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Il sorriso di mio padre, Morgana D. Baroque

Puoi scegliere di leggere e godere del nostro lavoro. E basta. Il Blog è nato per questo.
Puoi anche scegliere di ripagare questo dono con un gesto di solidarietà.
Alla fine del racconto, decidi, ma che ti sia piaciuto oppure no, rifletti.

Morgana D. Baroque immagina un ragazzo, fermo lungo la strada che porta al cimitero. La sua moto lo ha piantato e lui non sa come farà a portare una bottiglia di grappa a suo padre. Un’auto si ferma…

 

Mi chiamo Daniel, ho ventitré anni e sono in viaggio per portare una bottiglia di grappa a mio padre, al cimitero.  Peccato che la moto si sia fermata in mezzo al nulla.
È una giornata strana, una di quelle col cielo scurito dalle nubi ma con sprazzi di luce dorata che filtrano e si riflettono su ogni cosa. Ha smesso di piovere da poco e mi ritrovo sul ciglio di questa strada di campagna, accanto alla moto. Tutte le auto che sono passate non mi hanno soccorso e comincio a preoccuparmi.

Finalmente un’auto che rallenta! Faccio cenno con la mano e il cuore mi si riempie di gioia quando la sconosciuta alla guida si ferma.
«Che ti è successo?» mi chiede.
«La moto mi ha abbandonato. Avrei bisogno di uno strappo fino al cimitero, se ti è di strada. Sono circa sette chilometri da qui» rispondo, sperando che accetti di aiutarmi. Per una donna sola non è facile fidarsi di uno sconosciuto.
«Certo. Sali» mi dice, invece.
La ringrazio e monto sulla sua auto rossa. Ha più o meno la mia età, lunghi capelli scuri e occhi chiari, intensi. Il corpo esile e quelle spalle curve mi fanno pensare a una persona stanca, o triste. Le mani delicate stringono con forza il volante: sembra nervosa, quasi adirata. A conferma di ciò, il suo sguardo severo e assente rimane fisso sulla strada.
«Mi chiamo Daniel» dico, dopo qualche istante di silenzio.
«Sara» si presenta lei, senza neppure guardarmi.
«Sei gentile ad accompagnarmi, Sara.»
«Figurati» taglia corto. Ma poi abbassa lo sguardo sulla bottiglia di grappa che stringo in mano e fa un mezzo sorriso. «Vai a divertirti?»
«No, vado a portare questa bottiglia a mio padre» rispondo. Mi lancia un’occhiata.
«Al cimitero?»
«Sì.»
«Oh.» Distoglie lo sguardo e io comprendo il suo imbarazzo.
«Oggi è la festa del papà» dico.
«Già. Ma in fondo è solo un giorno come un altro» afferma, sollevando una spalla.
«No, non lo è» replico con gentilezza.
«Sì, invece. Un padre è padre tutti i giorni, no? Dunque che differenza fa per lui?»
«Fa differenza se hai un figlio che ti festeggia, che ti fa sentire speciale.»
«E tu cosa ne sai? Sei anche padre?» chiede Sara.
«No, ma sono un figlio. Il sorriso di un padre quando gli fai gli auguri in questo giorno è una carezza al cuore. Gli occhi brillano d’emozione e la risata imbarazzata mostra tutta la sua fragilità. Quindi, sì, fa differenza.»
A queste mie parole sorride amaramente. «Non tutti i padri sono uguali.»
«Sono curioso: cosa non va con tuo padre?» le domando.
«Credi forse di potermi aiutare?» mi chiede, fissandomi di traverso. È ostile, ma la cosa non mi spaventa.
«Non voglio aiutarti. Cioè, mi piacerebbe, ma non credo di essere in grado di risolvere i problemi delle altre persone. Non ho ancora imparato a risolvere i miei.»
Fa una risatina sommessa e poi, come per magia, si apre: «Litighiamo per ogni stupidaggine, è come se non ci sopportassimo. Ha sempre da ridire su qualsiasi cosa faccio. Capisco che vuole il meglio per me, ma deve anche imparare ad accettare che sono grande abbastanza per vivere la vita a modo mio!»
«No, non lo sei.»
«Come?»
«Per lui non sei grande abbastanza, non lo sarai mai. Quell’uomo ti ha visto nascere, ti ha cambiato i pannolini, ti ha visto piangere perché ti facevi male se cadevi dallo scivolo, ti ha visto spaventata quando hai imparato a nuotare… E poi un giorno, all’improvviso, bam! La sua bambina è diventata una donna. È così che la vive un padre. È vero che ti ha visto crescere, è vero che ora ti tratta da adulta, ma una parte di lui vedrà sempre in te la bimba che imparava a camminare a braccia aperte. Non è uno stupido, razionalmente lo sa che la sua bambina è diventata una donna, ma il suo cuore non lo comprende» spiego.
Mi guarda stupita, come se alcune cose le fossero più chiare adesso.
«Dicono che un’infanzia felice duri per sempre. Dimmi della tua. Forse questo tuo disprezzo nasce dal fatto che è stato un padre assente?» le chiedo, cercando di capirne di più.
«In realtà no. È stato molto presente. Certo, non è mai stato un uomo particolarmente affettuoso, ma d’altronde non lo sono neppure io» risponde, e questa volta la sua voce ha un suono meno amaro.
«Ricordi qualche aneddoto del suo amore paterno?» le domando, spronandola a ritrovare l’affetto assopito.
«Una volta» comincia a raccontare a voce più bassa, «quando ero bambina, siamo andati a trovare mia nonna, sua madre, soltanto io e lui. La nonna viveva in una casa molto grande, buia e fredda. Odiavo quella casa e suppongo non piacesse neppure a mio padre, nonostante ci fosse nato e cresciuto. La notte siamo andati a dormire in una camera con due letti vicini. Avevo paura del buio di quella stanza che neppure le tende tirate riuscivano ad attenuare. A un tratto, mi ha chiesto: “Sara, non riesci a dormire, tesoro?” Gli ho risposto di no, allora ha allungato la mano e ha cercato la mia. L’ha stretta. Quella mano grande e forte mi ha fatto sentire al sicuro all’istante. “In qualsiasi momento, chiamami e io ti risponderò” mi ha detto dopo un attimo. E così ho fatto. L’ho chiamato per diverse volte nelle ore seguenti e lui mi ha sempre risposto. “Papà?” chiamavo. “Sono qui, tesoro.”. E alla fine mi sono addormentata, con la sua mano che stringeva la mia.»
Quando finisce di raccontare, cala il silenzio: siamo entrambi persi in pensieri lontani.
«Magari mio padre fosse stato così» dico in un sospiro.
«E com’era?» mi chiede.
«Decisamente più schietto. Ma suppongo che il suo modo di parlarmi in maniera poco gentile, da ragazzo, fosse proprio il suo modo di mostrarmi affetto. Non tutti sono capaci di farlo e spesso bisogna saper cogliere i piccoli gesti, le parole dette a mezza voce o un sorriso particolarmente luminoso, perché è il loro modo di dirci che ci vogliono bene.»
«Già, suppongo sia proprio così» dice annuendo. È più serena.
Si ferma davanti al cancello del cimitero e le sorrido.
«Grazie. Sono arrivato. Allora, parlerai a tuo padre?»
«Non saprei. Forse è troppo tardi per aggiustare le cose» risponde triste.
«Non è mai troppo tardi, finché siete in vita» le dico.
Mi sorride con occhi lucidi. «Tu dici?»
«Sì. È tempo che quel papà ritrovi la mano che ha tenuto stretta fino all’alba. È tempo che adesso sia tu a dirgli: “Sono qui, papà”. Credimi, non potresti fargli regalo più bello di questo» le rispondo, aprendo la portiera.
«Grazie» riesce a dire in un mezzo singhiozzo soffocato.
Le faccio l’occhiolino e scendo dall’auto. La guardo ripartire, fare inversione e tornare indietro. Sorrido contento: sta tornando a casa.

Mi avvio all’interno del cimitero e vado in fondo, verso una tomba ben precisa. Mi fermo e mostro la bottiglia. «Papà? Ti ho portato la grappa.»
L’uomo che sta scavando la fossa alza lo sguardo e si appoggia alla pala. «Era ora! Ma dov’eri finito?» mi chiede, uscendo a fatica dal buco nel terreno.
«Mi si è fermata la moto e ho dovuto chiedere un passaggio a una ragazza.»
«Il solito deficiente» borbotta, prendendo la bottiglia e sedendosi su una pietra.
«Sai, credo che abbia pensato a un regalo a mio padre defunto.»
«Tiè!» commenta lui toccandosi le parti basse.
«Avrei dovuto dirle che facevi il custode» aggiungo, sedendomi sulla pietra di fronte a lui.
«Era carina almeno?» chiede prima di bere un sorso di grappa.
«Sì.»
«Ti sei fatto dare il numero?»
«No.»
«Bravo» commenta sarcastico, porgendomi la bottiglia.
«Abbiamo parlato di suo padre. Non ci va tanto d’accordo, ma credo che dopo la nostra chiacchierata abbia capito che è bene fare pace» gli dico, prendendo la bottiglia.
«Vedi, Daniel? Ho ragione a dire che ogni cosa ha un senso. La moto si è fermata per un motivo, perché dovevi parlare a quella ragazza. Noi tendiamo a pensare che le persone con le quali entriamo in contatto lo facciano per insegnarci qualcosa, ma spesso succede che siamo noi a farlo.»
Annuisco in silenzio. «Papà, te l’ho mai detto che ti voglio bene?»
«A parole no. Me lo dici ogni volta che mi porti qualcosa qui al lavoro, e ti ringrazio per questo. Anche io ti voglio bene, Daniel, e te ne vorrò ancora di più se mi prometti di fare una cosa.»
«Che cosa?»
«Di portarmi da bere anche dopo che sarò schiattato» mi dice, strizzando l’occhio.
«Lo farò.»
«Roba buona, però, non questa grappa da due soldi!»
Un attimo dopo stiamo ridendo come due vecchi amici. Eccolo, il sorriso di mio padre, che mi fa sentire in pace con il mondo e pronto ad affrontare ogni battaglia.

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Morgana D. Baroque spazia tra romance Male to Male, Lupi Mannari, Sirene e storie d’amore piccanti. Potete trovare i suoi romanzi QUI.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
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