di Voinov, Capitale investito, che è un thriller ambientato nel mondo finanziario. Sembrerà assurdo, ma le traduzioni migliori per me non sono (mai state) quelle più facili o meglio retribuite (che pure fanno molto piacere, sia chiaro): io cerco l’esperienza che ti fa le ossa rompendotele. Quando ho finito di tradurre Capitale investito ero stremata (mi sopravvaluto sempre, così alla fine tocca correre), ma sapevo di essere una persona diversa rispetto a quando avevo iniziato. Sono tuttora una persona diversa perché ho tradotto quel libro.

10.  Per tradurre opere letterarie, conta avere doti da scrittore?

Penso di sì, se per “doti” si intende la completa padronanza linguistica e la conoscenza dei meccanismi che stanno dietro alla scrittura. L’originalità o l’avere un proprio stile più o meno marcato possono, al contrario, diventare ostacoli. Mi è capitato di trovare traduttori-autori le cui traduzioni ricordavano moltissimo le opere in italiano. Tradurre come scrivo è forse la cosa che più temo in assoluto: non voglio essere quel tipo di traduttore.

11.  Quali sono i limiti di fedeltà al testo e quali i “tradimenti” che si possono compiere in rapporto al testo che si sta traducendo? Come ti rapporti nei confronti di espressioni tipiche e gergali che non hanno corrispondenza in italiano?

Io parto dal presupposto che le traduzioni vadano fatte “a effetto”. Bisogna capire qual è l’effetto che il testo originale produce nei lettori madrelingua e cercare di riprodurlo identico per i lettori italiani che leggeranno la traduzione. Di fronte alle espressioni intraducibili, o ai gap culturali, valuto di volta in volta il contesto e mi pongo la domanda: cos’è più importante per il lettore? Cosa conta di più in questo passaggio? Qual è l’elemento irrinunciabile? Vale la pena, ad esempio, di esplicitare un riferimento culturale implicito, se questo comporta un disturbo nell’armonia della frase? La risposta cambia di volta in volta, ma nella letteratura d’intrattenimento la tendenza è di mantenere centrale (appunto) l’intrattenimento. Un gay romance non può – non deve! – essere tradotto in modo filologico (ad esempio con note a profusione) o letterale.

Per concretizzare: sono sempre favorevole a sostituire giochi di parole ed espressioni gergali con corrispondenti in italiano (finché la sostituzione non porta a effetti stranianti, naturalmente). Nel caso dei gap culturali, invece, prediligo l’inserimento della “nota nascosta”, ossia una breve parafrasi, una succintissima spiegazione (o meglio, esplicitazione) inserita direttamente nel testo che fornisca al lettore italiano le informazioni più basilari per cogliere il riferimento. Detta così sembra complicato e anche atroce, ma giuro che è una prassi molto usata a tutti i livelli e, se fatta bene, dell’originale non si rovina nulla.

12.  Qual è stato il problema più grande che hai dovuto affrontare durante una traduzione?

51Zvn-uNybL._SY346_A parte la massacrante ricerca preliminare alla traduzione di Capitale investito, che ho già citato prima, un caso in cui ho dovuto particolarmente lambiccarmi il cervello è stata la resa dei titoli della serie di Cut & Run (Serie “Armi & Bagagli“; ho scelto io i titoli di tutti i primi cinque libri). I titoli inglesi seguivano tutti la formula A & B, ma non solo: erano quasi sempre idiomi, erano espressioni presenti all’interno del romanzo (in scene significative), ed erano collegabili alla trama anche al di là dell’idioma (prese, diciamo, letteralmente). Una bella gatta da pelare! Così ho dovuto re-inventarli da zero, studiando i testi tradotti; devo dire che sono super-soddisfatta dei risultati. Ad esempio il libro 2 in originale era “Sticks & Stones”, che non solo rimandava all’elemento naturale (il libro è ambientato nelle montagne) ma era anche parte di un “detto” (con tanto di rima) citato più volte all’interno del romanzo. Inizialmente l’idea era di usare anche per il titolo italiano un pezzettino di quella che sarebbe stata la traduzione del detto; solo che non riuscivo a inserire la formula A & B e a mantenere la rima, e in ogni caso mi sembrava “debole”. Poi, a un certo punto dell’editing/ritraduzione del testo (fu una traduzione diciamo a quattro mani) mi resi conto che diverse volte, e in momenti importanti, i personaggi usavano l’espressione “Forza e coraggio”. E un po’ tutta la storia ruotava intorno al fatto che uno dei due non si sentiva abbastanza “forte”, e l’altro temeva di non essere “coraggioso”. Insomma, il titolo perfetto era sempre stato lì sotto il mio naso!

13.  Quali sono gli elementi che fanno la qualità di una traduzione?

Questa è una domanda trabocchetto. 😀 Riprendo ed espando la risposta alla domanda 11: dipende dal testo di partenza, e da cosa si vuole veicolare (sia in esso sia nella traduzione). San Girolamo, che traduceva la Bibbia, diceva che bisogna innanzi tutto capire quando essere letterali e quando no. Una parabola, ad esempio, vuole veicolare un messaggio, e per riuscirci deve avere una serie di caratteristiche: essere chiara, accessibile al pubblico di riferimento ecc; quindi sarà quello l’elemento centrale, da salvaguardare ad ogni costo in traduzione. Al contrario, quando si traduce il verbo di Dio, essere “chiari, accessibili ecc” vuol dire dare una propria (pesante) interpretazione; meglio aderire al testo originale, anche a costo di ambiguità.

La stessa cosa si applica alla letteratura, e traduttori diversi possono fare scelte diverse a seconda dell’interpretazione del testo di partenza e del target di riferimento. Quindi per assurdo… una buona traduzione è quella coerente con la scelta fatta e col target di riferimento. (Sono una vera anguilla, eh? :D)

14.  Per un traduttore “professionista” è più importante conoscere la lingua di origine o quella di arrivo?

Ehm… tutte e due non si può? 😀 Se mi punti una pistola alla testa ti dico quella d’arrivo.

15.  Quando ti trovi di fronte a un’opera di scarsa qualità, come ti comporti? Ti è mai capitato di rifiutare un lavoro?

Non ho mai rifiutato lavori perché non me lo posso permettere. Il guaio, quando ci si trova davanti un testo scritto non troppo bene (con ripetizioni, strutture sintattiche involute e/o scorrette) è che nove volte su dieci bisogna sistemarlo come se si fosse anche editor della storia, o si correrà il rischio di beccarsi gli insulti al posto dell’autore/editore originale. In pratica il traduttore diventa anche, in parte, editor del testo; è una faticaccia.

16.  Perché secondo te i traduttori in Italia sono così poco considerati?

In realtà non lo so :/ Sicuramente in Italia tutti gli studi umanistici sono sottovalutati, bistrattati, relegati in un angolino. Presente quando in TV mandano quei servizi sullo stato deplorevole della ricerca universitaria italiana? Quando fanno vedere i giovani ricercatori/dottorandi col camice bianco che spiegano che sono costretti a lavorare col microscopio di quarant’anni fa? Nessuno ci pensa, ma esistono anche i ricercatori umanistici, che oltre a dover lavorare coi PC di quarant’anni fa, in aule decrepite eccetera eccetera, non sono neanche degni di comparire nei servizi televisivi. Certo, il ricercatore umanistico non troverà la cura contro il cancro; studierà vecchi e polverosi manoscritti, e a chi interessa? Allo stesso modo, le traduzioni non curano il cancro. La cultura non si mangia.

È questa mentalità il problema.

17.  Si vive di traduzioni in Italia?

Tecniche? Sì. Letterarie? Da quel che sento è molto, mooooolto raro. Io di sicuro non ci vivo, anche se mi piacerebbe un sacco.

18.  Esiste/si instaura un rapporto con l’autore? Contatti mai l’autore per chiedere chiarimenti sul testo?

Mi è capitato di contattarlo, ma non succede sempre. E se lavoro per una CE, spesso è questa a fare da tramite, quindi in quei casi è difficile parlare di “rapporto”. Diverso è il caso dei contratti con i self-publisher, in cui il rapporto si instaura a prescindere dai chiarimenti. In generale, ho imparato che ci sono diversi “tipi” di autore (nel rapporto con la traduzione, s’intende): da quelli che ti lasciano pieno controllo (“non me ne frega una cippa di quello che fai, traduci e basta”) a quelli che ti stanno col fiato sul collo e vogliono sapere tutto. Com’è intuibile, si lavora meglio con i primi; l’esperienza migliore l’ho però avuta con un’autrice che mi disse “tu lavora liberamente, ma se fai delle modifiche dimmelo, perché sono curiosa”. E quando dovetti non solo riferirle le modifiche, ma anche chiederle consulenza (una di queste modifiche era così sostanziale che non mi sentivo di procedere da sola) mi rispose “mi fido di te. Fai quello che ritieni sia meglio per il libro”. Goduria massima.

19.  Il libro che stai traducendo adesso?

51Vec-v4KALDance With Me di Heidi Cullinan… che aspettavo di tradurre da un bel po’. È il mio secondo libro di questa autrice; il primo (Chissà dove) è una delle mie traduzioni preferite di sempre, una delle poche che, pur costandomi tanto lavoro (dovetti prendere decisioni molto toste per rendere il registro), non mi risultò mai faticosa. Dance With Me non ha la potenza linguistica di Chissà dove (quindi è un po’ più semplice da tradurre), ma è una storia avvincente e ben scritta. È un piacere lavorarci.

20.  Esistono percorsi specifici che un aspirante traduttore deve seguire per arrivare a tradurre opere letterarie o saggistica? Che consiglio daresti a un aspirante traduttore?

Consigli: leggere tantissimo, in tutte le lingue (che conosce :P) e osservare il mercato editoriale. Accettare qualunque tipo di lavoro, ma essere selettivi al massimo con i committenti (la fregatura è dietro l’angolo). Dimenticare la forma mentis del “ma sì, va bene lo stesso, tanto non se ne accorgerà nessuno”. Percorsi: corsi (universitari e non) e master possono fornirci strumenti migliori, ma non sono la chiave di niente. Dipende, come con tante altre cose, dall’impegno che uno ci mette.

21.  Con l’avvento del self-publishing   si sta sempre più affermando anche la traduzione “fai-da-te” o amatoriale. Cosa ne pensate di piattaforme di traduzione come Babelcube e del fenomeno delle traduzioni “clandestine”?

Ehm… confesso di aver cominciato come “clandestina” (di manga; faccio tuttora parte della community di scanlators – così ci chiamiamo) quando non ero nemmeno maggiorenne. È un ambiente a cui resto molto legata. Ci sono, secondo me, due problematiche legate al fenomeno:

a) nel caso dei manga, le traduzioni realizzate da fan e senza scopo di lucro non sono, in genere, in competizione con quelle prodotte dal mercato ufficiale. Nonostante qualche timido tentativo degli editori di investire in e-manga, per ora il lettore-tipo di fumetti rimane fortemente attaccato al cartaceo, e chiaramente una traduzione clandestina potrà essere solo digitale: in questo scenario, la pirateria finisce con l’espandere il mercato e favorire le vendite, ed è quindi a parere mio un fenomeno positivo e un segno di vitalità. Sospetto che con i libri la situazione possa essere molto diversa, soprattutto nelle nicchie editoriali in cui le vendite si fanno in digitale e quindi non c’è nessuna differenza “di formato” fra la traduzione clandestina e quella ufficiale.

b) si immagina che le traduzioni clandestine, in quanto amatoriali, siano di qualità inferiore rispetto a quelle ufficiali. È vero che ci sono casi opposti (editori che hanno realizzato o realizzano tuttora prodotti piuttosto scadenti), ma in generale secondo me l’assunto regge. Ecco allora che la diffusione del clandestino (e la sua sostituzione all’ufficiale, nel caso dei libri) rischia di contribuire all’abbassamento del livello qualitativo dei testi, soprattutto per quanto riguarda la percezione del lettore. Mi spiego meglio: se un lettore si abitua a leggere traduzioni bruttine, diventerà sempre meno sensibile alla qualità, quando se la trova davanti; questo, a parer mio, è grave e preoccupante. L’editoria stessa già punta al ribasso: i lettori dovrebbero diventare più attenti ed esigenti, non il contrario. So che, per quanto riguarda i manga, le traduzioni amatoriali hanno contribuito a creare più consapevolezza e a migliorare il livello delle traduzioni ufficiali (a questo mi riferivo parlando di “segno di vitalità”). Non conosco per niente il mondo delle traduzioni underground di libri, ma spero si comporti allo stesso modo.

22.  Con l’avvento dell’e-book e del self-publishing sempre più lettori cercano libri stranieri tradotti in italiano e molte piccole case editrici si affidano a traduttori per mettere sul mercato velocemente i romanzi tradotti. Ma una traduzione di opera letteraria costa parecchio, a volte cifre che una piccola CE non si può permettere. Come vi sentite al vedere che sempre più traduttori occasionali e/o amatoriali vengono assoldati dalle piccole CE per traduzioni veloci? E come, secondo voi, si evolverà questo fenomeno?

Rientro anch’io, temo, fra i traduttori amatoriali assoldati da una piccola CE per traduzioni veloci e scarsamente retribuite. 😀 Quindi direi che nutro sentimenti molto ambivalenti. Vedo che è sbagliato, ma non posso certo sparare giudizi sui traduttori che accettano contratti iniqui pur di lavorare. Anche se è colpa loro/nostra se le CE si permettono di comportarsi così. 🙂

Post precedente

News: Passione di mezzanotte, di Simona Liubicich

Post successivo

News: Prima della Fine, di C. K. Harp

Amneris Di Cesare

Amneris Di Cesare

Nessun Commento

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *