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Intervista: Caterina Bolognesi, traduttrice

Oggi, abbiamo con noi Caterina Bolognesi, traduttrice. A lei dobbiamo il piacere di leggere in lingua italiana alcuni dei nostri autori preferiti.

1.     Come sei diventata traduttrice? Quando hai deciso di lanciarti in questa professione?

Sono diventata traduttrice quasi per scommessa, più per divertimento che altro. Ho cominciato traducendo per delle amiche piccoli pezzi di libri che leggevo in lingua, aggiornandole sulle uscite successive di saghe pubblicate solo in parte in italiano. Il motivo è molto semplice: non conoscevo nessuno che leggesse in inglese quegli stessi libri e volevo qualcuno con cui poterne parlare senza dover aspettare i tempi delle traduzioni! Poi ho conosciuto i libri MM e con loro la Dreamspinner Press, che in quel periodo cercava traduttori in italiano. Ho contattato la CE, chiedendo se servissero esperienza o credenziali, e mi hanno detto che era sufficiente una prova di traduzione. Ho provato, mi hanno accettato e da lì è partito tutto, con grande mia incredulità.

2.     Lavori per un editore in particolare?

Al momento collaboro principalmente con la Triskell Rainbow.

41pqhvr0rbl3.     Che qualità son richieste per questo lavoro?

Quando lo scoprite, fatemelo sapere! 😀 No, scherzi a parte, credo che le doti più importanti siano una grande passione e il desiderio di trasmettere nella propria lingua le parole e la cultura di un’altra persona. È un lavoro di ricerca costante, che ti pone continuamente delle sfide davanti. Ci vuole la volontà di approfondire, di non fermarsi all’ovvio, di conoscere e di trasmettere. Serve un profondo rispetto verso i lettori, gli autori, il testo e la lingua stessa. E serve umiltà, perché nessuno è infallibile. C’è sempre da imparare e chi può insegnarci qualcosa può essere sia il collega navigato, sia il correttore inesperto, sia il figlio di dodici anni che ti spiega uno slang che non conoscevi e, più in generale, qualsiasi persona con cui vieni in contatto. Anche uno show televisivo visto per caso può riservare insegnamenti inattesi, e lo dico per esperienza diretta!

4.     È necessario avere una laurea o una qualifica specifica per fare il traduttore?

Sono l’esempio vivente di come non siano indispensabili (ho il diploma di Tecnico Agrario). Aiutano, certo, ma se ne può fare a meno, a patto di essere disposti ad accettare i propri limiti, di essere consapevoli di ciò che si può e non si può fare e di impegnarsi a migliorare costantemente. Non mi sognerei mai di tradurre dall’italiano all’inglese, perché non ne sarei in grado. So di poter tradurre dall’inglese (principalmente americano) all’italiano con discreta facilità quando si tratta di romanzi di intrattenimento, ma so anche che non saprei tradurre, almeno per adesso, libri più complessi, poesie o altro. Fondamentalmente, cerco di tradurre ciò che conosco. Credo che un traduttore debba lavorare in base alle proprie conoscenze, siano queste date dall’esperienza o dagli studi.

5.     Che tipo di libri traduci? Sei specializzata in un genere particolare?

Per il momento ho sempre e soltanto tradotto libri MM.

51qsblauul6.     Esiste un metodo di traduzione o ciascun traduttore ha un suo modus operandi? Il tuo qual è, nel caso?

Non ho idea di come facciano gli altri. Personalmente affronto la traduzione leggendo interamente il libro una prima volta. Se si tratta di una saga, cerco di leggere anche i restanti libri pubblicati fino a quel momento (quando possibile), per capire bene lo stile dell’autore, il clima del libro e i vari riferimenti a romanzi precedenti o successivi a cui devo fare attenzione. Poi inizio a tradurre. Se trovo frasi, parole o espressioni ostiche, metto una nota e le rivedo più avanti. Una volta finita questa prima fase, comincio con la rilettura, durante la quale sistemo le frasi che non mi convincono e le cose lasciate in sospeso. E poi comincio a rileggere e rileggere ancora, correggendo e sistemando fino a quando non mi sento soddisfatta.

7.     Il tuo primo autore tradotto?

Sono due, in realtà 😀 Il primo titolo che ho tradotto è stato La mia piccolina, di Piper Vaughn e M.J. O’Shea.

8.     L’autore più difficile?

Per assurdo, si tratta di un’autrice che non ha affatto uno stile complesso, o un linguaggio particolarmente ostico. Quando ho tradotto Perdonare Thayne, di J.R. Loveless, ho fatto il lavoro due volte. A una prima traduzione non ero riuscita affatto a entrare in sintonia con il libro, a sentirne la voce. Una volta terminata la traduzione, ho cominciato la rilettura e mi sono resa conto che il libro aveva qualcosa che non andava. Aveva qualcosa di diverso. Ho praticamente ricominciato da capo, ritraducendo da zero interi pezzi e sistemandone altri. Avevo fatto uno degli errori che reputo più gravi in questa professione: avevo cambiato la voce del libro.

downloadCi sono dei libri, così come degli autori, con cui a volte non si riesce a entrare in risonanza, che non si riesce ad ascoltare con l’orecchio giusto, e personalmente trovo questa la difficoltà maggiore da superare, perché influenza l’interezza e la personalità del testo. Una frase o una parola difficile si possono cercare, ci si può fare aiutare da amici e colleghi, sono uno scoglio duro ma superabile. Se non si azzecca l’anima di un testo, però, allora sono guai grossi. Con Loveless ho trovato appunto questo tipo di incompatibilità.

9.     L’opera che più hai amato tradurre?

Stelle e strisce, di Abigail Roux! So che non è il libro migliore della serie, non brilla particolarmente per stile narrativo o altro, ma è un libro a cui sono profondamente affezionata e che ho riletto decine di volte. E poi, adoro Ty e Zane! 😀 Amo l’idea di essere stata io a portarlo ai lettori italiani, che spero lo abbiano adorato quanto lo adoro io.

10.  Per tradurre opere letterarie, conta avere doti da scrittore?

Non credo, ma è importante saper usare l’italiano in modo corretto. Serve una sensibilità che ti metta in risonanza con lo scrittore. Forse, avere una propria dote di scrittore, un proprio stile, possono essere d’ostacolo. Lo scopo del traduttore è scomparire nel testo, adattarsi e modellarsi, in modo da riprodurre lo stile dell’autore. È più difficile farlo quando si ha già un’impostazione di partenza.

11.  Quali sono i limiti di fedeltà al testo e quali i “tradimenti” che si possono compiere in rapporto al testo che si sta traducendo? Come ti rapporti nei confronti di espressioni tipiche e gergali che non hanno corrispondenza in italiano?

rfs-tornando-a-casaDi base credo che si debba seguire il tono del testo, mantenere il più possibile intatti la sua anima e i suoi intenti. Una frase si può stravolgere, rigirare, compattare e spezzare, ma il messaggio che passa deve essere lo stesso, nella sua completezza. L’inglese e l’italiano sono due lingue molto diverse. Non solo è opportuno, ma addirittura trovo necessario effettuare delle modifiche, anche importanti, pur di far percepire al lettore il medesimo messaggio. Questo, ovviamente, restando il più fedele possibile al testo. Facile, no? 😀

12.  Quali sono gli elementi che “fanno” la qualità di una traduzione?

Per soddisfarmi, una traduzione, mia o di altri, deve essere scorrevole, essere scritta in un italiano corretto e trasmettere le stesse sensazioni dell’originale, evocandone emozioni e immagini.

13.  Per un traduttore “professionista” è più importante conoscere la lingua di origine o quella di arrivo?

La lingua d’arrivo va conosciuta bene e, soprattutto, va saputa usare. La lingua d’origine è importante saperla capire e servono l’intuito e la delicatezza necessari a coglierne le sfumature. Non basta però conoscere solo la lingua di partenza. Spesso bisogna conoscere anche la cultura del paese in cui è ambientato il libro, o almeno bisogna fare ricerche in tal senso, perché certi testi non si possono tradurre senza sapere cosa c’è dietro, o il contesto sociale in cui vengono inseriti.

14.  Quando ti trovi di fronte a un’opera di scarsa qualità, come ti comporti? Ti è mai capitato di rifiutare un lavoro?

Non ho mai rifiutato nulla, non per problemi di qualità, almeno. Piuttosto per scarsità di tempo. Mi è capitato di tradurre libri in cui l’editing originale era stato fatto poco e male. In questi casi, ci si rimbocca le maniche ci si dà da fare per “rattoppare” al meglio il testo di partenza. Poi, chiaro, se il libro è brutto, brutto resta. Ma per fortuna non mi è mai capitato. Per ora!

toccata-e-fuga15.  Perché secondo te i traduttori in Italia sono così poco considerati?

Non so se è soltanto una situazione italiana o se è lo stesso anche negli altri Paesi. Probabilmente accade perché siamo abituati a dare molte cose per scontate, a pretendere senza rendere merito al lavoro altrui.

16.  Si vive di traduzioni in Italia?

Assolutamente no. O meglio, ci si potrebbe riuscire consegnando almeno un paio di traduzioni al mese. Questo però comporterebbe un lavoro frettoloso e quindi di qualità scadente. Spiegare perché le traduzioni siano pagate così poco comporta un discorso lungo e complesso, che non coinvolge necessariamente soltanto le Case editrici, ma anche e soprattutto quel cancro dilagante che è la pirateria, che influisce in modo pesantemente negativo sull’acquisto dei libri. Se tutti i lettori acquistassero i libri che leggono, invece di cercare scappatoie, i fondi a disposizione delle Case editrici sarebbero maggiori. Ne conseguirebbero cui compensi migliori per noi e per gli autori e un numero maggiore di libri tradotti.

17.  Esiste/si instaura un rapporto con l’autore? Contatti mai l’autore per chiedere chiarimenti sul testo?

Personalmente, ho contattato l’autore solo in un paio di occasioni. Preferisco non disturbarli se non in casi strettamente necessari, quando non riesco proprio a venire a capo di un problema di traduzione. Mi lascio intimorire dagli autori, temo sempre di disturbare e finisco per fare scena muta 😀

51ntgm97aql-_sx311_bo1204203200_18.  Il libro che stai traducendo adesso?

Ball & Chain, di Abigail Roux 😀 Oh, sì… soffrirete tanto 😉

19.  Con l’avvento del self-publishing   si sta sempre più affermando anche la traduzione “fai-da-te”, o amatoriale. Cosa ne pensi di piattaforme di traduzione come Babelcube”?

Non conosco Babelcube e con i self ho avuto un’unica esperienza. Quello che posso dire è che penso sia una lama a doppio taglio. Sì, lavorare in self ti garantisce guadagni maggiori (a cui però poi vanno comunque sottratte tasse e pagamenti per eventuali consulenze, come il proofreading), ma ti fai anche carico di maggiori rischi. Non sempre è una scelta corretta e credo che dovrebbero avventurarsi nel mondo self unicamente i traduttori che hanno alle spalle una discreta esperienza. Personalmente, preferisco lavorare con una Casa editrice. Lo trovo più rassicurante.

22.  Con l’avvento dell’e-book e del self-publishing, sempre più lettori cercano libri stranieri tradotti in italiano e molte piccole Case editrici si affidano a traduttori per mettere sul mercato velocemente i romanzi tradotti. Ma la traduzione di un’opera letteraria costa parecchio, a volte cifre che una piccola Casa editrice non si può permettere. Come ti senti al vedere che sempre più traduttori occasionali e/o amatoriali vengono assoldati dalle piccole Case editrici per traduzioni veloci? E come, secondo te, si evolverà questo fenomeno?

Io nasco come traduttrice occasionale, perciò sarebbe ipocrita da parte mia giudicare negativamente la tendenza ad assumere nuove leve. Trovo che possa essere un’occasione preziosa per chi ha reali capacità ed è anche una sorta di selezione naturale: una Casa editrice che si trova male con un traduttore, non lo richiamerà mai per una successiva consulenza. Non apprezzo, però, chi si mette a tradurre, in proprio o sotto contratto, a prezzi stracciati. Questo danneggia i colleghi, rischiando di abbassare tariffe già basse. La professionalità andrebbe riconosciuta in modo adeguato, non svenduta.

In definitiva, se parliamo di Case editrici, come dicevo, credo che si tratti di selezione naturale. I buoni traduttori restano, quelli scadenti vengono scartati. In ogni caso, ci sono l’esperienza e la competenza di una Casa editrice alle spalle che possono aiutare a risolvere molti problemi che si potrebbero presentare. Se invece parliamo di self, beh, quello è un altro discorso. Non penso si possa andare allo sbaraglio da soli senza avere un minimo di esperienza, e non trovo giusto svendere il proprio lavoro, danneggiando tutti gli altri.

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3 Commenti

  1. Caterina
    11 gennaio 2017 at 8:59 — Rispondi

    Grazie per l’ospitalità, Amneris 😀

    • Babette Brown
      11 gennaio 2017 at 9:46 — Rispondi

      Siamo liete di averla avuta nostra ospite, Caterina.

  2. macrina
    11 gennaio 2017 at 10:31 — Rispondi

    Ho trovato l’articolo interessante, mi piace tradurre, anche se solo per me e per pochi intimi. Trovo che tradurre aiuti anche a scrivere meglio.

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