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Il Taccuino di Matesi: Pirandello ed Enrico IV

Enrico IV fu messo in scena da Pirandello nel 1922. Non si sa chi sia il protagonista. Nell’elenco iniziale dei personaggi in genere viene presentato così: …/Enrico IV. Nell’edizione Liber Liber addirittura non c’è proprio. Lapsus molto pirandelliano.

Vent’anni fa, quando era giovane e innamorato di Matilde Spina, l’innominato in questione ha partecipato ad una cavalcata storica in cui la donna impersonava Matilde di Canossa e lui appunto Enrico IV, quello di Germania, come viene spiegato ad un personaggio del dramma e, indirettamente, agli spettatori. Insomma niente Parigi val bene una messa, come sottolineerà Croce, ma sette anni più tardi.

Ha cominciato a credere di essere Enrico IV dopo una caduta da cavallo (procurata da Belcredi, il suo rivale in amore) e da quel momento si è identificato totalmente nel personaggio. Dato il suo livello sociale ed economico, non è stato chiuso in un manicomio, ma in una villa di campagna, dove tutti assecondano la sua follia fingendosi persone del medioevo.

All’inizio del dramma vediamo arrivare suo nipote il marchese Di Nolli, accompagnato dalla sua fidanzata Frida e dalla madre di lei Matilde con l’amante Belcredi. Lo scopo è far visitare il malato dal dottor Genoni, psichiatra. Così per tutto il primo atto assistiamo ad una sceneggiata in costume. Solo nel secondo atto scopriremo la verità: otto anni fa il protagonista ha riacquistato la memoria e con essa la propria identità, ma ha continuato a comportarsi come se fosse ancora pazzo.

Enrico IV (si volta subito alle loro esclamazioni e grida, imperioso): Basta! Finiamola! Mi sono seccato! Poi subito, come se, a ripensarci, non se ne possa dar pace, e non sappia crederci: Perdio, l’impudenza di presentarsi qua, a me, ora col suo ganzo accanto… – E avevano l’aria di prestarsi per compassione, per non fare infuriare un poverino già fuori del mondo, fuori del tempo, fuori della vita!

E quasi profetizza:

Perdio! debbo farla pentire d’esser venuta qua! Da suocera oh, mi s’è mascherata… E lui da padre abate…- E mi portano con loro un medico per farmi studiare… E chi sa che non sperino di farmi guarire… Buffoni! -Voglio avere il gusto di schiaffeggiargliene almeno uno: quello! – È un famoso spadaccino? M’infilzerà… Ma vedremo, vedremo…

Intanto gli altri organizzano un esperimento: Matilde, Di Nolli e Frida, con indosso gli abiti della mascherata, si presenteranno come l’Enrico e la Matilde di vent’anni prima e nel confronto con la Matilde di oggi provocheranno al folle uno choc salutare. L’effetto, ovviamente, è del tutto diverso. Intanto Belcredi ha scoperto la verità e porrà la domanda fondamentale: perché mentire per otto anni?

Enrico IV  Dove, al circolo? In marsina e cravatta bianca? O a casa, tutti e due insieme, della Marchesa?

Belcredi Ma dove vuoi! Vorresti rimanere qua ancora, scusa, a perpetuare – solo – quello che fu lo scherzo disgraziato d’un giorno di carnevale? È veramente incredibile, incredibile come tu l’abbia potuto fare, liberato dalla disgrazia che t’era capitata!

Enrico IV E subito, tornando a parlare al Belcredi: E non vedere più nulla, caro, di tutto ciò che dopo quel giorno di carnevale avvenne, per voi e non per me; le cose, come si mutarono; gli amici, come mi tradirono; il posto preso da altri, per esempio… che so! Ma supponi nel cuore della donna che tu amavi; e chi era morto; e chi era scomparso… tutto questo, sai? non è stata mica una burla per me, come a te pare!

Dove? a far che cosa? A farmi mostrare a dito da tutti, di nascosto, come Enrico IV, non più così, ma a braccetto con te, tra i cari amici della vita?

Gli anni sono passati e i suoi capelli sono diventati grigi.

Enrico IV Sì, con questa differenza: che li ho fatti grigi qua, io, da Enrico IV, capisci? E non me n’ero mica accorto! Me n’accorsi in un giorno solo, tutt’a un tratto, riaprendo gli occhi, e fu uno spavento, perché capii subito che non solo i capelli, ma doveva esser diventato grigio tutto così, e tutto crollato, tutto finito: e che sarei arrivato con una fame da lupo a un banchetto già bell’e sparecchiato. Li ha vissuti lei indica la Marchesa se li è goduti lei, questi venti anni, per diventare – eccola là – come io non posso riconoscerla più: perché io la conosco così indica Frida e le si accosta – per me, è questa sempre…Mi sembrate tanti bambini, che io possa spaventare. A Frida: E ti sei spaventata davvero tu, bambina, dello scherzo che ti avevano persuaso a fare, senza intendere che per me non poteva essere lo scherzo che loro credevano; ma questo terribile prodigio: il sogno che si fa vivo in te, più che mai! Eri lì un’immagine; ti hanno fatta persona viva – sei mia! sei mia! mia! di diritto mia!

La cinge con le braccia, ridendo come un pazzo, mentre tutti gridano atterriti; ma come accorrono per strappargli Frida dalle braccia, si fa terribile, e grida ai suoi quattro giovani: Tratteneteli! Tratteneteli! Vi ordino di trattenerli!

I quattro giovani, nello stordimento, quasi affascinati, si provano a trattenere automaticamente il Di Nolli, il dottore, il Belcredi.

Belcredi (si libera subito e si avventa su Enrico IV). Lasciala! Lasciala! Tu non sei pazzo!

Enrico IV (fulmineamente, cavando la spada dal fianco di Landolfo che gli sta presso). Non sono pazzo? Eccoti! E lo ferisce al ventre. È un urlo d’orrore. Tutti accorrono.

Belcredi (mentre lo trasportano di là, per l’uscio a sinistra protesta ferocemente): No! Non sei pazzo! Non è pazzo! Non è pazzo!

Enrico IV (rimasto sulla scena tra Landolfo, Arialdo e Ordulfo, con gli occhi sbarrati, esterrefatto dalla vita della sua stessa finzione che in un momento lo ha forzato al delitto). Ora sì… per forza… li chiama attorno a sé, come a ripararsi, qua insieme, qua insieme… e per sempre!

Potrei aggiungere la solita banalità: non se ne scrivono più di drammi così! E non sbaglierei di molto davanti a un’opera di questo livello.

Un’opera teatrale potente e complessa. Sullo sfondo, c’è da una parte la polemica di Pirandello contro la psichiatria dell’epoca (che aveva sperimentato a causa della malattia mentale della moglie) e dall’altra la critica al teatro storicheggiante di moda. Filoni che, come avete visto, io ho trascurato del tutto. Perché il cuore dell’Enrico IV è altrove. Dramma della vecchiaia o della follia? Forse più il primo che il secondo. O forse un po’ tutti e due.

Quanto a me, è l’opera dello scrittore che mi è più cara. L’ho letta infinite volte (a scuola l’alternavo con I sei personaggi in cerca d’autore, un anno l’una, un anno l’altra). E l’ho vista a teatro tre volte, in interpretazioni diversissime fra loro. Per me la prima fu quella di Salvo Randone, che accentuava molto gli aspetti istrionici del personaggio: ricorderò sempre il momento del finale quando l’attore, nella parte destra della scena, riusciva fulmineamente ad estrarre la spada di Landolfo e volare letteralmente sul palcoscenico verso l’estrema sinistra ferendo a morte Belcredi. Una cosa come non ho mai visto e non penso di rivedere mai più.

Agli antipodi l’interpretazione della Compagnia dei Giovani e di Romolo Valli. Qui dietro la vicenda bisognava vedere la condanna dell’isolamento sociale e culturale dell’intellettuale italiano, che pure di ciò si vantava. E quindi mentre Randone pronunciava le ultime battute nascondendosi e accucciandosi in mezzo ai suoi cd. Consiglieri Segreti, Valli incedeva fino al centro del palcoscenico e pronunciava la battuta a testa alta e guardando negli occhi gli spettatori. Significativa e, credo, sessantottina la voluta ignoranza della didascalia.

Tutt’altra cosa ancora la messa in scena di Albertazzi, che brillava soprattutto per la rivalutazione del personaggio di Belcredi (interpretato da Luigi Pistilli, se ricordo bene) che, anziché essere il villain, rappresentava la lucida razionalità.

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Maria Teresa Siciliano

Maria Teresa Siciliano

Professoressa di Italiano presso il prestigioso Liceo Classico Aristofane di Roma, adora leggere e recensire montagne di libri con penna intinta in un dolcissimo veleno. Temuta e amata in ugual misura, ha plasmato una generazione di feroci lettrici di romance.

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