Interviste

Intervista: Fernanda Romani (seconda parte)

Diamo il “bentornata” a Fernanda Romani che, facendosi strada fra torme di uomini inferociti, è riuscita ad arrivare sino alla nostra postazione fortificata. Il nostro servizio d’ordine ha svolto un lavoro egregio. Solo quattro feriti non gravi.

Buongiorno, Fernanda, ti rivedo con piacere. No, non sederti lì, la poltrona rossa ci serve per posare le bombe che sequestriamo ai manifestanti. Meglio qua, sul divano.

Certo che non avrei mai immaginato di suscitare un simile vespaio con la Saga di Endora! Possibile che non capiscano che si tratta di un Fantasy?

Sembra di no. La società di donne dominatrici che hai creato ha infastidito non pochi maschi. Sembra che sia stata anche presentata un’interpellanza in Parlamento.

Povera me! Sarò costretta a espatriare?

Speriamo di no. Se non ti dispiace, visto che il coprifuoco comincerà fra due ore, passerei subito alle domande che ho in serbo per te. Ci racconti come e quando scrivi?

Scrivo al pc, ma prendo appunti a mano, a matita, su quaderni di varie dimensioni che possiedo in grande quantità perché adoro comprarli. Spesso li porto a casa, come souvenir, dai luoghi dove vado in vacanza; idem per le matite, che colleziono.

Mi sforzo di fare schemi delle storie, schede dei personaggi e così via, come viene di solito consigliato ai principianti. Il più delle volte mentre scrivo abbandono lo schema fatto in precedenza  e vado a braccio. Non sono mai stata un tipo metodico.

Pur sapendo questo, il fatto di partire da uno schema lo trovo rassicurante quindi continuo a farli.

Scrivo a casa, al portatile, nello studio che condivido con mio marito. Però mi è capitato di prendere appunti in spiaggia o durante i  lunghi spostamenti in pullman, quando partecipiamo a dei viaggi organizzati.

Scrivo nei ritagli di tempo, se capitano durante la giornata o la serata. Resto alzata fino a tardi il venerdì e il sabato, ma non sempre queste serate di scrittura risultano fruttuose, perché ho grossi problemi di sonnolenza. Cerco di scrivere il sabato mattina e la domenica mattina.

Hai cominciato a scrivere tardi. Questo ti crea dei problemi?

Aver cominciato a 49 anni  ha un grosso svantaggio: non avere  mai nulla nel cassetto, caso mai capiti l’evenienza in cui serva un racconto o un manoscritto da presentare. Che si tratti di un concorso o di qualche altra occasione mi trovo sempre nella necessità di scrivere qualcosa appositamente.

Sei andata a scuola di scrittura? E se sì, come ti sei trovata?

Ho avuto la fortuna di frequentare un forum dove ho conosciuto persone in grado di consigliarmi per imparare a migliorare la mia tecnica. Non tutte erano affidabili, ma con il tempo ho imparato a rifiutare gli insegnamenti  che vanno contro il mio istinto e anche a lasciar perdere le persone che fanno del terrorismo psicologico per farti accettare un editing invece di dare spiegazioni chiare e plausibili.

Ah, l’editing! Che rapporti hai con il tuo editor?

Imparare ad accettare che qualcuno corregga  ciò che scrivo non è stato facile, come non lo è per nessuno, credo, ma vedere quanto un buon editing possa migliorare il mio testo è di certo l’argomento più convincente.

Insomma, una principiante alle prese con il fantasy: un connubio pericoloso…

Ho cercato di sfatare il mito della principiante che, siccome scrive fantasy, pensa di potersi inventare qualsiasi cosa, senza alcuna base realistica. Ho fatto ricerche sulle armi usate nel Medioevo e sulle strategie di guerra, e ho scelto cosa usare e cosa escludere.

Le mie guerriere non usano balestre perché combattono una guerra di movimento. Si spostano sempre a cavallo, quindi la balestra non sarebbe un’arma plausibile. Non usano macchine da guerra poiché non hanno fortezze da assediare: i loro nemici sono barbari nomadi.

Malgrado io abbia voluto dare all’ambientazione di Endora caratteristiche che spaziano dal Medioevo al Cinquecento, ho deciso di non inserire l’uso di armi da fuoco perché non ne sentivo il “bisogno”.

Durante l’editing del secondo romanzo, ho dibattuto una settimana con la mia editor  riguardo al tipo di scudo da far usare alle mie guerriere. Io lo volevo di legno con rinforzi di metallo, ma alla fine ho seguito il suo consiglio e ho fatto usare loro uno scudo di metallo, più consono all’ambientazione.

Nell’intervista precedente, hai parlato della “Trilogia degli Uomini” come base per la Saga di Endora. Vorresti parlarcene ancora? Abbiamo avuto delle richieste dai lettori.

Come ho detto in precedenza, l’idea base di Endora l’ho tratta da un’altra saga che stavo scrivendo, “La trilogia degli uomini”, ma lo spunto per la trama l’ho preso da quello che avrebbe dovuto essere il quarto episodio. All’inizio ero restia ad usarne il plot, ma poi ho pensato che dopotutto non avevo idea di quando sarei riuscita a pubblicare la trilogia, quindi non valeva la pena tenere in un cassetto la trama di un fantomatico quarto episodio.

Sei appassionata di romanzi e film di ambientazione western. Questa passione ti ha consigliato qualcosa per la Saga?

L’idea dei reggimenti “itineranti”, come quello guidato da Naydeia, è proprio frutto della mia passione per il West. Ciò che avevo in mente erano i reggimenti che pattugliavano i territori indiani, immortalati da decine di film. Mentre costruivo i movimenti di Naydeia e delle sue guerriere, io avevo in mente film come “Rio Bravo” , “I cavalieri del nord-ovest”, “I dannati e gli eroi”. Poi, naturalmente, ci ho ricamato sopra, trasformando ogni reggimento itinerante in un piccolo esercito autosufficiente, dotato di lavoratori, carri di provviste, cucina, attrezzature. Insomma, ho rovesciato la situazione tipica dei film western, dove i militari hanno sempre la necessità di tornare al forte, la loro base logistica. Gli eserciti in miniatura che pattugliano i confini di Endora sono dei microcosmi complessi, dove convivono guerriere, mercenari sessuali, lavoratori e ognuna di queste tre comunità dev’essere capace di integrarsi con  le altre.

Toglimi una curiosità: il lessico dei tuoi romanzi. È la prima volta che rivolgo una domanda del genere.

Cerco di stare attenta alle parole che uso nella narrazione. Sono dell’idea che in un fantasy di ambientazione non contemporanea non sia opportuno usare termini percepiti come “moderni”; personalmente, quando li trovo leggendo un libro mi infastidiscono. Tanto per fare un esempio, i miei personaggi non sentono mai le scariche di adrenalina nelle scene d’azione, tutt’al più brividi; non hanno obiettivi, ma scopi oppure missioni da compiere.

Altre parole alle quali sto attenta riguardano il sesso. Non uso mai il termine “lussuria”, perché si tratta di un concetto religioso − la lussuria è uno dei sette peccati capitali e rispecchia la sessuofobia tipica della religione − e non uso nemmeno  “lascivia”, perché di solito viene usato in riferimento al desiderio femminile e ne dà una connotazione negativa. È innegabile che nel mondo di Endora il desiderio femminile sia una componente importante e abbia effetti negativi sulla condizione maschile, ma questo dipende dai comportamenti individuali. In generale, ho voluto evitare il più possibile di dare al sesso una connotazione negativa intrinseca.

Si conclude questo nostro secondo appuntamento con Fernanda Romani. La prima parte dell’intervista è stata pubblicata il 5 ottobre.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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