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Il tepore dell’illusione, Viviana Giorgi

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Viviana Giorgi ci regala un delizioso racconto ambientato nella Londra di fine Ottocento. Siamo a casa di Sir Gregory Stafford che, certo, non si aspetta di ricevere la visita di una deliziosa fanciulla, venuta a riportargli i documenti sottratti da un ladruncolo…

Londra, 1896.

Sir Gregory camminava nervoso nella biblioteca della sua Town House in Hannover Street fissando la vecchia crosta incastonata in una pesante cornice d’oro. Lo faceva sempre quando doveva risolvere un problema o prendere una decisione importante. O scacciare pensieri fastidiosi.
Su e giù. Giù e su.
Per quanto quella tela non avesse alcun valore, a lei Sir Gregory Stafford affidava con fiducia pensieri, tesori e segreti.
Sir Gregory era un tipo originale, per nulla incline a subire in modo pedissequo le regole della società in cui viveva.
In generale, giudicava gli uomini noiosi e poco stimolanti, le donne affascinanti, sorprendenti e decisamente temibili a causa della loro acuta intelligenza e vivace perseveranza. Non che fossero unicamente queste le doti che in loro apprezzava, tanto che qualcuno mormorava che avesse avuto un’amante per ogni giorno trascorso in terra.
Quel qualcuno esagerava, naturalmente.
Era un rompiscatole, Sir Gregory.
Non ammetteva errori né da se stesso né dagli altri. Era arrogante e presuntuoso. La sua lingua era tagliente, come i suoi occhi scuri. La sua mente era pronta a ricevere, in rari casi a dare. Era famoso per essere irascibile, prepotente, a volte villano.
Si diceva che avesse affrontato dieci duelli e che li avesse vinti tutti. Una esagerazione che lo infastidiva.
Si diceva anche che fosse uno degli uomini più ricchi d’Inghilterra e che danari e potere li avesse conquistati lavorando sodo, con coraggio, disciplina e una non comune e fantasiosa intelligenza.
E non si esagerava.

Sir Gregory viveva la sua vita come una perenne sfida, come un’infinita terra di conquista.
Possedeva case in tutto il Regno e oltre oceano, un giornale influente, una casa editrice e una banca. E, nonostante temesse il mare più della peste, una cospicua quota di una società di navigazione.
Era un uomo dal fascino duro, scostante e di bellezza non comune. Una bellezza che proveniva più dall’irregolarità dei lineamenti che non dalla loro perfezione: il naso un po’ storto, il mento volitivo, i capelli sempre spettinati e troppo lunghi sul collo, gli davano quel tocco maudit e un po’ rude che lo rendeva agli occhi delle donne irresistibile. Non portava né baffi né barba, che riteneva essere focolai di sporcizia e pure l’inconfutabile prova della stretta parentela che legava l’uomo alla scimmia. Spesso aveva con vigore sostenuto dalle pagine del suo giornale, “The Star”, la teoria evolutiva di Darwin al quale, se solo fosse stato ancora in vita, avrebbe con piacere indicato nomi, cognomi e titoli nobiliari di coloro che lui riteneva essere i discendenti diretti del misterioso anello mancante.
Sir Gregory lanciò un ultimo sguardo alla tela, bevve un sorso di whiskey e si ributtò nella lettura del manoscritto che un irlandese, un certo Bram Stocker, gli aveva inviato, un curioso e inquietante romanzo su un conte della Transilvania.
Mancavano sei ore al termine di quella domenica, 20 dicembre 1896. Una giornata da rimuovere dalla memoria per Sir Gregory, nata male e probabilmente destinata a finire peggio.

Tutto era iniziato con un biglietto della sua amante che gli comunicava il ritorno improvviso in città del marito. Il fatto, in se stesso, non avrebbe avuto la minima importanza se non avesse interferito con il proposito di Sir Gregory di soddisfare quel pomeriggio stesso le proprie maschili inclinazioni con la signora in questione.
Seccante.
Poi ci si era messo il caffè. A colazione se ne era versato una tazza bollente addosso, con conseguente e necessario cambio degli abiti e principio di ustione della mano sinistra.
Doloroso.
E che dire della visita indesiderata di Lord Monrock? Quell’uomo insulso lo aveva costretto a sopportare futili discorsi per una buona mezz’ora e ad accettare il suo invito per l’ abituale soirée del 23 dicembre, durante la quale i numerosi pargoli e adolescenti di casa si sarebbero esibiti in una infinita lagna di canti natalizi.
Molto fastidioso.
E per finire, quel pomeriggio, ritornando a casa a piedi, un ragazzino gli aveva rubato la borsa contenente qualche sterlina e i documenti indispensabili a portare a termine l’affare cui da tempo lavorava.
Gra-vis-si-mo!
E di chi era la colpa? A pensarci bene, del marito della sua amante che, dimostrando un’imperdonabile mancanza di tatto, lo aveva costretto a passare l’intero pomeriggio non in piacevoli occupazioni, ma alla scrivania del suo ufficio ai Docks. Una fitta di pura rabbia gli strinse il petto al ricordo di come quel monello di non più di dieci anni, figlio del diavolo e probabilmente più furbo del diavolo stesso, l’avesse giocato. Un pugno si abbatté con particolare violenza contro il povero conte Vlad che certo a tal colpo dovette trasalire nella sua cassa, oltre che fra le pagine del manoscritto.
Con la complicità del ghiaccio, la cui formazione in quel preciso punto della strada Sir Gregory pensava non fosse casuale, quel diabolico ragazzino aveva perpetrato il suo semplice quanto efficace piano: una spinta ben assestata alle ginocchia e lui si era ritrovato a gambe levate, ferito più al fondo schiena che nell’orgoglio. Il piccolo furfante gli era scoppiato a ridere in faccia quando lui aveva cercato senza successo di rialzarsi, rovinando di nuovo in modo maldestro sul ghiaccio. Poi il piccolo demonio gli aveva tirato fuori la lingua, si era impossessato della borsa e si era volatilizzato più veloce del vento tra gli edifici fatiscenti dei Docks. E provare a rincorrerlo era stato come buttare petrolio sul fuoco: dopo due passi incerti, il piede sinistro era andato a destra, il piede destro a sinistra e il suo fondo schiena si era ritrovato vis à vis con il ghiaccio.
Di nuovo.
Dannazione al moccioso! Dannazione alla domenica!
Lui odiava la domenica.
Delle poche sterline che conteneva la borsa non gli importava nulla, che se le tenesse pure il dannato, ma i documenti! Per prepararne di nuovi ci sarebbe voluta almeno una settimana e il lavoro di due o tre impiegati.
A meno che non fosse riuscito a ritrovare il ladruncolo…

Mentre si dibatteva tra l’allettante pensiero di come avrebbe punito il piccolo delinquente se lo avesse catturato e la triste consapevolezza che il reo non fosse che un povero bimbo costretto a rubare per vivere, Roop, il maggiordomo, bussò e si affacciò discretamente alla porta.
«Sir Stafford, una visita per voi.»
“Alle sei e mezza del pomeriggio? Di domenica?”
L’espressione stupita del suo padrone non provocò nel domestico la benché minima reazione.
«Il biglietto?» chiese Sir Gregory sorpreso di non vedere tra le mani del domestico il vassoio d’argento su cui venivano posati i biglietti dei visitatori.
«Temo che la signorina non ne sia dotata» proseguì il maggiordomo, «ma che sia fornita di borsa, di una borsa esattamente identica a quella che vi è stata rubata quest’oggi, signore.»
«Cosa?» proruppe Sir Gregory alzandosi in piedi di scatto. «Presto, Rook, fatela passare.»
Non sapeva bene cosa aspettarsi, Sir Gregory. Una serie di ipotesi si materializzarono nella sua mente. Quella che la donna fosse la complice del piccolo mascalzone gli apparve la più probabile.
Comunque fosse, non era preparato a quella visione. Si era immaginato una donna volgare, col volto dipinto, dal forte accento cockney, pronta a chiedergli denaro in cambio della restituzione del maltolto.
Invece gli apparve un angelo.
Un angelo infreddolito e leggermente zoppicante. Avvolto in un mantello di colore indefinibile che aveva visto tempi migliori. Con lunghi capelli neri trattenuti da un semplice nastro verde. E coperto di neve dalla testa ai piedi.
Tremando, probabilmente per il freddo e non per l’emozione di trovarsi al suo cospetto, l’angelo gli si avvicinò e parlò. La voce era incerta, ma melodiosa. Con un’inflessione straniera.
“Un angelo francese?”
«Credo che vi appartenga sir. L’ho sottratta allo stesso ladruncolo che ha cercato di impadronirsi della mia reticella, giù ai Docks
«Cercato, dite? Siete dunque riuscita a rialzarvi e a rincorrerlo?» fece Sir Gregory sorpreso.

L’angelo gli restituì la stessa espressione di stupore.
«Come sapete che sono caduta? Anche voi siete stato spinto sul ghiaccio, forse?»
«Oh sì, e la mia schiena se ne rammarica ancora. Ma a quanto pare voi siete stata o più fortunata o più agile di me.»
«Entrambe le cose, probabilmente, signore.»
Un sorriso le illuminò per la prima volta il viso.
“Un angelo che sorride.”
Sir Gregory fece un passo verso la giovane che subito indietreggiò, mutando repentinamente il sorriso in aria di sfida.
Fu Sir Gregory a sorridere, questa volta, rassicurante.
«Posso riavere la mia borsa, signorina?» le chiese allungando un braccio.
Lei gliela porse e disse:
«Vi devo avvisare, signore, che manca una sterlina, o almeno una sterlina del denaro che vi ho trovato dentro. L’ ho data al… ladro.»
Lui la guardò stupefatto prima di aprire la borsa e constatare che i preziosi documenti che temeva persi per sempre erano ancora lì. Anche i soldi c’erano, quasi tutti almeno. L’angelo aveva davvero donato una sterlina – e che non le appartenesse era un particolare non trascurabile – al ladro che l’aveva prima fatta cadere e poi cercato di derubarla? Perché mai? Era forse una stupida?
Non riuscì a rispondere a queste difficili questioni perché lei, intanto, aveva ripreso a parlare.
«Se avessi avuto con me più di tre scellini, gli avrei dato il mio denaro e non il vostro… Spero che capirete.»
Lui la fissò come se non capisse. Non rispose.
«Roop» sbraitò invece, «ordinate il te e fate portare una coperta. E voi, signorina accomodatevi davanti al camino. Siete gelata e tremate come una foglia.»
Detto ciò, guardò fuori dalla finestra della biblioteca e vide il chiarore della neve illuminare la notte. Per un istante tutto divenne immobile e bianco e Sir Gregory si sentì turbato da quella pace impalpabile, colpito dalla bizzarra sensazione che la sua vita stesse per ricominciare.
La donna, nel frattempo, non si era mossa e sembrava essere indecisa sul da farsi. Lui cercò di incoraggiarla.
«Roop, prendete il mantello della signorina. E voi, accomodatevi, prego» la invitò indicando il divano davanti al camino acceso.
«No signore, vi ringrazio ma è meglio che vada. È molto tardi e le strade sono ghiacciate e ricoperte di neve. Ho ancora molto cammino da fare prima di raggiungere casa.»
«Non dovete temere per questo, signorina, più tardi vi farò riaccompagnare in carrozza.»
“O forse vi riaccompagnerò io stesso.”
La reazione che il suo corpo ebbe a quel pensiero gli provocò un inatteso imbarazzo.
Lei si sfilò titubante il mantello che gocciolava. Roop si materializzò al suo fianco e glielo prese dalle mani, poi uscì dalla stanza, lasciandoli soli.
Sir Gregory e l’angelo.
No. Non erano canti celesti che risuonavano nelle sue orecchie adesso quando la guardava. Erano sensazioni decisamente umane, maledettamente umane, ciononostante paradisiache.
L’angelo, senza quello straccio bagnato addosso, aveva assunto le sembianze di una misteriosa, bellissima giovane donna.
«Come vi chiamate, signorina?»
Gli occhi di Sir Gregory istintivamente incominciarono un’accurata ispezione della ragazza mentre quella, i palmi delle mani verso le fiamme, cercava il conforto del calore.
La pendola batté un quarto alle sette.
«Magdalène Chanier.»
Era vestita modestamente, ma con buon gusto. Di verde, come i suoi occhi e il nastro tra i capelli. Una giacca aderente esaltava la vita sottile e fianchi flessuosi e torniti. La gonna, di lana grezza e poco costosa, poggiava delicatamente sulle natiche. Sir Gregory non poté che apprezzare quanto i suoi occhi vedevano, proseguendo con l’aiuto dell’immaginazione la sua poco signorile perlustrazione. “Le gambe devono essere lunghe, e snelle”,valutò inclinando la testa di lato per giudicare meglio. Resistendo all’impulso di allungare una mano per verificare quell’ultima considerazione ed evitare così spiacevoli malintesi, incrociò le braccia sul petto e chiese:
«Etes vous française?»
La donna si girò, lo guardò sorpresa, forse per l’ottima pronuncia esibita, e si sedette. Sir Gregory apprezzò che la giacca di Magdalène, pur non essendo particolarmente alla moda né di buon taglio, si aprisse leggermente rivelando che anche il davanti della donna era degno di ammirazione. Ma sfortunatamente coperto da un’accollata camicetta di cotone bianco. Sir Gregory odiava le camicie di cotone bianco. Così poco femminili, così poco pratiche da sfilare… Finiva sempre per dover lottare con i bottoni dei polsini…
«Mio padre lo era. Mia madre era inglese.»
Gli occhi erano la parte di una donna che Sir Gregory guardava per ultima. E non perché non ne fosse attratto. Al contrario. Anzi, proprio a causa del contrario. Era convinto che un paio di occhi, prima o poi, lo avrebbero catturato e condotto alla dannazione eterna. Così, anche in questa sua poco signorile esplorazione, lasciò gli occhi della signorina per ultimi.
«Posso chiedervi cosa fate a Londra, mademoiselle
«Ci vivo a Londra, monsieur
Lui le si accomodò a fianco ma, nonostante ci fosse almeno un intero cuscino fra loro, la vide irrigidirsi.
“Ẻ irrequieta. Insicura. Si chiede cosa ci stia facendo in questa casa sola… con me. Come darle torto?”
Ancora una bizzarra sensazione.
“Questa giovane e intimidita creatura sarà la mia conquista più difficile.”
Le sorrise, con quel suo sorriso che poteva gelare o riscaldare una persona fino in fondo all’anima. E le fissò le labbra, non riuscì a evitarlo. Belle, piene e arrossate dal freddo. Ma lui le immaginò rosse di baci. Dei suoi baci, per la precisione. Se ne stavano socchiuse sopra un mento delizioso che incorniciava una fossetta che compariva e scompariva di continuo, come per magia, in un gioco ipnotico. A fatica distolse lo sguardo dalla fossetta e dalle labbra della donna. E lo fissò sul suo naso.

Non era più un angelo. Neppure una giovane donna misteriosa.
“Chi sei, sorprendente creatura?”
Sir Gregory cercò inutilmente una risposta.
«Signore, se ho chiesto di parlarvi e non ho semplicemente restituito al vostro domestico la borsa che vi appartiene…»
Un naso che era piccolo e impertinente, leggermente piegato all’insù. Sentì il desiderio di prenderlo fra le labbra, di leccarlo indecorosamente. Se l’avesse fatto, pensò, la donna sarebbe probabilmente svenuta per lo spavento.
«…è per spiegarvi il motivo per cui ho senza il vostro permesso prelevato una sterlina dalla borsa e l’ho data a quella piccola peste.»
Ormai Sir Gregory non provava più alcun interesse per il contenuto della borsa. Figuriamoci per una misera, insignificante sterlina. Possedeva talmente tante sterline che era stato costretto a comprare una banca per avere un posto dove metterle tutte, come un bambino avrebbe comprato un salvadanaio. Che insulso argomento era il denaro, quando la sua mente era alle prese con contenuti molto più stimolanti!
Come, per citarne uno, elaborare la migliore strategia per farla sua. Subito. Su quel divano.
Lo sguardo di Sir Gregory si fermò sulle gote della donna. Aveva zigomi alti e pieni, arrossati dal freddo. Sarebbe svenuta anche se le avesse sfiorato una guancia? Delicatamente, con la punta delle dita? Strinse le mani a pugno, un po’ per dispetto, un po’ per non cadere in tentazione. Un improvviso dolore alla mano ustionata dal caffè lo riportò, come la staffilata di un precettore, a più decorosi propositi.
«Mademoiselle Chanier. Avete fatto benissimo a dare a quel poveraccio una sterlina. Almeno per qualche giorno non dovrà più rubare per mangiare. Dovevate dargliele tutte. Anzi, domani torneremo insieme a cercarlo e gliele daremo tutte. Quante erano, dieci?»
Un’altra sensazione.
“sono decisamente impazzito! Pochi minuti fa l’avrei strozzato con le mie stesse mani quel piccolo farabutto e ora voglio regalargli i miei soldi?”
«Dieci sterline? Gli dareste dieci sterline?» domandò Magdalène sgranando gli occhi.
Fu in quel preciso momento che lui finalmente li vide. No, li aveva già visti e sapeva che erano verdi, leggermente allungati e velati da ciglia nere come neri erano i sui capelli di seta.
Fu in quel preciso momento che lui li guardò. Che ci si specchiò e vi affogò. Fu in quel preciso momento che fu sicuro di aver perso la sfida con lei.

Nello stesso momento, lei seppe di aver vinto la sua. Anche se… Cosa stava provando, forse dei rigurgiti di coscienza?
Noooo.
Lasciò che i loro sguardi rimanessero incatenati finché non fu certa che l’uomo fosse suo. Poi, con un sospiro e un repentino e quasi impercettibile movimento della testa, abbassò le palpebre e le guance si imporporarono nella più convincente esibizione di sottomissione e turbamento.
Di certo Sir Gregory avrebbe pensato che anche lei provasse il suo stesso indefinibile e sensuale struggimento.
Babbeo.
Roop fece un magistrale ingresso, discreto, ma imponente, seguito da due valletti che arrancavano sotto il peso di enormi vassoi.
Magdalène non mangiava da almeno un giorno e a quella vista gli occhi le si riempirono di lacrime. Nonostante una signorina ben educata in pubblico non potesse che spiluccare distrattamente, e non certo buttarsi sul cibo come un’ape sul miele, lei lo avrebbe fatto. Oh sì. Ci si sarebbe buttata sopra. Con voracità. Se solo fosse riuscita ad allontanare Sir Gregory dalla biblioteca per qualche istante, si sarebbe rimpinzata senza dover fingere una femminile avversione per la volgare abitudine di riempirsi lo stomaco.
Sperò che sua madre, da lassù, non la stesse osservando. Pensiero che le sorgeva spontaneo ogni giorno con una notevole frequenza.
No, certo sua madre non avrebbe approvato la bramosia con cui si sarebbe gettata sul cibo tra meno di un minuto. E neppure quello che avrebbe fatto quella notte.
Pregò che quella notte maman avesse di meglio da fare.
«Posso servire il tè, Sir?» chiese Roop dopo aver sovrinteso alla sistemazione dei vassoi sul tavolino di fronte al divano.
«No, Roop, vi ringrazio. Penso che Madamigelle sarà felice di versare il tè lei stessa.»
Magdalène lo fissò fingendosi stupita, ma poi sorrise e mormorò: «Sarà un piacere, Sir Stafford.» Dentro di sé esultava pregustando la vittoria.
Sorrise anche in modo angelico a un oltraggiato Roop che, seguito dai due valletti, si esibiva in una perfetta uscita di scena.

Finalmente soli!
Sir Gregory la osservava rapito, ammirato. Le mani di Magdalène non erano certo quelle di una signora, ma sicuramente lo erano state. Altrimenti non avrebbero avuto quella grazia innata e quella aristocratica sicurezza nel versare il tè e nell’offrirglielo. Il sorriso che gli rivolse mentre gli porgeva armoniosamente la tazza lo riscaldò più di un bicchiere di brandy. Di due bicchieri di brandy. Di un’intera bottiglia.
Gli aveva sorriso con la vibrante dolcezza dell’abitudine. Con la sconvolgente intimità che solo l’amore, soprattutto quello fisico può regalare. Chiudendo gli occhi per un istante, immaginò di infilare un anello nuziale all’anulare di quella donna che all’improvviso era tornata a possedere alcune connotazioni angeliche.
“Decisamente sono impazzito.”
Immaginò anche di sentire delle voci infantili provenire dall’altra stanza e dei bimbi irrompere nella biblioteca gridando: «Mamma, papà.» Quanti erano i pargoli? Almeno tre. No, quattro. C’era anche il più piccolo, di pochi mesi, in braccio alla bambinaia.
Il pensiero lo fece fremere, forse di desiderio, forse di terrore, forse di una gioia e di una serenità che disperava di poter mai raggiungere. Si alzò di scatto dal divano e le girò le spalle, nel tentativo di nasconderle le sue imbarazzanti e zuccherose visioni.

«Dio ti ringrazio!» mormorò Magdalène infilandosi un piccolo sandwich al tacchino e formaggio in bocca. Intero. Poi un altro, e un altro ancora. Sperò con tutto il suo cuore che il babbeo continuasse a rimirare le fiamme dandole il tempo di riempirsi lo stomaco.
Ma era davvero un babbeo, Sir Gregory?
Quando lui si girò, tutti i sandwich avevano già miracolosamente percorso il primo tratto del suo apparato digerente, ma fu lo sguardo in cui lui la avvolse a toglierle in modo definitivo la fame che solo poco prima sembrava ucciderla.
Sentì crescere una speranza assurda dentro di lei, un tepore pericoloso di cui avrebbe dovuto sbarazzarsi al più presto se non voleva finire a New Gate.
Il babbeo, con quegli occhi scuri che le promettevano il mondo intero, era peggio della peste per una come lei.
Lui si risedette, guardò il vassoio e alzò un sopracciglio. Dove erano finiti i famosi panini farciti di Roop?
“Devo averli mangiati io senza essermene neppure accorto.”
D’altronde, non poteva essere stato che lui ad averli spazzolati via con tanta cura. Non certo quell’uccellino spaurito…
Angelo. Donna bellissima e misteriosa. Uccellino spaurito. Le aveva in un secondo restituito ali, penne e piume.

L’uccellino spaurito stava spiluccando distratta un biscotto alla vaniglia. Che subito abbandonò nel piatto con un gran sospiro, fingendo una sazietà che non provava.
Nel far questo lasciò lo sguardo correre come per caso verso il quadro dalla cornice d’oro.
“Sei mio.”
Doveva concentrarsi, pensare al lavoro, non a scempiaggini romantiche.
La pendola batté le otto e trenta. Era tempo per lei di portare l’attacco finale. Anche se…
Quell’uomo le piaceva, doveva ammetterlo. E non perché fosse ricco, brillante, bello, gentile e…dannatamente ingenuo. Non solo per quello, almeno. Anche perché il suo profumo le faceva girare la testa e quando incontrava i suoi occhi una sensazione di calore la invadeva. Meglio, la stordiva. Ne aveva prese di botte in vita sua, Magdalène, e non solo in senso metaforico. Ma il colpo che Sir Gregory le aveva assestato con un semplice, profondo, significativo sguardo colmo di promesse era stato magistrale e sleale. L’aveva buttata a terra priva di fiato, colpendola al cuore. Oh, aveva provato, con tutta la forza e la determinazione della fuggiasca che era, a schivarlo ma nonostante l’esperienza e la sua indubbia abilità non vi era riuscita.
“Dannazione a lui!”
Le conseguenze stavano già facendosi sentire: struggimento, timore, tremore alle gambe, incertezza, sfarfallio nello stomaco. No, forse quello era dovuto semplicemente alla fame.
“Dannazione a me!”
“E se fosse stato l’uomo giusto? Avrebbe potuto mai esserci per lei l’uomo giusto?”
Non credeva al caso. Ciononostante era convinta che il caso, a volte, giocasse degli strani scherzi. Come era successo la prima volta che avevano cercato di arrestarla. Era stato grazie al caso se era riuscita a scappare e se la polizia non era mai stata in grado di risalire a lei!
Si passò una mano sugli occhi, come se di colpo non potesse sostenere l’intensa luminosità che la luce elettrica, una moderna diavoleria che quelli come lei non apprezzavano, diffondeva nella stanza. Sbadigliò. Uno sbadiglio solo accennato, celato con grazia dalla mano sottile. Le palpebre si chiusero sugli occhi verdi, lentamente, lentamente, tanto lentamente da poter regalare a Sir Gregory un ultimo, intenso, promettente, languido sguardo. Lo sguardo. Quello che Magdalène sfoggiava nelle grandi occasioni.
La mano scivolò sulla guancia e poi le cadde in grembo, mentre la testa si chinava deliziosamente di lato.
«Ho tanto sonno…» mormorò.
Se avesse urlato a squarciagola: “Sto morendo, aiuto, allarme, accorrete!” non avrebbe ottenuto dal suo ospite più solerte risposta.

Col cuore stretto in una morsa, commosso da tanto innocente abbandono, Sir Gregory pensò senza malizia che fosse proprio il caso di invitare la sua ospite a fermarsi per la notte. La casa era tanto grande e non ci sarebbe stato nulla di sconveniente se una giovane donna semi congelata, spossata dalla stanchezza, dalla fame (che li avesse davvero mangiati lei tutti quei sandwich?) e dalle conseguenze di una brutta avventura con un pericoloso monello di strada avesse dormito sotto il tetto di uno scapolo. Per quanto impenitente, donnaiolo e anticonformista quello scapolo fosse.
Qualcosa di sconveniente ci sarebbe stato, a pensarci bene, se la necessità non fosse stata tanto stringente…
«Dormite?» chiese lui in un sussurro, per paura di disturbarla.
Lei mosse appena le palpebre e gli sorrise.
Lui sentì un fremito: no, una scossa potente corrergli giù per la schiena e insinuarsi in tutto il corpo. Appoggiò il capo alla spalliera del divano, emise un lungo sospiro e chiuse gli occhi. Se qualcuno l’avesse visto in quel momento, con quella espressione sognante e un po’ infantile sul viso, avrebbe pensato semplicemente che quell’uomo in balia dei sentimenti non fosse lui, ma suo fratello gemello.
Sir Gregory si passò una mano tremante nei lunghi capelli scuri e all’improvviso, atterrito al pensiero che lei fosse solo un’allucinazione, si girò verso Magdalène. Che era ancora lì e che ancora sorrideva.
“Dio, ti ringrazio.”
Il sangue riprese a scorrergli nelle vene.
Se tutte le mattine, prima di iniziare le sue lunghe e faticose giornate, prima di essere sommerso dagli impegni, dalle responsabilità, dalle mille domande e decisioni che gravavano su di lui, avesse potuto nutrirsi di quel sorriso? Se avesse potuto catturarne con un piccolo, delicato bacio, la forza e la serenità che da esso scaturivano?
“Sposarla? Voleva veramente chiedere a una sconosciuta di diventare sua moglie?”
Sognare si poteva ancora, dopotutto.
Come se già fosse stata una di quelle meravigliose mattine, con un’espressione sul viso che lui stesso avrebbe catalogato come idiota, Sir Gregory si chinò e baciò delicatamente quelle labbra che gli sorridevano.
E attese.
Una qualsiasi reazione. Un ceffone, un indignato “Come vi permettete, signore!”, un rossore diffondersi su quel dolce viso, una fuga immediata della donna da casa sua.
Ma non successe niente.
Il respiro di Magdalène sembrava tranquillo, regolare. In pace.
“Che si fosse addormentata?”
Decisamente, profondamente addormentata.
Quella palese conclusione fece sgorgare spontanea una domanda.
Sarebbe stato disonorevole approfittare di una giovane stremata?
Sir Gregory era molto bravo a trovare le argomentazioni giuste quando voleva convincersi di aver ragione.
E in quella circostanza, convincersi delle proprie ragioni sarebbe stato assolutamente necessario.
Fissando a bocca aperta Magdalène cominciò a riflettere.
Prima argomentazione.
Non si riteneva un gentiluomo, o almeno non si riteneva un comune gentiluomo. Nella sua scala di valori, il suo posto era molto, molto più in alto.
Seconda argomentazione.
Godendo di una posizione altolocata nella suddetta scala, non riusciva a trovare alcuna remora morale o valida ragione che lo costringessero a rispettare le regole. Almeno, certe regole, e mai in casa sua.
Quindi… A ben pensarci non aveva alcun motivo per non approfittare dell’occasione.
Soddisfatto di quel verdetto inappellabile, emise un profondo sospiro, fissò per qualche istante la bocca appena socchiusa ed estremamente invitante della bella addormentata e senza pensarci ulteriormente la coprì con le sue labbra, sfiorandola soltanto, ma con una voluttà cui lui stesso non era preparato.

Pur continuando a dormire, o facendo forse finta di dormire, la donna emise un gemito sottile e si leccò appena le labbra, come se volesse scoprire cosa l’avesse sfiorata, dando fuoco con la punta delicata della sua lingua alla santabarbara che si celava in Sir Gregory.
L’uomo, immediatamente, si incendiò e la sua fantasia esplose, trascinando con sé quella di Magdalène.
Immaginò le labbra di Sir Gregory avvolgere le sue con preoccupante ardore; le braccia stringerla e carezzarla; la voce, di colpo roca e accesa dalla passione, invocare il suo nome; e infine il suo corpo coprirla con impazienza. E per quanto tutto ciò stesse accadendo nella sua fantasia, era la prima volta che stava per concedersi a un uomo che stava per derubare.
«Magdalène…»
Ancora quell’invocazione, reale e immaginaria nel contempo.
Gli rispose semplicemente: «Sì.»
Lui le rispose semplicemente: «Mia.»
Poi le parole raggiunsero la perfezione del silenzio e non ebbero più senso, divennero nella loro mente solo una confusa punteggiatura delle loro azioni e del loro piacere.
Della loro fantasia.

Sir Gregory chiuse gli occhi, si appoggiò allo schienale del divano, e lasciò correre il desiderio. Si sentiva come il bambino ricco che non era mai stato, chino sotto l’albero di Natale (non era in fondo il periodo giusto?) e circondato da mille giochi tra cui non sapeva decidersi.
Non riusciva a staccarsi dalla bocca di Magdalène, proprio non voleva saperne di interrompere quell’eccitante, immaginario contatto. Quindi, dovette imporselo. Staccò le labbra con un lamento, ma trovò subito consolazione gettandosi come un affamato sul collo della donna. Di colpo trovò il manoscritto che stava leggendo poco prima dannatamente erotico. Affondò gentilmente i denti nel punto in cui un’arteria di Magdalène pulsava vivacemente finché non sentì gemere la donna di passione. O di sconcerto? L’aveva forse spaventata? Allentò la presa, la baciò e si dedicò a un’impresa più complessa: sbottonarle la camicetta.
“Dannazione!”
Lui odiava le camicette! Chi diavolo le aveva inventate? Non certo un uomo! Questa, ad esempio, era accollatissima e diabolicamente chiusa sul dorso da un numero infinito di bottoncini che gli sfuggivano continuamente dalle dita.
Non si diede per vinto.
«Siediti» le intimò, con una serietà eccessiva.
E lei docilmente ubbidì.
Sir Gregory, sempre nella sua immaginazione, combatté strenuamente finché l’odioso indumento perse la sua battaglia per la moralità e finì nel fuoco.
«Quando sarai mia moglie» sussurrò a Magdalène mentre le baciava la schiena «non potrai indossare che abiti da sera, scollatissimi…»
«Perché mai, dovrei?» mormorò lei rabbrividendo al tocco delle sue mani che ormai le avevano aperto il bustino e circondato i seni.
«Perché ogni parte del tuo corpo possa essere facilmente raggiunta dalle mie mani, e soprattutto dalla mia bocca.»
Dicendo questo, con un movimento brusco l’aveva girata e dopo averla fatta sdraiare aveva preso a tormentarle i capezzoli con la lingua e con i denti finché lei non lo aveva fermato.
«Aspetta!»
Lui l’aveva guardata con stupore. «Ti ho fatto male?»

Tutto le aveva fatto, tranne che male. Magdalène scosse la testa:
«Voglio solo che tu mi prenda subito, Sir Gregory. Subito.»
E per quanto quella richiesta nascesse dalla passione e dal desiderio di conoscere finalmente l’amore fisico, non poté evitare di scoppiare a ridere.
«Perché ridi, Magdalène?» le domandò lui mentre cercava freneticamente di liberarsi dai propri indumenti.
«Perché ti ho chiamato pomposamente Sir Gregory, come ci trovassimo a un ricevimento o ci fossimo appena incontrati per strada. Mentre tu, invece, mi stavi facendo delle cose non proprio da Sir
Lui scoppiò a ridere a sua volta, ma proseguì determinato il suo cammino verso la seduzione.
Lei smise. Di ridere e di parlare.
«Uhmm…»
Le aveva tirato la gonna sopra i fianchi e stava baciando il breve tragitto che separava il bordo delle calze dalla sua…»
«Continua a parlare Magdalène, dimmi se ti piace…» La sua voce era tornata bassa e roca, i suoi occhi famelici.
«Non posso parlare, mi stai… uccidendo, Sir Gregory.» Con un filo di voce e un respiro sempre più affannato continuò: «Credo che tutte le volte che faremo l’amore ti chiamerò Sir Gregory, è … uhm… estremamente eccitante. Uhm. E questo lo è ancora di più…»

Ormai nessun indumento separava la bocca e le mani di Sir Gregory da lei. Voleva darle godimento, prima di prenderla. E non per semplice altruismo, al contrario. La sua era una necessità primordiale di possesso e di dominio, la voglia incontrollabile di soddisfare, attraverso il piacere di lei, la propria primitiva vanità di maschio. Anche tra le gambe di una donna Sir Gregory pretendeva il controllo totale. Lo avrebbe avuto, con Magdalène? Qualcosa gli diceva fastidiosamente di no.
I gemiti di Magdalène stavano drammaticamente aumentando di intensità. Poi si interruppero.
«Sir Gregory» disse in tono brusco Magdalène.
Il viso dell’uomo sbucò dalle gonne. Stravolto e un po’ comico. E con un enorme punto interrogativo disegnato sul naso.
«Ti devo confessare una cosa…» continuò lei.
A Sir Gregory non piacevano le confessioni, soprattutto quando interrompevano o pregiudicavano il suo piacere. E di questa, in particolare, non si fidava.
«Proprio in questo momento?» chiese
«È… importante.»
Sir Gregory alzò con sospetto un sopracciglio e si sistemò in modo tale da poterla guardare negli occhi e ascoltarla, e nello stesso tempo continuare a toccarla dove ormai sapeva che più le piaceva.

Sorrise maliziosamente per aver trovato una soddisfacente soluzione a quel fastidioso intermezzo verbale. Appoggiata sui gomiti, la testa all’indietro, il busto nudo e invitante, Magdalène cercava di parlare, senza riuscirci. Continuando a toccarla lui le si inginocchiò di fianco e cominciò a baciarla tra i seni e mentre la baciava chiese: «Dimmi, Magdalène, cosa vuoi che ti faccia?»
Un altro gemito di piacere.
“Voglio entrare in lei all’apice del suo piacere. E dargliene altro.”
«Sir Gregory…»
Lui le sfiorò con le labbra la pelle delicata del ventre, che a quel tocco leggero si contrasse, sicuro di avere di nuovo il controllo della situazione.
O almeno così credeva.
«Ciò che volevo dirti è che…»
Lui ebbe la sicurezza che quella rivelazione non gli sarebbe piaciuta.
«…sei il primo
Ecco, lo sapeva.
La notizia gli provocò una curiosa reazione. Si immobilizzò e forse si dimenticò di respirare perché fu colto da un inopportuno attacco di tosse. E, forse proprio a causa del movimento che la tosse impresse alla sua mano, finalmente e disperatamente lei gemette. Un ultimo, devastante, molto espressivo gemito.
Tossendo in modo scomposto, Sir Gregory si risvegliò dalla sua fantasia appena in tempo per chiedersi se quel gemito fosse stato reale. Guardò Magdalène che, il capo inclinato e la bocca socchiusa, quella bocca che nel sogno aveva infiammato il suo ardore, sembrava ancora dormire. Dormire? No, lui non si sbagliava mai. Quello era il viso radioso di una donna che aveva appena goduto. Come confondere quello con un normale sorriso? Come confondere quelle delicate, minuscole goccioline che le bagnavano la fronte e il labbro superiore con il più comune e volgare sudore?
Certo, sarebbe stato imbarazzante chiederglielo direttamente: “Magdalène, hai per caso appena avuto un orgasmo?”
Eppure, anche se quella domanda non venne mai posta, per qualche misteriosa e dispettosa ragione Sir Gregory comprese che la fantasia da cui era uscito totalmente insoddisfatto – come era chiaro dalla sua evidente quanto spiacevole e tuttora permanente eccitazione fisica – non l’aveva vissuta da solo.

Lei spalancò gli occhi. Lo guardò e arrossì.
“Ẻ successo veramente, Magdalène?”
Lei non rispose a quella silenziosa domanda, troppo turbata per farlo. Distolse lo sguardo e cercò di concentrarsi su quello che avrebbe dovuto fare da lì a poche ore. Eppure, le sensazioni di una fantasia folle e devastante stavano ancora bruciando in lei. Come spegnerle?
Magdalène avrebbe voluto alzarsi e abbracciare Sie Gregory. Passargli le mani tra i capelli scuri. Baciarlo con passione, sentire le sue mani accarezzarle il corpo. Offrirsi interamente a lui. Ma se nel sogno, nel loro bellissimo sogno, si era sentita totalmente libera di farlo e di ingannarlo, nella vita reale non avrebbe potuto. Nella realtà doveva resistere all’impulso di fidarsi da lui.
Doveva pensare a Daniel. Doveva pensare a fuggire dall’unico uomo che conosceva il suo passato e che avrebbe potuto mandarla in galera, o farla viaggiare a spese del Regno sino alle coste dell’Australia. Che fosse maledetto!
Doveva fuggire. Doveva prendere quella nave per il nuovo mondo e per farlo aveva solo un’ultima occasione, nascosta dietro al brutto quadro di Sir Gregory. Il dipinto era quello di una nave in tempesta: non c’era forse un soffio di crudele ironia in ciò?
Magdalène non si alzò dal divano, ma rimase con le mani in grembo a nutrirsi di lui. A imprimere nella sua mente ogni immagine che avrebbe alimentato il ricordo del loro incontro. Lo guardò tirare il cordone del campanello. Ordinare al maggiordomo che l’appartamento giallo venisse preparato, che il fuoco venisse acceso nel camino, che una cameriera fosse messa a disposizione di Mademoiselle Chanier, che l’acqua fosse riscaldata per il bagno.
Magdalène chiuse gli occhi felice di quelle parole, della calda emozione che stavano donandole, della sicurezza che lui le infondeva, del profumo che emanava da lui, lo stesso profumo che sentiva su di sé. Lui… era così confortante avere nel cuore un lui cui affidare la propria vita. Se solo avesse avuto il coraggio di fidarsi, di raccontargli tutto, di chiedere il suo aiuto, la sua protezione, forse…. Forse.
No, ci sarebbero stati troppi forse da superare, troppe spiegazioni da dare. Troppi se.
Se, dopo avergli confidato i suoi segreti, lui l’avesse consegnata alla polizia?
“Non mi denunceresti, vero, fammi capire che non lo faresti.”
In quel momento lui la guardò, e le sorrise.
“Non lo faresti. Eppure…”
Perché non riusciva a respirare? Perché aveva il viso bagnato, e non dei suoi baci?
Quando Roop se ne fu andato lui prese una sedia e si sedette di fronte a lei. Non parlò, ma rimase a fissarla con quegli occhi scuri che le sarebbero rimasti per sempre impressi nella memoria e nel cuore.
Imploravano da lei una spiegazione. Le chiedevano del passato, del presente, del futuro. Del loro futuro.
Lei non aveva risposte. Non poteva spiegargli cosa fosse accaduto fra loro quella sera o cosa avrebbe potuto riservare loro il domani. Avrebbe potuto soltanto mostrargli le sue lacrime e la brutalità che fino a quella sera aveva sempre accompagnato la sua vita.
Avrebbe potuto dirgli che aveva pagato un monello per rubargli la borsa. Che quella maledetta borsa era stato il grimaldello che l’aveva introdotta in casa sua.
Che quella notte sarebbe uscita in punta dei piedi dalla sua stanza e che, dopo essere entrata in biblioteca, avrebbe silenziosamente tolto dalla parete il quadro e aperto la cassaforte murata.
Che avrebbe rubato tutto quanto vi avrebbe trovato dentro. E poi sarebbe scappata. Senza far rumore, senza lasciare tracce, ma solo due cuori a pezzi.
Avrebbe infine potuto dirgli che il rimpianto l’avrebbe perseguitata per tutta la vita. Ma a cosa sarebbe servito?
Le tremavano le labbra e continuava a piangere. Lui le accarezzò con delicatezza il viso, le asciugò le lacrime e le prese una mano. Che coprì di baci prima di portarsela alla guancia, come se da quella carezza potesse trarre la forza necessaria per superare il giorno successivo, e quello dopo ancora, e ancora quello dopo, e ancora…
La pendola suonò nove tocchi.

Tenendola per mano la guidò su per le scale fino alla porta dell’appartamento giallo. Le diede un dolce, timido bacio sulla fronte e le augurò con un sorriso triste «Bonne nuit, ma chérie
Mentre entrava nella camera, Magdalène sentì delle parole confuse, poco più di un mormorio:
«Tu es mienne, tu reviendras.» Non era certa che fossero proprio quelle, le parole ma, appoggiandosi contro la porta che ormai separava le loro vite, pianse.
Pianse fino a quando una cameriera piuttosto sorpresa e allarmata non le augurò la buonanotte.
Magdalène fissò oltre la grande finestra il bianco accecante della neve, seguendo con il dito il delicato merletto di ghiaccio che si era formato sul vetro. Rabbrividì, ma l’illusione che Gregory, Sir Gregory, la amasse le riscaldò immediatamente il cuore. Sarebbe stato disposto a perdonarle il suo passato, a capire la sua follia, a proteggerla?
Fu avvolta dal tepore dell’illusione e per un momento volle disperatamente credere nell’impossibile, riaccendere la fiamma della speranza. Si accoccolò sotto le coperte mentre la brace nel camino si andava lentamente spegnendo. Con i suoi sogni.

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Milanese, Viviana Giorgi scrive romance contemporanei e storici, ad alto tasso glicemico e dal sorriso contagioso. Molto attiva sui social, è una delle socie fondatrici di EWWA, European Women Writing Association. Pubblica per Emma Books e per Mondolibri.

I suoi romanzi li trovate su Amazon.

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E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

1 Commento

  1. 19 settembre 2016 at 14:09 — Rispondi

    Grazie Babette per questa iniziativa. Sono orgogliosa di avervi partecipato con questo racconto.
    Un caro saluto a te e a tutti gli amici del blog e…
    ricordate:
    45500 🙂

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