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Intervista: Federica D’Ascani, il “Pierino” della Redazione

Allora, Federica, pronta per il primo fuoco di fila? Rispondi senza guardarti intorno, senza chiedere aiuto a nessuno, neppure a marito e figlioletto, ok? Pronta? Via!

Colore preferito: Viola
Cibo preferito: Lasagne
In cucina come te la cavi? Bueno
Attore preferito: Ricky Martin (Ah, non è un attore?!)
Attrice preferita: Ricky Martin (ehm, sì?)
L’uomo dei tuoi sogni?: Oddio, non saprei…
La donna che vorresti  essere?: Qua devo pensarci per forza… Me stessa andrebbe bene
Tornassi a nascere, uomo o donna e perché? Uomo, per vedere l’effetto che fa, ma poi tornerei a essere donna con l’operazione perché è troppo stimolante
Serie TV preferita: Criminal Minds
Sai cos’è una “ship”? Pecora?
La tua “ship” d’elezione? Non era pecora…
Genere di lettura preferita: Thriller
Genere di lettura d’evasione preferita: Thriller (però pure il romance storico ha il suo perché)
Genere di evasione preferita: sesso (di quello si parlava, no?)
Caldo o freddo? Una via di mezzo?
Tecnologia o tradizione? Tecnologia con un pizzico di vintage
Social network sì o no? Absolutely sì
Scrittore preferito: King the king
Musa ispiratrice? Vita
Cantante preferito?: Mi sa che sarei davvero monotematica
Genere musicale preferito?: Rock, pop, classica… tutta
Band preferita: Queen

 

Ora le domande serie:

1.      Scrivi. E scrivi tanto, sei una delle autrici più eclettiche del panorama autorale odierno.  Come è nata questa passione e perché? Riesci a bilanciare i tuoi impegni di scrittrice/editor/sceneggiatrice con quelli di famiglia?

Ci provo. Non sempre ci riesco, sai? Spesso ho il marito che mi allontana quando lo vado ad abbracciare perché deve prima spazzare (ho creato un mostro). Però faccio del mio meglio e il fatto di avere una famiglia serena ne è la prova. Spero. O forse è solo Marito che contiene la mia troppa esuberanza e fa da contrappeso. No, non è un santo, ma è bravo. Io di più, ma vabbe’. Com’è iniziata? Mia madre ha “azzeccato” il genere giusto quando ero piccola regalandomi il mio primo “Piccoli brividi”. Da lì è stato amore. Poi chiacchiero: va da sé.

2. Mi faccio i fatti tuoi: tuo marito cosa dice di questa tua attività/passione/mania/ossessione? Gli amici, i famigliari? Ti “sopportano”, ti guardano come un’aliena o invece ti sostengono?
Vivo con mio marito, quindi alla fine è di lui che mi importa. Oddio, se non appoggiasse il mio mestiere non credo che avremmo avuto futuro, non dopo la Federica 2.0… E poi ormai l’ho convertito non solo alla lettura, ma anche al kindle: missione compiuta. Lui è orgoglioso e non fa nulla per nasconderlo. È solo grazie a Marito se sono entrata nel mondo dei fumetti, l’ho detto fin dall’inizio. Se non avesse colto la palla al balzo quando si è trovato faccia a faccia con l’opportunità… Lo sono anche i miei familiari però. Orgogliosi intendo. (E intendo la mia famiglia in senso stretto, gli altri non mi si filano di pezza…)

3. Scrivi vari generi letterari, non ti focalizzi mai su un genere solo. E non solo romanzi. Ci vuoi parlare un po’ più dettagliatamente della tua attività di scrittrice e di sceneggiatrice?

Come scrittrice ho navigato per un bel po’. Ho provato un po’ di tutto, mediamente bene, finché non ho trovato la mia strada. Sono diventata C.K. Harp per necessità, perché avevo davvero bisogno di ricominciare da ciò che ho capito mi fa bene. Al cuore e alla mente. E alimenta la mia passione, inoltre. Sono rimasta Federica, però, per quanto riguarda i fumetti (mondo che adoro e che posso permettermi di amare in maniera disinteressata e distaccata, senza andarmi a impelagare in questa o quella invidia. In ogni campo esiste la polemica, ma i fumetti sono in edicola e posso chiudere gli occhi.) Il fatto di scrivere in due linguaggi diversi mi permettere di sperimentare, di contaminare un mondo con l’altro e creare, così, uno stile mio. Uno stile che mi diverte.

4. Sei impegnatissima anche socialmente sul fronte della difesa dei diritti della donna. Hai un gruppo/pagina Facebook, sei stata promotrice di un convegno sulla violenza sulla donna, hai scritto un romanzo durissimo sulla violenza psicologica. Ce ne parli? Obbiettivi e aspirazioni in tal senso?

Mi piacerebbe fare tanto, e invece non faccio nulla. Parlare su un social non è abbastanza, anche se è qualcosa. Ma mai ciò che cambierà il mondo. Il fatto è che per diffondere e spronare bisognerebbe modificare il credo personale di ogni donna, ed è difficile perché molte sono maschiliste dentro. Ho scritto Cristallo con la speranza di trasmettere un messaggio di speranza. Ci sono riuscita in molti casi e sono contenta se il mio sforzo è valso almeno solo a una persona per rendersi conto della propria vita, del diritto a essere felice e rispettata. Ma sento comunque di non fare mai abbastanza. Sono dura con me stessa? Forse, ma credo che se lo fossimo tutti, nel nostro piccolo, ci sarebbe qualcosa di più bello in giro. La pagina “C’è chi dice stop” è ferma da qualche settimana a causa degli impegni accavallati, ma conto di rimetterci mano quanto prima. Se qualcuno volesse alimentarla, è lì che vi aspetta!

5. Come sai, le autrici femminili sono lette pochissimo rispetto agli autori maschi. Eppure ci sono scrittrici di noir e horror e thriller molto brave e quotate. Secondo te qual è la ragione di questa discriminazione? E ancora, pensi esista veramente una divisione tra scrittura “femminile” e scrittura “maschile”?

Perché gli uomini lo fanno meglio. È sempre stato così, ci siamo cresciute così. E non sono gli uomini a dirlo, ma le scrittrici stesse che si mettono, già di per sé, in condizione di minoranza. Ed è sbagliato. Io non devo chiedere di essere accettata e letta: io ci sono, sono qui, ed è un dato di fatto. Questo è ciò che le autrici dovrebbe dire, e continuare a scrivere senza fare paragoni. Ci sono più maschi? Bene, noi scriviamo di più. Non deve essere una gara, però, ma un’affermazione a esistere.

6. C’è un genere letterario che, pur vendendo moltissimo, da molti è bistrattato e considerato di “serie B”. Il genere rosa o romance. Secondo te perché?

Perché il romance è visto come qualcosa di delicato, incline a sentimenti volubili, portato agli estremi dalle donne stesse che a volte lo bistrattano perché convinte, in tal caso, di essere giudicate migliori dagli uomini. Stiamo sempre là: il giudizio pessimo che le donne hanno del genere a cui appartengono e che avallano, nelle menti di quegli uomini stupidi che credono che amare sia da “donnicciole”. Come se esistesse qualcuno in grado di esistere senza il bisogno di amare… Se ogni tanto ci si dimenticasse di avere qualcosa tra le gambe, sarebbe tutto molto più semplice.

7. Le regole sono fatte per essere trasgredite, dicono. Le regole della scrittura, le tecniche, si imparano secondo te? E’ giusto impararle e poi dimenticarsele oppure scrivere è solo “genio e sregolatezza”?

La tecnica va assimilata. Scrivere senza aver studiato è da stupidi. Poi sì, si può sperimentare, osare, provare a trasgredire, ma sempre con la consapevolezza di sapere ciò che si sta facendo. Esisterà un genio su cinque milioni di persone: non credo che questo sia tra noi, al momento. E se c’è si nasconde molto bene. Ciò detto, se non studi, non arrivi.

8. Tu come le hai imparate, queste regole? Hai fatto corsi di scrittura?

Io ho sempre letto, studiato per conto mio. Non credo molto nei corsi di scrittura, anche perché puoi imparare la tecnica, ma le doti narrative devi averle. Scrivere un romanzo ineccepibile che però manca di emotività è praticamente inutile, se si vuole “catturare il cuore” del lettore. Per quello ci sono i saggi. Sono un genio? Non credo, penso solo di riuscire a trascrivere ciò che la mente partorisce, come tanti. Più o meno bene non saprei dirlo. (Ovvio che sono fortissima e che scrivo solo cose fighe, ma sarebbe arrogante da parte mia sostenerlo, no? Facciamoci modesti, ogni tanto!) Ah, e la grammatica l’ho recepita fin da subito, ma non è sufficiente per scrivere un libro. Questo per dire che si deve studiare, e tanto, anche con una laurea in letteratura: l’editing è un’altra cosa, come direbbe Arisa.

9. Pubblichi per Case Editrici e anche in self.  Meglio CE o meglio Self? Che differenza c’è secondo te tra questi due modi di pubblicare?

Self tutta la vita, con qualche eccezione. Non sputerei mai sul piatto dove ho mangiato e dove mangio ancora, e non rinnego nulla perché tutto mi è servito a crescere. Una casa editrice, se seria, ti mostra la strada, la via da percorrere, spiegandoti cosa è giusto, cosa è sbagliato, illustrando per larghe vedute qual è il mestiere dello scrittore. E aiuta anche a ridimensionare il proprio ego, che fin troppo spesso rischia di raggiungere livelli da “spazio 1999”. Ma quando si ha ben chiaro il proprio futuro, quando ci si appropria degli atrumenti, si deve fare i conti tra lavoro e stipendio. E firmare un contratto con qualcuno che si prende gran parte del revenue senza una reale motivazione, specialmente ora che siamo nell’epoca del digitale e che quindi sono abbattuti i costi di stampa, mi sembra stupido e controproducente. Io lavoro ancora adesso  con alcune case editrici, vedi Triskell, ma solo perché so come lavorano e conosco la loro serietà e professionalità. You Feel mi ha mostrato la via, poi, donandomi al mio cognome una R che mi è servita tanto.

10. Cosa ti fa dire “questo lo mando a una CE e questo invece lo pubblico autonomamente”? La storia, il pubblico di destinazione. Tanti fattori, in realtà. Ma sono sempre scissa a metà. Sono un’autrice indie, come si suol dire, e sono fiera di esserlo diventata.

11. Secondo te dove va l’editoria italiana? Male. Abbastanza male. Così come i messaggi che stanno passando in nome del dio denaro. Non fa bene a nessuno, neanche alle case editrici che si sono svendute negli ultimi anni. È solo grazie a loro se il famoso cane si sta mordendo la coda.

12. E il genere romance, secondo te dove sta andando? Quello non tramonterà proprio mai, credo. La gente ama, e ha bisogno di leggere storie in cui ci sia del bene a trionfare.

13. Sei anche editor. I problemi che più comunemente riscontri in un testo che ti viene sottoposto prima di una pubblicazione?

La non rilettura attenta e ad alta voce del testo. C’è una musicalità, nelle parole, e ogni frase, se accordata con sapienza dall’autore, suona una bella melodia. Ma senza attenzione anche la sonata più bella rischia qualche scivolone.

14. Un consiglio per un’aspirante autrice alla prima pubblicazione?

Leggere autrici che non facciano parte della propria cricca di amiche self. Self non significa mediocre, ma da esordienti non si può pretendere di studiare. Fatevene una ragione: non si smette mai di imparare e l’esperienza di chi scrive da anni conta.

15. Un consiglio a un’aspirante autrice al suo primo self-published?

Lo hai fatto leggere a un editor? Ma uno vero, non il “beta reader” amico che “basta che mi mandi il libro con la dedica quando fai il print on demand”.

16. Una domanda che non ti ho fatto e che vorresti ti facessi?

Un’altra? Ma fai sul serio? Sedici domande, ragazza: ho parlato anche abbastanza, no? Grazie mille di tutto, Amneris, sei stata meravigliosa. E grazie a tutti per avermi dedicato del tempo. Il tempo è sempre un bene prezioso.

 

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