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Diario di Viaggio: in Islanda con Lidia Calvano

Decidere di visitare l’Islanda è una scelta o molto snob o molto freak. Non è una meta turistica scontata, non promette richiami storici o archeologici, monumenti, arte, musei, tuffi nel passato della cultura classica o mitteleuropea. In compenso è il paese più caro d’Europa, più di Svizzera e Danimarca (e ho detto tutto): prendete il prezzo di un qualunque genere qui in Italia, moltiplicatelo per tre e avrete un’idea del costo della vita che sopportano, a parità quasi di stipendi con i nostri.

Si va in Islanda perché si è già visitato tutto il visitabile nel raggio delle sei ore di volo, oppure perché si parte con lo zaino e il sacco a pelo con una comitiva di amici giovani e avventurosi. Niente vie di mezzo. Nel primo caso si pernotta in alberghi decenti ma non lussuosi, si viaggia in fuoristrada o in pullman 4×4, si ha una guida esperta parlante numerose lingue (Dio ci scampi dal pronunciare anche solo un termine nella loro), si fa il giro veloce delle tante bellezze naturali e si può scegliere se mangiare dell’ottimo pesce atlantico dalla forma spaventosa oppure concedersi degli hamburger di importazione. Nel secondo caso, ci si muove con autostop, trekking o percorsi a cavallo per numerosi giorni di fila, dormendo in baite con pagliericci e bevendo dai ruscelli.

Per motivi di età e di salute, nonché di mancata predisposizione all’avventura e alle scomodità, con la mia famiglia ci siamo orientati sul primo percorso; non ce ne siamo affatto pentiti, anche perché in questo modo è stato possibile vedere molte delle differenti bellezze che l’isola offre, sia pur a tappe forzate. Abbiamo sacrificato il contatto stretto e meditativo con la natura, a favore di un programma più vario e ricco di panorami e cose da scoprire. Del resto, siamo cinquantenni che si sentono sul collo il fiato del tempo che passa inesorabile, e l’adolescente di casa per fortuna non ha ancora troppa voce in capitolo sulla scelta dei tour operator.

Ma eccoci al dunque. Cosa ci aspetta? Una terra di frontiera, in una breve definizione. Trecentomila abitanti in totale, quasi tutti nella zona della capitale: Reykjavik è un’amena cittadina portuale, ma non aspettatevi architetture mozzafiato né vestigia di antichità vichinghe. In compenso, se è dai tempi del Capitano Achab che volevate vedere come è fatta una nave baleniera, il porto vecchio è il posto che fa per voi.

La bandiera dell’Islanda

Il popolo islandese non possiede un esercito, ma squadre di soccorso in mare molto attrezzate ed efficienti, su base del tutto volontaria. Probabilmente sarete in Islanda nel periodo in cui tra tramonto e alba non passano neppure due ore, ma provate a immaginare cosa vuol dire invece dover uscire a pesca per il resto dell’anno. A Nord, la sua costa lambisce il Circolo Polare Artico; a Sud, nessuna terra emersa la separa dall’Antartide. Per dire.

Se è vero che siamo in una terra di confine, ne consegue che il suo popolo è a tutt’oggi, soprattutto nella mentalità, un ristretto gruppo di coloni che fa i conti con un ambiente tra i più ostili del pianeta. Se ne hanno continui riscontri, appena mascherati dall’impeccabile gentilezza verso gli stranieri e dalla moda dei tatuaggi con cui, ahimè, anche qui usano decorare le pelli chiarissime.

Una esemplificazione per tutte: in tutti i buffet della prima colazione, accanto a dei bicchierini di vetro che sembrano fatti per il gin, è sempre presente una bottiglia di olio di fegato di merluzzo; i locali se ne abbeverano di una dose, immancabilmente, tutte le mattine, a digiuno. Son problemi che noi del Sud, che ogni sera chiamiamo i nostri cari, preoccupati per l’ondata di afa che li sta opprimendo, non possiamo capire, e non capiremo neppure in visita qui, a meno di non venirci, un giorno, nel lungo periodo invernale.

Le piste sterrate che tagliano l’isola da Nord a Sud sono un tormento per la schiena ma una delizia per gli occhi. Ne uscirete con il posteriore a pezzi, ma potrete dire di aver visto Marte, oppure la terra degli Hobbit, perché ogni altipiano è un mondo a sé stante, con caratteristiche diversissime. Queste piste sono aperte solo per due mesi l’anno, per il resto il grosso del paese è coperto da neve e ghiacci. Eppure la capitale, grazie alla corrente del golfo, non è più fredda di Berlino, in inverno. Non che non vi nevichi, ma il vento impedisce alla neve di attecchire a terra. Gli abitanti dicono che in Islanda il freddo arriva con il vento, e se lo dicono loro c’è da crederci.

Non ho mai visitato un posto dove fosse così semplice scattare una fotografia senza nessuno tra i piedi, o dove l’acqua di tutti i rubinetti esistenti fosse così buona e leggera. Ma, ripeto, siamo in piena estate, e so bene che l’impressione di grande amenità (stemperata dal fatto che si indossano sempre e comunque pile e giacche da sci) è fugace e ingannevole. Qui tra poche settimane non si scherzerà più. I capi di bestiame verranno riparati negli ovili coperti di zolle di torba e gli abitanti nel tempo libero si dedicheranno al teatro, alla lettura, a intrecciare maglioni di lana e a fare figli (media delle donne islandesi: tre a testa).

Ma non ci pensiamo, ogni popolo ha in fondo le sue angosce, prendiamo il meglio di quello che questo posto meraviglioso ci offre, in fondo siamo solo turisti in vacanza. Godiamoci allora l’avvistamento di decine di balenottere nelle baie del Nord; i faraglioni neri della costa Sud; l’impressionante faglia che divide la zolla tettonica americana da quella euro-asiatica; i ghiacciai perenni che arrivano con le loro lingue al mare e creano lagune meravigliose; le mandrie di cavalli dal manto variegato e le lunghe criniere tenuti allo stato brado; le cascate altissime e di ogni portata, dalla filiforme a quella più potente d’Europa; i muschi di un verde così fluo che non si riesce a immortalarli su nessun supporto fotografico che renda loro merito; le aree geotermali che Dorè aveva immaginato per l’inferno dantesco, con tanto di proverbiali geyser. Niente aurore boreali, purtroppo, non è periodo: troppa poca notte, anzi quasi per nulla; ma è un bene, salutare un posto che si è visitato con un desiderio non pago…

Pochissima pioggia, nei nostri otto giorni di permanenza; la guida non ha mancato di farci notare più volte che per tale ragione dovevamo considerarci “benedetti”. Scommetto che lei ci considerava tali per tante altre ragioni, eppure sono molto orgogliosi della loro terra. Quando le abbiamo chiesto se gli abitanti vanno altrove in vacanza in agosto, lei ha sorriso e ha risposto: «No, casomai in altri periodi dell’anno. Noi amiamo la nostra estate!»

Sembrerebbe un popolo molto pragmatico, dotato di scarso spirito religioso (pochissime chiese, quasi tutte protestanti e molte sconsacrate), eppure se nel mezzo di una strada asfaltata vedete una curva senza apparente ragione, siate certi che è per causa della gente nascosta, gli Hidden People. Proprio lì c’era casa loro, e durante i lavori di costruzione della via ne hanno combinate tante e tali che gli ingegneri hanno dovuto cedere e far deviare il tracciato.

Negli spostamenti passivi prolungati in genere si tende a dormicchiare, eppure in questo viaggio non mi è passato neppure per la mente: troppa fame di vedere, esplorare con lo sguardo, seguire le suggestioni della fantasia. Nelle lunghe ore di percorsi in autobus mi piaceva immaginare gli Hidden People dietro una cascata, o sotto una distesa lavica nera e crepata, o a saltellare, invisibili, sul fitto e soffice tappeto di muschi. Non mi importava che aspetto avessero, ma all’improvviso mi sono trovata a parlare con loro. A chiedere se potevano aiutarmi a risolvere un problema importante, o almeno a far sì che io non lo vivessi più come un problema.
«Lascialo qui con noi» mi hanno proposto e io ho accettato, convinta che quella terra fosse impregnata di sciamanesimo e di spiritualità più di ogni altra che io abbia visitato.

Ma con la gente nascosta bisogna trattare, negoziare. E allora, in cambio di questo loro favore, cosa potevo fare, da sopra un pullman turistico in preda agli scossoni?
«Vi piace la musica?» ho chiesto.
«Naturalmente…»
«Potrei canticchiarvi una canzone, sottovoce, però, se no qui mi prendono per matta.»
«Va bene, di chi è?»
«Di un nostro grande musicista, che purtroppo non c’è più da anni.»
«E di cosa parla?»
«Di una scatola con un nastro rosa.»
«Va benissimo…» mi hanno risposto.

Immagino che abbiano accettato e gradito lo scambio, perché al rientro a casa in effetti il mio fardello era molto più leggero.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

8 Commenti

  1. Babette Brown
    6 ottobre 2017 at 5:48 — Rispondi

    Ma si può… Dico, si può scrivere un Diario di Viaggio che, alla fine, ti riempie gli occhi di lacrime?
    Se sei Lidia Calvano, si può. Accidenti!

  2. Lidia Calvano
    6 ottobre 2017 at 7:04 — Rispondi

    Grazie tantissime, Babette, per l’ospitalità! Condividere con te e con gli amici del blog i ricordi e le emozioni di questo viaggio è stato meraviglioso e mi aiuterà a rievocarli ogni volta che ne avrò nostalgia! <3

  3. Giorgia Golfetto
    6 ottobre 2017 at 7:47 — Rispondi

    Santa pace! È un “resoconto di viaggio” (virgolette dovute poiché non si può davvero definire resoconto) fantastico.
    Stupendo.

  4. ilaria Carioti
    6 ottobre 2017 at 12:08 — Rispondi

    Bellissimo diario di viaggio, ti fa sognare… Credo che scoprire mondi diversi sia qualcosa di straordinario, a mio dire il modo migliore di spendere soldi.

  5. Estelle
    6 ottobre 2017 at 19:04 — Rispondi

    Magia pura. Mi hai fatto sognare e commuovere.

  6. Lucia Eva Sistro
    6 ottobre 2017 at 19:26 — Rispondi

    Un soffio d’incanto <3

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