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Il primo ballo, Velma J. Starling

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Oggi, Velma J. Starling presenta la nuova edizione del racconto “Il primo ballo“, vincitore del Concorso “Amore a modo mio”. Buona lettura!

Ne so parecchio, su quei due. Pur avendoli visti solo ogni tanto.
C’è gente che da qui non si schioda mai, perché è un buon posto. La tettoia, tre o quattro ristoranti in un solo isolato, tanti bidoni in cui rovistare. Due strade più in là, una fontanella. Come dire il Grand Hotel. Loro due invece non stavano fissi qua, preferivano girare. Un giorno in un androne, il giorno dopo sulla spiaggia. Tempo permettendo, si capisce.

La prima volta che ho incontrato Wilbur sarà stato un paio di anni fa, lavoravo qui da qualche mese. Che il vicolo sul retro fosse un ritrovo per i barboni, si vedeva subito. C’erano coperte, vecchi sacchi a pelo, zaini malconci. Certe mattine, i netturbini facevano lo slalom in mezzo a quelle schifezze e bestemmiavano in ogni lingua possibile. Però non toccavano niente. Una volta, uno ha buttato via una borsa di plastica piena di roba appallottolata. Pensava che fosse immondizia. Invece era di Bert. Quando il giorno dopo lo spazzino se l’è trovato davanti incazzato nero, gli ha chiesto scusa e nel giro di una settimana gli ha portato una felpa quasi nuova, sigarette, due panini e una birra.

All’inizio mi chiedevo perché tutti questi riguardi. Zona turistica, eppure i padroni dei ristoranti tollerano questa gente senza dire beo. I poliziotti pure: passano di qui, fanno le ronde, eppure mai che ne abbia visto uno sgarbato o prepotente. Mai un diverbio, una parola di troppo. Tutti zitti e buoni.
Ci pensa Mosè a tenerli in riga. In realtà si chiama Michael, credo, ma con quel mucchio di capelli e barba color cenere sembra Charlton Heston nel film dei Dieci Comandamenti. Identico. È figlio di un tenente della polizia in pensione. In gamba, Mosè. Alto, prestante, istruito: uno di quelli a cui prima la vita dà tutto, e poi glielo toglie. Moglie e due figli, bruciati vivi in un incidente d’auto. Lui non ha retto ed è sparito dal mondo normale fatto di mariti, mogli e bambini. Si è rifugiato tra i pezzenti. Gente che non l’ha mai avuta, la famiglia, o l’ha persa. I genitori se lo sono ripreso più di una volta, lo hanno ripulito e rimesso al mondo. Niente, tornava qui. Per tenerlo a casa, dovevano incatenarlo. Alla fine si sono rassegnati e lo tengono d’occhio tramite i poliziotti amici del padre. Le pattuglie passano di qui almeno due volte al giorno. Ecco, in questo vicoletto comanda Mosè. A questi poveracci fa da padre, da fratello, ad alcuni da nonno. Avrà cinquant’anni, ma come tutti i barboni ne dimostra il doppio.

I senzatetto per la maggior parte non sono pericolosi; questi lo sono ancor meno. Se non sono inoffensivi, se appena appena rompono i coglioni, i poliziotti li fanno sloggiare. Per proteggere Mosè. E quelli che restano, lui se li coccola. Li convince a lavarsi almeno una volta ogni tanto, quando non fa troppo freddo. Se qualcuno si ammala, raccomanda agli altri di lasciargli un angolo tranquillo, protetto dal vento. Va nei centri di beneficenza e si fa dare i farmaci: tachipirina, paracetamolo, lassativi, antiemetici. Qualche volta rimedia dei libri. Così, finisce che qui stazionano i derelitti più educati e rispettosi. La nobiltà nella barbonitudine!

Wilbur, sì. Ero partito da lui. Comunque non è che ho parlato di Mosè così, tanto per.
A una prima occhiata, Wilbur era come tutti gli altri. Vestiti logori, denti giallognoli, due sporte piene di chissà cosa, una puzza insopportabile. Ma bastava guardarlo meglio e lo sentivi, che era uno come Mosè. Gli occhi cupi e le unghie rotte, ma la schiena dritta. Uno sulla settantina, credo, che veniva da una vita diversa, abbandonata in fretta per chissà quale motivo. Ce l’hanno tutti, un motivo, ma non lo raccontano. Stanno sul vago. Con me qualche volta parlano, forse perché di un lavapiatti non hanno soggezione. Però mi parlano di scemenze. Del tempo, di cosa hanno mangiato, se hanno preso la pioggia.
Wilbur, nemmeno di quello. Colpi di tosse a volontà, per il resto sempre zitto e muto: tanto che all’inizio mi era venuto il dubbio fosse muto sul serio. Invece no, perché il giorno che uno dei cinesi all’angolo lo schizzò passando con la bicicletta su una pozzanghera, Wilbur gli tirò dietro tante di quelle bestemmie che perfino Mosè ci rimase male.

Una notte, ero uscito a buttare l’immondizia. Wilbur bazzicava il vicolo da qualche mese e quella volta stava seduto in un angolo del selciato. Era estate, zero nuvole, una stellata da fine del mondo. Wilbur immobile, col naso per aria, a mormorare una poesia. La riconobbi perché è famosissima. William Blake. Tiger tiger, burning bright, in the forest of the night… quella. E Wilbur la recitava. Tutta! Dall’inizio alla fine. Con voce robusta, impostata, seria. Anche se ogni tanto la tosse lo interrompeva.
Mi accorsi che non era solo. Nella penombra, avevo creduto che la sagoma vicino a lui fosse il solito ammasso di coperte e sacchetti. Invece era una persona. Mi avvicinai. Aveva un’aria dimessa, anche per una barbona. Forse per via della fasciatura che le copriva mezza faccia. Però era anche buffa, perché indossava un cappellino da baseball con la visiera da una parte. Come i ragazzini, lei che avrà avuto l’età di Mosè. E una maglietta, ovviamente sporca e rovinata, ma sotto le macchie e la lordura si vedeva che era – giuro – una maglietta delle Spice Girls.
Lui si accorse di me e mi guardò di sbieco. «Cazzo fai lì impalato, con quella roba in mano?»
Mi ero distratto ad ascoltarlo e non avevo buttato il sacco. Lei si ritrasse, impaurita. Lui le fece segno di stare calma. «Non è niente, solo il ragazzo del ristorante.» Si rivolse di nuovo a me. «Lucas, questa è Mildred. È nuova.»

Mosè mi accennò che l’avevano scodellata qui i poliziotti, pesta e macilenta. L’avevano raccolta dalla zona industriale, si era cacciata in qualche guaio. Avevano cercato di piazzarla in un dormitorio per i senzatetto, ma non c’era più posto. E allora l’avevano portata qui, dove Mosè l’avrebbe tenuta al sicuro. Niente niente che qualcuno si avvicinasse a Mildred con aria meno che innocua, lui lo rimetteva a posto. Perché fra i senzatetto ci sono poche donne, e quelle poche si ritrovano addosso gli occhi di tutti. In certi orari, nei bagni pubblici, è facile trovare due barboni fare sesso. Anche se per entrare devono spendere un quarto di dollaro, qui a Frisco. Si accoppiano in fretta. È uno sfogo poco più che animale, un istinto che assecondano senza pensarci. E siccome non tutti sono bravi e buoni, alle donne capita di passare dei brutti quarti d’ora.

Mildred, oltre che sulla zona tranquilla, poteva contare sulla protezione di Mosè. Intendo protezione sul serio, non che poi se ne approfittasse lui. Se non c’era Mosè, la palla passava a Wilbur. Con lei Wilbur parlava, non faceva il muto. Di cosa parlassero non ho idea, ma quando li incrociavo stavano sempre a confabulare. Ridacchiavano come se avessero dei segreti tutti loro. Il giovedì, poi, quando mettiamo la musica degli anni Cinquanta e Sessanta per i clienti in là con gli anni, erano sempre qui. Si sedevano comodi sotto una delle finestre, che teniamo aperta per dare aria, con le orecchie tese come gatti.
A ogni canzone, sorridevano. Come quando ascolti la radio e senti partire il tuo pezzo preferito. Si guardavano con una timidezza e un imbarazzo, che nemmeno due tredicenni. Spesso canticchiavano. Lei più o meno ci azzeccava, lui stonato come una campana fessa. Allora lasciava perdere e tornava a recitare quella poesia, forse l’unica che sapeva. Lei, seguendo il ritmo delle sue parole, muoveva il dito per aria come stesse dirigendo un’orchestra.

Mosè era geloso, si vedeva. Il guardiano di Mildred doveva essere lui, invece lei se aveva bisogno di qualcosa correva da Wilbur. Anche se non aveva bisogno di niente. Lo cercava, si cercavano. Qualche volta sparivano per un giorno o due. Mosè chiedeva a tutti, anche a me, se li avevamo visti. Poi tornavano, calmi e tranquilli, dicendo che con il bel tempo preferivano bazzicare anche altre zone della città. Mosè protestava, diceva che non era sicuro. Inutile, lo facevano comunque. Lui sospirava, stringeva i pugni e i denti.

Un mercoledì, uscii dal retro per buttare l’immondizia e li trovai lì, fuori dalla porta.
«Lucas» fece Wilbur «me lo fai un favore? Ti prego.»
Non me l’aspettavo, balbettai un “sì” dubbioso.
«Ci presti uno o due asciugamani? Poi te li ridò, giuro.»
Non me la sentii di rifiutare. Presi un paio di asciugamani dalla cucina del locale e glieli allungai. Loro ringraziarono a sfinimento e poi sparirono. La sera dopo, mentre caricavo la lavastoviglie grande, uno dei camerieri venne a chiamarmi.
«Lucas, vuoi spiegare a quei barboni che non possono bussarci alla porta sul retro? Va bene sopportare che stiano nel vicolo, ma che ci disturbino mentre lavoriamo no.»
«E perché glielo devo spiegare io?»
«Perché chiedono di te!»
Uscii al volo per risolvere la cosa, prima che mi sgridasse anche il padrone. Erano loro, Wilbur e Mildred.
«Che vi salta in mente?» gridai.
Wilbur mi fece un mare di scuse e mi restituì gli asciugamani, irrecuperabili da quanto erano sporchi e appiccicosi. Stavo per chiedere spiegazioni, poi li osservai meglio, aguzzando lo sguardo sotto la luce traballante del lampione. Si erano puliti. Be’, insomma, puliti è una parola grossa. Si erano dati una mezza lavata, non so come e dove. I capelli erano meno stopposi, la pelle meno chiazzata. I vestiti restavano laceri e fuori taglia, ma non facevano troppa puzza.
Si misero sotto la finestra. Da dentro, si sentiva “My Way” di Frank Sinatra. Wilbur tese le braccia verso di lei. Mildred gli andò incontro. Lei gli mise la mano sinistra vicino al collo senza avere il coraggio di appoggiarla, lui la cinse in vita col braccio destro, ma senza stringere. Poi le mani libere si toccarono e quei due, incerti e traballanti, iniziarono a ballare. E anche questa, intendiamoci, è una parola grossa.

Li rividi sotto quella finestra tutti i giovedì sera per mesi, a ballonzolare ridicoli e impediti come due bradipi ubriachi, di cui uno tossiva in continuazione, persi in una musica più vecchia di loro. Quell’appuntamento fisso non era più una sorpresa, divennero talmente abitudinari da essere quasi noiosi. E sono certo che ogni tanto investissero qualche soldo, rimediato con le elemosine, per entrare nei bagni pubblici dove i loro grugniti e mugolii suonavano come quelli di tutti gli altri, animaleschi più che romantici.
Eppure di quel giovedì sera, di quel goffo ballo alla luce del lampione, ricordo ogni minuto e ogni sguardo. Ricordo gli occhi lucidi, i sorrisi tremolanti, le risatine sommesse, i sussurri imbarazzati. A cui era seguito, annunciato dal rallentare dei passi, il primo bacio.

Un giorno arrivò un tizio. Cercava Wilbur. Lavorava per conto di una sua nipote che aveva sentito di questo nonno finito per strada, si era intestardita a volerlo conoscere e aveva assunto della gente per scovarlo.
Niente di strano: a volte le famiglie dei barboni ci provano, a recuperarli e ridar loro una vita normale, come aveva fatto anche il padre di Mosè. Ma non c’è verso, la strada li chiama come un’amante e loro prima o poi tornano. Motivo per cui, i senzatetto non danno volentieri informazioni agli estranei, nemmeno in cambio di soldi. Quelli del vicolo, poi, su questo punto sono ancora più intransigenti degli altri, perché Mosè è sempre stato molto chiaro. Non devono tradirsi. Pur sapendo che, tornando alla civiltà, potrebbero mangiare pasti caldi e curarsi dai malanni. Così il tizio aveva chiesto in giro, ricevendo solo mezze risposte. Disse che sarebbe tornato, e che se qualcuno conosceva questo signor Wilbur Delaney, gli portasse il messaggio della nipote.
Neanche a dirlo, Wilbur non ne voleva sapere. Portarlo via? Separarlo da Mildred? L’uomo imprecava, bestemmiava e tossiva, la donna gli posava le mani sul petto e cercava di calmarlo. Lui a un certo punto si accasciò a terra, come già era accaduto altre volte nelle ultime settimane. Gli altri barboni gli si radunarono intorno. Alcuni lo tennero per le spalle e lo aiutarono a rialzarsi. Altri mi chiamarono e mi chiesero un bicchier d’acqua, che portai di corsa. Mentre lui beveva, usando una mano per tenere il bicchiere e l’altra per stringersi il petto dolorante, io rientrai nelle cucine. Mildred stava parlando a bassa voce con Mosè.

Il tizio in effetti tornò, insieme ad altri due. Io non c’ero quando avvenne, stavo lavorando. Mildred me lo raccontò qualche tempo dopo. Fu un giovedì, loro ballavano sotto la finestra. Di punto in bianco, una macchina coi fari accesi si piazzò all’estremità del vicolo, i tre uomini andarono verso di loro e lei, prima che Wilbur potesse capire, si staccò da lui e lasciò che lo prendessero.
Mildred piangeva, mentre mi diceva tutto. «Almeno lo cureranno» mi spiegò tra i singhiozzi. «In strada non sarebbe mai guarito.»
Forse non guarisce neanche a casa della nipote, pensai.
«Però, Mildred, fregarlo così. Magari potevi convincerlo.»
«Non sarebbe mai venuto via. Non lui! Troppi litigi col figlio e la nuora. Me lo aveva detto tante volte: della famiglia, non ne voleva più sapere.»
Non sapevo come consolarla, provai a dire qualcosa di carino. «Secondo me era molto innamorato.»
Lei si pulì il naso con il bordo della manica.
«E sa perché l’hai fatto» continuai. «Sa che è stato il tuo modo di amarlo».
Mildred annuì, per niente consolata. «Devo andare da Mosè.»
Raccolse da terra la sua borsa di plastica rappezzata e tirò fuori un quarto di dollaro. Si allontanò ciondolando. Fatti pochi passi, alzò lo sguardo al cielo stellato. La sua voce era quasi impercettibile.
«Tiger tiger, burning bright, in the forest of the night.»

OoO

Velma J. Starling, all’anagrafe Valentina Semprini, nasce a Roma nel 1971.

Dopo la laurea in Filosofia, ottenuta con una tesi in Semiotica del Testo sotto la guida di Umberto Eco, si unisce allo staff del festival Cartoon Club. Da lì in poi si occupa di giornalismo sul Fumetto, allestimento di mostre su Fumetto e Cinema d’Animazione, e adattamenti di dialoghi per serie animate.

Scrive articoli, interviste e recensioni per la rivista specializzata a distribuzione nazionale “Fumo di China”, partecipa ad alcuni volumi collettivi e pubblica con Tunuè il saggio “Bam! Sock! Lo scontro a fumetti”: una versione riveduta e aggiornata della tesi, che vince il Premio “Franco Fossati” 2007 come miglior volume italiano di saggistica sul Fumetto.

Dal 2010 al 2014 frequenta un laboratorio di scrittura creativa tenuto dallo scrittore e poeta Claudio Castellani. A fine 2014 inventa lo pseudonimo Velma J. Starling sulla base di citazioni e inside joke a cui tiene molto; l’anno dopo vara il sito www.velmastarling.com.

Da allora si dedica alla stesura di racconti (un paio dei quali pubblicati su siti web dedicati al fantastico) e di una trilogia di romanzi fantasy, dal titolo “The Silent Force”,  che si augura veda presto la luce.

Vive con marito, figlia e un tot di creature pelose. Viaggia spesso per assistere a spettacoli di teatro musicale in Italia e nel Regno Unito. Colleziona fumetti, va al cinema una volta a settimana, legge meno di quanto vorrebbe e ascolta musica dei Within Temptation a tutto volume.

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