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Intervista a Giulio Mozzi

Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova. Dal 1993 a oggi ha pubblicato sei libri di racconti (il più recente: Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili, Mondadori 2009), due libri più o meno in versi (il più recente: Dall’archivio, Aragno 2014), due fortunati manuali di scrittura e narrazione (con Stefano Brugnolo: Ricettario di scrittura creativa, Zanichelli 2000; L’officina della parola, Sironi 2014), e una quantità di altre cose. Ha lavorato come impiegato, come addetto stampa, come fattorino di libreria. Dal 1998 lavora come consulente editoriale (Theoria, Sironi, Einaudi Stile Libero, ora Marsilio). Dal 1993 insegna scrittura e narrazione, e nel 2011 ha fondato a Milano la Bottega di narrazione. Vibrisse, il suo “bollettino di letture e scritture” è forse la più “antica” (nata nel 2000) pubblicazione letteraria attiva nel web italiano.

1. La prendo un po’ alla larga: è nato prima l’uovo o la gallina? (Leggi: in te è nata prima la passione per la lettura o prima quella per la scrittura?).

Non ho mai avuto “passione” per la scrittura; né ho mai sentito una qualche forma di “vocazione”. Leggo molto, più o meno da sempre, perché leggere è interessante e utile: sono nato in una famiglia colta, sono stato addestrato così. Lo scrivere racconti è nato, senza che me ne accorgessi, dall’abitudine di scrivere lettere (e quindi dall’abitudine di coltivare amicizie lontane).

2. Non riesco ancora a credere di poterti fare queste domande: come scrivi? Carta, penna, calamaio, moleskine, computer, iphone?

Mi sono seduto per la prima volta di fronte a un computer nel settembre del 1977. Non ho più smesso.

41ypgmpfa2l-_sx297_bo1204203200_3. Un sogno che si avvera, farmi gli affari di Giulio Mozzi: quando scrivi? Di mattina presto, di notte immerso nel silenzio? E dove? Hai un luogo particolare che ti ispira?

La mattina presto è molto produttiva: di mia natura dormo poco, e le ore tra le quattro e le sette sono sempre tranquille. Lavoro in sala: accanto a me, in questo momento, c’è lo stendino col bucato di bianco.

4. E veniamo alla parte più “succulenta”: sei un curatore editoriale. Di quelli temuti e venerati. Cosa significa essere Giulio Mozzi? Come sceglie i libri da pubblicare, Giulio Mozzi? E che requisito deve avere un manoscritto per colpire Giulio Mozzi e fargli dire “sì, lo voglio”?

Non sono un curatore, ma un consulente: sono cioè uno che suggerisce all’editore, non uno che decide cosa pubblicare. A sentirmi dire che sarei “temuto e venerato” mi viene da pensare che ho sbagliato lavoro: non mi piace essere temuto e trovo ributtante la venerazione.

Ricevo ogni giorno due, tre, quattro opere letterarie. Le guardo: ho l’impegno con me stesso di leggere almeno trenta cartelle di qualsiasi cosa. Brutto via quasi tutto, perché quasi tutto è molto brutto o molto ingenuo; delle milleduecento/millecinquecento opere che ricevo ogni anno ne leggo per intero forse un centinaio; e una o due le porto in casa editrice.

L’unico requisito importante è la bellezza.

5. Chi ti conosce e ti segue da tempo (vedasi la sottoscritta) sa che sei un lettore assiduo e particolarissimo, non leggi “cose banali” o semplici. Come scegli le tue letture? E quanti libri all’anno?

Leggo parecchio per studio. Non seguo particolarmente le pubblicazioni del tempo presente. Da un decennio scandaglio gli anni Sessanta e Settanta, secondo me – checché se ne dica – molto interessanti. Come tutti, vado per contiguità e continuità: se un’opera di Tizio mi interessa, cerco un’altra opera di Tizio; se so che Tizio andava sempre a cena con Caio, cerco un’opera di Caio. E così via. È come un domino infinito.

51im8xtsogl-_sx350_bo1204203200_6. C’è un genere letterario che prediligi? E perché? E se invece non c’è, perché?

Rispondo al contrario: ogni genere letterario ha un suo specifico immaginario; a me interessano pochissimo gli immaginari del giallo e del fantasy. Mentre, tanto per fare degli esempi, l’immaginario teologico e cosmologico mi interessa moltissimo, l’immaginario funebre e macabro idem (ma non l’horror). Quanto al perché, mi pare evidente: la fine del mondo e il morire sono cose che toccano tutti; i delitti e i draghi no.

7. Esiste una forma di lettura “critica” che si differenzia da una lettura “di evasione”? E se sì, quali sono le differenze, secondo te?

Le differenze stanno nella competenza (un lettore “critico” è un lettore che, oltre a leggere un’opera, vede come è fatta) e nell’attenzione (anche un lettore “critico”, se deve fare un lungo viaggio in aereo con code, attese, imbarchi, sbarchi, transiti, reimbarchi, eccetera, legge solo per passare il tempo – ossia per “evasione”).

Qualche tempo fa un bambino di undici anni, che si era appena letto (per intero) Il conte di Montecristo di Dumas, richiesto da me di un riassunto della storia cominciò dicendo: “In fondo, è la storia di una vendetta”. Questa capacità di sintetizzare l’intera complicata vicenda in una frase è già, secondo me, un bel segno di capacità critica.

8. Come sei diventato curatore editoriale? Ci sono corsi per diventarlo?

Consulente, non curatore. Ci sono scuole che insegnano il lavoro editoriale: la qualificatissima Fondazione Mondadori (che non c’entra niente con l’editore) a Milano, l’eccellente Studio Oblique a Roma, e altre. Cito queste due perché ci ho avuto che fare, ho visto lavorare persone che hanno studiato lì, e mi pare che la serietà sia indubitabile.

Io ho fatto tutto un altro giro. Avevo cominciato a pubblicare. Avevo cominciato a ricevere opere dattiloscritte da sconosciuti. Le guardavo. Quando trovavo qualcosa che mi pareva interessante, la segnalavo agli editori con i quali avevo che fare per le mie pubblicazioni. Dal 1994 al 1998 è stato un passatempo, dal 1998 è cominciato a diventare qualcosa di serio, dal 2001 è un lavoro.

51lj8z307sl-_sx367_bo1204203200_9. Perché fare editing a un testo? È davvero così importante? In fondo i lettori non guardano tanto per il sottile; se la trama è accattivante non badano alla grammatica e alle ridondanze, o no? Secondo te l’autore si può sentire sminuito dall’ingerenza dell’editing nei suoi scritti? Editing invasivo sì, oppure editing invasivo no?

Ci sono opere che non hanno alcun bisogno di editing: e quindi non lo si fa. L’idea che “i lettori non guardano tanto per il sottile” mi sembra offensiva per i lettori, e per di più sbagliata. L’idea che gli scrittori scrivano con errori di grammatica mi pare altrettanto offensiva, e anche questa sbagliata. Peraltro il lavoro di editing spesso riguarda proprio il funzionamento dell’intreccio. Nessun autore si sente sminuito dal lavoro di un professionista che dice cose ragionevoli spiegando le ragioni di ciò che dice. L’editing può essere invasivo o non esserlo a seconda del tipo di opera, degli accordi con l’autore, del mercato di destinazione, eccetera. Nella narrativa di consumo l’editing può essere invasivo, soprattutto se si parla di opere che devono rispondere alle esigenze di un format; nella narrativa letteraria spesso l’editing non serve proprio o è lievissimo. Eccetera.

10. Sei uno dei pochissimi “big” dell’editoria italiana che parla, quando ne parla, con rispetto della narrativa di genere rosa/romance. Perché, secondo te, questo “astio” o disprezzo per un genere che vende e vende tantissimo? Non dovrebbe essere i contrario?

Non sono un “big” dell’editoria italiana: sono uno che lavora da quindici anni con contratti annuali da mille euro al mese. Se la narrativa rosa vende tantissimo, ciò significa che non è circondata da astio o da disprezzo, o almeno che a portarle astio e disprezzo è una minoranza numericamente trascurabile. Certo: è una narrativa altamente standardizzata, nell’ambito della quale è particolarmente difficile fare qualcosa di originale e di veramente bello. E capisco che chi – come me, peraltro – sia impegnato nella ricerca dell’originale e del bello possa avere degli attacchi di insofferenza. Credo che il disprezzo verso qualcosa serva spesso per rafforzare la propria “distinzione” dalla massa: io non sento il bisogno di rafforzare la mia “distinzione”, perché sono strano di natura, senza sforzo.

319my3d6pgl-_bo1204203200_11. Anni fa, sul sito di Pordenone Legge, ricordo scrivesti una sorta di piccolo decalogo con consigli a un aspirante scrittore: auto-pubblicarsi, farsi una mailing list a cui inviare un comunicato stampa del libro, promozione online e via discorrendo. Si tratta di parecchi anni fa, quando il self-publishing era ancora qualcosa da guardare con molta diffidenza e anche con una certa supponenza e ironia. Oggi, invece, le cose sono molto cambiate. Cosa ne pensi del fenomeno self-publishing? E come strumento di selezione dei manoscritti da parte delle Case Editrici Big? Lo consiglieresti a un aspirante scrittore?

Se non ricordo male, quell’articolo – che non ho sottomano – si rivolgeva a chi scrive poesia. All’epoca mi pareva che l’autopubblicazione fosse una scelta più sensata rispetto all’affidarsi a case editrici fasulle, la cui unica vocazione è: spillare soldi agli autori. Oltretutto, il mondo della poesia è così piccolo che veramente stampando un paio di centinaia di copie si soddisfa, per così dire, l’intero mercato. Oggi non è molto diverso.

Per la narrativa, invece, bisogna – oggi – fare dei distinguo. Pubblicarsi da sé in digitale è facilissimo; ed è ormai evidente che nell’ambito di certi generi letterari come il rosa o il fantasy o i miscugli di rosa e fantasy è possibile anche in Italia – cioè anche in un mercato strutturalmente piccolo come quello in lingua italiana – trovare un proprio pubblico e averne soddisfazione sia professionale sia economica. Se poi arriva un editore tradizionale e propone di fare un investimento pesante, allora va tutto bene. Si ricordi però che i “baciati dalla Fortuna” sono pochissimi. Dietro al successo mondiale di After o delle tremende Sfumature ci sono decine di migliaia di titoli autopubblicati che non hanno raccolto nessun interesse da nessuno. Se un editore tiene d’occhio le classifiche, e quando vede un titolo autopubblicato che ha successo fa un passo: be’, si potrebbe dire che fa il proprio mestiere (o almeno quella parte di mestiere che consiste nel far cassa), ma si potrebbe anche dire che rinuncia a fare il proprio mestiere (perché fa dirigere le proprie scelte da quella sorta di indagine di mercato permanente che sono le classifiche).

12. E  avresti un consiglio anche per chi ha già pubblicato il primo romanzo e deve orientarsi per ottenere una seconda pubblicazione?

Sì. Se sei contento del lavoro col tuo primo editore, resta con lui. Se non sei contento del lavoro col tuo primo editore, prima di prendertela con lui domandati che cosa hai sbagliato tu. E accetta l’idea che ci sono opere che non hanno successo perché non lo meritano.

Io ho lavorato con editori grandi e con editori piccoli; e, tranne in due casi dove era evidente che avevo sbagliato io, sono sempre stato soddisfatto.

AMNERIS DI CESARE

Potete trovare i romanzi di Amneris Di Cesare QUI.

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