Pensieri sparsi

Il titolo: gioie e dolori (2)

Il titolo è l’ultimo dei miei problemi. Mi basta rileggere quello che ho terminato di scrivere e, PAF! Eccolo lì che mi chiama, vestito da frase-chiave della storia, facendo capolino da un paragrafetto tranquillo che magari avevo scritto senza dargli eccessiva importanza. Una metafora, un modo di dire ricorrente nella trama, un soprannome. Almeno per adesso, almeno: che ne so che magari dal prossimo romanzo non sarà più così, e allora lo chiederò a voi. (Dario Villasanta)

Continua la nostra carrellata di pareri ed esperienze che autori e autrici hanno descritto chiacchierando su Facebook. Oggi tocca ad Amneris Di Cesare, Federica D’Ascani e Federica Soprani.

 AMNERIS DI CESARE

E se vi dicessi che per ogni titolo di un mio romanzo c’è dietro una storia da raccontare?

Vi parlerò solo del primo. In effetti il primo libro pubblicato è quello che, credo, rimane nel cuore più di tutti. Per “Nient’altro che amare“, edito poi da Cento Autori, il titolo ideale era il soprannome della mia eroina, Zannuta. Maria, infatti, ha un grosso difetto, ha i denti davanti sporgenti e tutti in paese la prendono in giro, la maltrattano, la violentano anche grazie forse a quel soprannome, che per puro caso e sbadataggine, le è stato dato da sua madre e che le resterà cucito addosso tutta la vita.


Insomma, Zannuta era il titolo ideale. Se non fosse che l’editor un giorno mi telefona e mi dice: “I distributori del Nord dicono che ‘Zannuta’ è un titolo troppo ‘regionale’, al nord non lo comprerebbe nessuno, bisogna cambiare il titolo…”
 A niente vale il replicare che “zannuto” è un termine assolutamente italiano, e che se così fosse, Accabadora di Michela Murgia non avrebbe neppure visto l’ombra di uno scaffale e invece ha persino vinto Il Campiello.
 Niente, devo cambiare il titolo e suggerire qualche alternativa.


Ora, nel testo, a un certo punto, uno degli uomini di Zannuta le dice:
”tu tene u mèle dint’i gamme!” (trad.: hai il miele tra le cosce). 
All’editor il titolo “Il miele tra le cosce” piace un sacco ed è tutto bello contento di propormelo. 
Io inorridisco. 
Zannuta è un libro, sì, d’amore, sono tante le storie d’amore all’interno di questo libro di non più di 120 pagine, ma non è certo un libro erotico. E “Il miele tra le cosce” evoca una cosa del genere. 
Mi spremo le meningi e penso che a un certo punto Zanny dice:
”Sono una donna che ama, che non sa far altro”
 e mi viene in mente che il tema principale di questo romanzo è proprio questo: l’impossibilità di Maria a fare altro, nient’altro che amare.
 Da lì nasce la proposta che poi è diventata titolo.
 Devo ammettere che non mi dispiace.
 Anche se, tutti i lettori continuano a chiamarlo “il libro della Zannuta”.

FEDERICA D’ASCANI

«Era una notte buia e tempestosa e tutti si guardavano con sospetto alla ricerca di qualcuno che potesse rispondere alla descrizione del testimone…»

Bene, ho scritto la prima frase… devo trovare un titolo!

Ma no, ma che cerchi il titolo viene dopo!

No no, devo cercare un titolo altrimenti mi blocco.

Ma è impossibile! Il titolo viene da solo
. No e poi ancora no. Se non trovo un nome per questo “coso” io non scrivo oltre. Sarebbe come partorire un ragazzino e sceglierne un nome all’età di 4 anni perché… devo vedere come crescerà. No: titolo e subito! Poi magari lo cambio, ma intanto ne ho bisogno. E tu… Tu fatti i cacchi tuoi!

Bene, questo è ciò che mi sono sempre sentita dire già dal primo romanzo e non scherzo. Eh, la gente che ne ha sempre una per tutti mica va in vacanza per non rompere le pelotas a te. Ho sempre fatto di testa mia, soprattutto perché ormai, come Nadal, ho le mie fisse senza le quali non posso proprio andare avanti. Scritto il primo paragrafo (al massimo) inizio a cercare una citazione o una poesia che si possa intonare al senso che voglio trasmettere con l’opera, poi via di titolo. E inizio a fare milioni di congetture, giocando con le parole. Se proprio non riesco a trovare qualcosa di decente, individuo una canzone e inizio a frammentarla estrapolandone una frase e iniziando a giocare con quella. Insomma, cercare il titolo per la propria opera non è per nulla facile. Trovarlo per gli altri, invece, lo è molto di più, almeno per me. Comincio a sparare fino a che non ne azzecco uno.

Ma sono sempre andati bene i miei titoli?

Sì, tranne per “L’istinto di una donna“, che inizialmente era Duplice Istinto.

Oddio, pure “Splendido come il sole di Tulum” sarebbe dovuto essere differente, ma in mancanza di alternative utili questo è rimasto.

Sarà stato un bene? Be’, almeno so di averci messo tutto l’impegno possibile a trovarlo!

FEDERICA SOPRANI

I titoli… bell’argomento. Per me cambia molto di situazione in situazione. Di solito non scopro il titolo fino alla fine, ma mi è capitato di svegliarmi la mattina con un titolo in testa e di decidere di scriverci un racconto sopra.

Per quanto riguarda le cose che ho pubblicato, “Corella, l’ombra del Borgia” è stato frutto di una riflessione profonda sul testo stesso. Inizialmente avrei voluto intitolare il romanzo semplicemente “Corella” (il mio protagonosta si chiama Michele Corella…), ma le mie editrici mi fecero notare che nessuno avrebbe capito di che cosa parlasse il libro. Non avevano tutti i torti: io con Micheletto ci convivo da vent’anni, ma le persone sane di mente tendono a ignorare chi egli fosse.

Così ho deciso di includere il nome ‘Borgia’ nel titolo, che sicuramente avrebbe richiamato folle (…) di appassionati. L’ombra nasce dal fatto che Michele, in quanto sicario al servizio di Cesare Borgia, raccoglieva su di sé la summa dei suoi peccati e delle sue colpe, macchiandosi in prima persona dei crimini da lui voluti, facendosi strumento della sua rabbia, della sua lungimiranza, della sua crudeltà.

Per quanto riguarda “Victorian Solstice“, il solstizio è il momento in cui il Sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l’eclittica, il punto di declinazione massima o minima. L’epoca vittoriana mi ha sempre affascinata per le sue contraddizioni, le sue ombre spaventose alle quali fanno da contraltare luci sfavillanti. Un periodo di massima opulenza e ricchezza anche morale e intellettuale e, al contempo, l’inizio della fine dell’innocenza in Europa. I titoli dei singoli racconti, poi, sono sempre mirati.

– La Società degli Spiriti (fu un’istituzione esoterica nata a Londra in seno alla Golden Dawn nel 1887).

– La Lega dei Gentiluomini Rossi (omaggio a Sherlock Holmes e alla sua ‘La Lega dei Capelli Rossi’ e ad Alan Moore con la sua sua Lega dei gentiluomini straordinari).

– I Figli del Pozzo di Carne (in questo caso leggete il racconto, se ne avete il coraggio…).

– I Fantasmi dei Natali passati (chiaramente un omaggio a Dickens e ai suoi fantasmi di Natale. Il racconto, che chiude la prima ‘stagione’ di VS è ambientato, appunto, a Natale).

E qui mi fermo, perché diventa una cosa lunga.

Aggiungerò solo che, in molti casi, finisco con l’associare le cose che scrivo con il nomignolo che i lettori danno loro. Per esempio il mio romanzo inedito ‘Rosenblutchen’ rimane per me e per chi lo ha letto ‘La rosa scarlatta del Reich’…

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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