Eventi

I sogni cominciano all’alba, di Mariangela Camocardi (V)

Appuntamento conclusivo con il romance storico che Mariangela Camocardi ha regalato alle affezionate lettrici del Blog di Babette Brown.

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Villa Amanda

 Odeana aveva trovato difficile reprimere gli impulsi omicidi, allorché era riaffiorata dal sonno comatoso, cagionato dal narcotico somministrato da quell’infida Giuda che si era rivelata Nelly. A svegliarla aveva provveduto la loro madre, agitatissima quando, scoccato il mezzodì,  ancora non aveva visto comparire l’una o l’altra delle sue figlie. E passi Odeana, che era una dormigliona, ma Nelly era un’allodola usa a svegliarsi presto e tardare non era da lei. Allarmata, Amanda era salita al piano superiore per controllare cosa diamine le tratteneva nelle loro stanze. Odeana russava sonoramente e le domestiche non si erano azzardate a svegliarla, dato che al mattino era sempre di pessimo umore e quindi intrattabile. Nelly sembrava sparita e, dopo una rapida ricognizione in casa e nel parco, avevano temuto il peggio. D’abitudine usciva quasi ogni giorno a cavallo e, Dio non volesse, poteva essere rimasta vittima di un incidente. Mentre la confusione imperava nella villa e si organizzavano le ricerche, il maggiordomo aveva infine scorto la lettera lasciata da Nelly: con il frenetico viavai che c’era stato nelle camere era caduta lateralmente al bordo di pietra del camino, restando inosservata finché l’anziano servitore, notandola, si era affrettato a raccoglierla da terra per consegnarla al padrone. Attilio era esploso in una adirata sequela di imprecazione leggendo che era partita con il conte Dalboni Salvini, di cui sosteneva essere innamorata, per cercare di conquistarlo. Incollerita quanto il padre, Odeana aveva però dovuto rintuzzare i suoi bollenti spiriti  perché  Amanda, assalita da un comprensibile sconforto per Nelly, si era messa a piangere così a dirotto da sembrare incapace di smettere.

 Schiumando rancore, la gemella gabbata si era scervellata per scovare un valido motivo per non sposare Aroldo, senza vedere scappatoie in tal senso. La tensione non scemò neppure nei giorni successivi, innervosendola al punto da rigettare la colazione per diverse mattine di fila. Sono così provata dagli eventi da risentirne fisicamente, si ripeteva Odeana, oppressa da quel malessere che la rendeva strana. Furono tuttavia le casuali parole di Ida, la sua cameriera, a svelare l’arcano. Mentre la pettinava raccontò che Pierina, una delle sguattere, si era fatta inguaiare dal lattaio, che si  era volatilizzato all’annuncio della futura paternità. Pierina si era infatti accorta di essere incinta a causa degli attacchi mattutini di nausea.

Lei dapprima negò perfino a se stessa di essere nell’identica situazione spinosa, perseverando nell’attribuire il disturbo alla pessima digestione: i postumi di quel periodaccio turbolento evidentemente infierivano non solo sull’umore, ma anche sullo stomaco. Il regime alimentare a base di pastina e mele cotte non migliorarono comunque le cose, così smise di fingere che tutto fosse a posto. Si ritrovò invece a paventare la reazione del padre, maggiormente dopo la defezione di Nelly. Cielo, avrebbe dovuto capirlo! Le era saltato il ciclo e i seni erano più gonfi, quasi dolenti al tatto. Doveva essere successo all’incirca un paio di mesi addietro, l’ultima volta che lei e Bartolomeo avevano fatto l’amore per ore. Be’, questo tagliava la testa al toro, pensò, frastornata dall’inattesa scoperta, a un tratto lieta che Nelly le avesse impedito di arrancare alle calcagna di Arderico. Però, diamine, chi  avrebbe supposto che la bonaccia fatta persona, perché tale era sua sorella, covasse tanto spirito d’intraprendenza? La rabbia ormai svanita, Odeana le augurò di essere felice con l’uomo che si era scelta coscientemente. Il conte Dalboni Savini era un gentleman e se ne sarebbe preso cura. Odeana sarebbe stata disposta a pagare una cifra cospicua  per poter osservare lo stupore di lui nell’accorgersi che anziché lei aveva davanti la sua gemella! Per ciò che la riguardava non era troppo dispiaciuta di sposare il suo aitante Bartolomeo…e nei raffinati salotti dell’aristocrazia ci poteva entrare in ogni caso grazie a Nelly, che in veste di contessa Dalboni Savini diventava un efficace passepartout. Oh, si, l’evolversi imprevedibile della situazione sembrava promettere sviluppi interessanti nell’immediato futuro. Certo, la gravidanza era un fastidioso inconveniente, ma il male non veniva solo per nuocere: quel bambino le consentiva di non tergiversare oltre nel rifiutare definitivamente le nozze con il ripugnante cugino Aroldo.

 Messo al bando ogni indugio, Odeana puntò dunque risoluta sullo studio del  padre. Attilio esibiva una tranquillità che era lungi dal provare riguardo alla sorte di Nelly. Piuttosto che ammetterlo si sarebbe fatto torturare, ma  aspettava notizie da una figlia definita, nel culmine della costernazione “ il frutto degenere dei miei lombi!”, ma a cui egli voleva molto bene.

 – Papà – esordì Odeana quando fu al suo cospetto – ti comunico che non sposerò il cugino Aroldo, ne ora né mai.

 – Tu farai ciò che ti si ordina, signorina, e senza fiatare! – le sopracciglia aggrottate e l’espressione corrucciata, le lanciò un’occhiata che, perlomeno  nelle intenzioni, avrebbe dovuto risultare intimidatoria. Non lo fu.

– Temo di no perchè sono incinta – gli spiattellò in tono soave e un sorriso angelico. – Puritano com’è, Aroldo non vorrà più saperne di me!

 – Ho dunque allevato due vipere pronte a mordere chi le ha nutrite – tuonò, esaurendo l’esigua pazienza di cui disponeva.- Nelly si è resa protagonista di una scandalosa fuga d’amore come una serva qualsiasi, e tu…- la fissò con cipiglio bellicoso. – A proposito, ma il conte non voleva sposare te? Dannazione, se ti ha messo nei guai te e ora fa il bis con tua sorella lo ucciderò appena lo acchiappo per vendicare l’onore delle mie figlie!

 – In realtà ero io quella che stava per fuggire con Arderico – gli confidò in un raro empito di sincerità – senza sapere che Nelly ne era innamorata . Mi sto anzi chiedendo se lui si è già reso conto di essere con la mia gemella.

– Che vergogna!- fu lo sdegnato commento di Attilio.- Siete due scostumate e non avrò più l’ardire di mostrare la mia faccia in giro per colpa…

 In quel momento la porta si spalancò e Amanda irruppe nella stanza con il viso arrossato e l’aria incredula. – Oh, mio caro, se sapeste!

 – Ma che diavolo succede oggi? Che vi prende? È tornata Nelly?

 – Che c’entra Nelly? Attilio, non  indovinereste mai che sto per dirvi!

– Allora basta tergiversare e parlate, per Dio! O vi diverte tenermi sulle spine? Non sono dell’umore adatto, vi avverto!

 – Non siate così irascibile!– lo ammonì. – Vi ho detto che ultimamente ero afflitta da un’indisposizione che avevo attribuito al climaterio…?

 – È venuto il medico a visitarvi? Nulla di grave a quanto pare.

 – No, ma dopotutto ho quarantun anni e non pensavo di poter… insomma, ho dubitato delle mie stesse orecchie quando il dottore mi ha comunicato che a Natale diventeremo genitori per la terza volta!

 Per alcuni istanti l’uomo restò senza parole. Gettò alla moglie uno sguardo guardingo prima di chiedere:- Non è che la fuga di Nelly vi ha sconvolto la mente più di quel che pensavo? Perché di sorprese ne ho avute  abbastanza, di recente, l’ultima delle quali non più tardi di cinque minuti fa: la vostra impudente figlia mi ha infatti ragguagliato su qualcosa che sta facendo  traboccare il vaso ormai colmo della mia sopportazione.

  Gli occhi di lei saettarono dall’uno all’altra. – Che cosa, precisamente?

– Che sarete anche nonni per la prima volta. Secondo i mie conti vostro nipote nascerà giusto per l’Avvento, come mio fratello… o sorella –  spiegò Odeana, pervasa da una duplice emozione. – Mamma, papà, felicitazioni!

 -Come sarebbe che ci renderai nonni?- Amanda fissò stranita la figlia. – È stato quel conte Dalboni? Non sembrava un libertino del genere…

 – No, il padre non è Arderico, mamma, ma non trovi fantastico condividere la dolce attesa insieme a tua figlia?

 – Be’, mi sconvolge che tu sia stata in intimità con almeno due uomini – la fissò trasecolata. – Ti credevo innocente e…  e sto per sentirmi male!

– Arderico si è limitato a baciarmi, per cui evitiamo scene da tragedia: è una meravigliosa notizia, mamma. Su, siediti, sembri fuori di te e non vorrei che svenissi davvero nelle tue condizioni.

 – Ma allora chi diamine sarebbe il padre del nascituro?- Superato a stento lo shock,  guardava a fasi alterne figlia e marito, l’espressione smarrita.

 – Vi dirò ogni cosa non appena ci saremo ripresi tutti. Papà, forse stavolta arriverà un maschietto, il vostro erede.

 Lui a un tratto scoppiò in una risata che sconcertò le altre due, temendo si trattasse di un cedimento emotivo. – I figli sono sempre una benedizione – disse invece quando recuperò il controllo – e li accoglieremo con gioia. Amanda, sarò orgoglioso anche se mi darete una terza figlia. Mi sembrava che la vecchiaia incombesse, ma questa nuova paternità porterà nei nostri cuori una ventata di gioventù. E se sarà maschio… ah, non oso  pensarlo. La clausola che lascia la terra agli uomini Marzorati capiterebbe a fagiolo. Aroldo è solo cugino di terzo grado e sarà costretto a restituirmela.

 – Sento che sarà maschio, caro – Amanda si asciugò gli occhi, commossa.

 – Signorina Odeana, è giunta una missiva per voi – il maggiordomo, dopo aver bussato, si era introdotto nella stanza  e le porgeva una busta.

 Lei la prese, ruppe il sigillo e la lesse rapidamente. Trasse poi un sospiro.

 – Che altro succede?- indagarono all’unisono Amanda e Attilio.

 – La lettera è di Bartolomeo Montanari, sottufficiale dei Cavalleggeri di Pinerolo. Lo sposerò appena tornerà perchè è il padre del mio bambino.

 – E dov’è, se posso chiederlo?- ironizzò lui, ma senza astio. Il figlio che Amanda gli aveva annunciato lo aveva indotto a riconciliarsi col mondo.

 – In Sicilia con le camicie rosse. La lettera l’ha spedita da Talamone, porto dove Garibaldi e i  suoi mille hanno fatto scalo dopo aver salpato con due vapori da Quarto. Bartolomeo si è imbarcato per partecipare alla spedizione e offrire il suo contributo all’Unità d’Italia. Mi informa altresì che c’erano  Nelly e Arderico sul Piemonte, i quali, testimoni Garibaldi e Bartolomeo stesso, sono stati uniti in matrimonio da un prete che era a bordo.

– Dio possa vegliare su tutti loro – mormorò Amanda a mani giunte.

– Donna, abbi fede e tutto andrà per il meglio, ne sono certo com’è vero che mi chiamo Attilio Marzorati! – Dichiarò lui con enfasi.-  Per cui dobbiamo festeggiare le nozze di Nelly e le prossime nascite che allieteranno la nostra famiglia: mio figlio e mio nipote! Ernesto – si era rivolto al maggiordomo, il quale si teneva in disparte con discrezione, in attesa di ordini.

 – Eccomi, signore.

 – Stappa il miglior spumante che abbiamo in cantina e quando noi avremo brindato, ti autorizzo a offrirne all’intera servitù.

 – Sarà fatto. – Aleggiava un sorriso compiaciuto sulla bocca del domestico mentre si eclissava rapidamente. Era al servizio dei Marzorati da anni e si considerava ormai parte della famiglia, cui per altro era molto affezionato, quindi gioiva delle buone nuove quanto loro stessi.

 – Speriamo che Nelly ci scriva presto per dirci che lei e suo marito stanno bene.  Questo ci permetterà di rispondere e di farle sapere le novità.

 – Oh, Attilio, anche il mio sesto senso mi sta dicendo che le cose gireranno nel verso giusto. Dopotutto la felicità ha deciso di privilegiarci, non è vero? Infatti tutti noi, in un modo o nell’altro ne siamo stati toccati.

 – Proprio così mia cara, ed è per questo che faremo un brindisi! Certe cose vanno celebrate come si conviene.

 Calatafimi

  Nelly e altre volenterose donne accorse dai dintorni si erano improvvisate infermiere per occuparsi dei feriti, il cui numero aumentava via via che la battaglia in atto si faceva cruenta. Il rumore all’esterno era spaventoso per l’incessante e assordante boato dei cannoni e le detonazioni delle armi da fuoco. Nell’ospedale da campo si respirava il pesante tanfo di sangue e i gemiti di dolore di chi era morente erano pura angoscia perché non c’era più nulla da fare, se non star loro accanto in attesa della fine. Lei era indicibilmente in ansia per Arderico e per le incerte sorti della battaglia. I borbonici, agli ordini del vecchio generale Francesco Landi, stavano dando filo da torcere anche per la disparità di forze: 1300 ardimentose camicie rosse contro 2500 soldati ben addestrati e ben armati dell’esercito nemico, schierati su un colle detta Pianto dei Romani. I garibaldini erano sull’altura opposta e tra i rispettivi fronti si apriva un avvallamento brullo, esclusi i filari di fichi d’india. I borbonici, avevano subito attaccato scendendo dal declivio, sparando senza risparmio verso le linee avversarie e inneggiando il loro re. Garibaldi, idolatrato dai suoi, non si era fatto cogliere di sorpresa ordinando un contrattacco capace di ricacciarli indietro e di far risalire le camicie rosse su per il crinale nel tentativo di conquistare i terrazzamenti, nonostante il martellamento di fuoco che convergeva su di loro dall’alto. La cima era tuttavia difesa con estremo zelo da chi vi era stanziato in una migliore posizione strategica, rischiando di degenerare in una sconfitta per le truppe tricolori, il cui valore era indiscutibile.

Con il lento trascinarsi delle ore l’apprensione di Nelly sfociò in una paura  irrazionale, anche perché corse la voce che Garibaldi era morto e Menotti ferito, notizia poi smentita. Il Generale, impavido come i suoi mille prodi, era alla loro testa esortandoli a non arrendersi.  Lei si era portata una prima volta ai margini della zona di guerra per farsi un’idea di ciò che accadeva. Le forze borboniche apparivano soverchianti, anche se gruppi di “picciotti” siciliani scesi dai monti si erano affiancati ai garibaldini. C’era perfino un francescano che combatteva. Sirtori era ammirevole: vestito di nero e con la camicia rossa che si intravedeva dal bavero, avanzava impassibile tra le pallottole che fischiavano senza tregua. Bixio, braccio destro del Generale, pareva essere ovunque sbraitando direttive a destra e manca. Le compagnie guadagnavano terreno metro su metro, una incalzando l’altra su quel campo di battaglia riarso dal sole cocente e cosparso di corpi falciati dai proiettili e dalle cannonate. Crollavano come birilli ma nessuno arretrava, pur stanchi, scemati e svantaggiati com’erano. Quando Sirtori cadde trafitto a morte, lei non resistette un attimo di più nel ruolo di spettatrice inerte. Si precipitò nella piccola tenda che la ospitava con Arderico e ne uscì in camicia rossa e calzoni. Una bandana sui capelli e la visiera del berretto a ombreggiarle  il viso, si tuffò nella mischia senza che qualcuno lì intorno si accorgesse che il giovane snello che sparava con una colt sui borbonici era una donna.

 Fu Bartolomeo a un tratto a riconoscerla, e la colorita imprecazione che si lasciò sfuggire attirò l’attenzione di Arderico, appostato vicino a lui.

 – Ti hanno beccato?- gli chiese con espressione preoccupata.

 – Si è rimessa le brache! Tua moglie, voglio dire, ecco perchè ho avuto un  trasalimento. A quanto pare quella pazza  ti è venuta dietro!

 – Cosa?!- Arderico, incredulo, allungò il collo ispezionando con lo sguardo dove l’altro gli indicava. Quando la scorse, snocciolò a sua volta una sfilza di oscenità irripetibili. Poi strisciando raso terra per schivare i proiettili, si diresse verso di lei, oppresso dal viscido terrore che potesse restare vittima del fuoco nemico da un attimo all’altro. Amava sua moglie più di quanto avesse creduto possibile amare una donna e aborriva il semplice pensiero di perderla! Il sudore che gli colava copioso sulla nuca, vide stupefatto che lei, dopo aver preso con cura la mira, aveva centrato in pieno un soldato nemico in procinto di sparare su un garibaldino. La fortuna del principiante, pensò nel piombarle inferocito alle spalle. – Cosa dannazione ci fai qui?- le ringhiò all’orecchio, senza che lei lo avesse notato arrivare, intenta com’era a  ricaricare l’arma. Nelly sobbalzò e ruotò su se stessa, diventando  pallida scorgendo il sangue che imbrattava la coscia destra del marito.

 – Arderico! Oddio, sei ferito…

 – Niente più di un graffio – la zittì, furioso che avesse osato avventurarsi in quella bolgia. – Vattene, Nelly, questo non è posto per donne.

 – Sono italiana – ritorse determinata – perciò non me ne andrò. – Il mio posto è qui, Arderico, e voglio stare con te nel bene e nel male!

 Lui fu lucidamente conscio che nulla l’avrebbe smossa da quel proposito  folle. Sospirò frustrato, prima di farle cenno di tenergli dietro, precedendola fino a dove Bartolomeo e gli altri facevano fuoco come forsennati.

– Ehi, cognata, qual buon vento?- l’accolse Montanari con un sogghigno eloquente all’indirizzo di Arderico, strizzandole l’occhio.

 – È tutto a posto, Bartolomeo – Nelly evitò di sorridere per non esasperare oltre Arderico, che sembrava poco disposto a raddolcirsi con lei.

I borbonici si erano messi a scagliare anche massi per fermare l’ascesa dei garibaldini che arrancavano verso la sommità, bombardati da una pioggia di pietre e pallottole, in un inferno di esplosioni. Garibaldi, dritto e fiero davanti alle sue irriducibili truppe, teneva d’occhio l’azione e incurante di essere esposto al fuoco nemico. Proprio allora giunse Bixio al galoppo, per fagli scudo con il cavallo.  – Generale, così volete morire?- gridò concitato.

 – Come potrei morire meglio che per il mio Paese – rispose imperterrito.

 – Temo che bisognerà ritirarci, Generale.

 – Ritirarci dove?- Garibaldi, la spada sguainata, scosse il capo in un fermo diniego. – Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!- E rivolgendosi alle camicie rosse, li incitò con voce risoluta:- Uomini,  vi chiedo un ultimo sforzo!– Poi tirò innanzi con la sicurezza del condottiero di razza che è conscio che la vittoria è a portata di mano: proprio il lancio di pietre attuato dai borbonici gli aveva fatto intuire che erano in difficoltà. Bixio lo seguì rispettoso.

 – Avanti! Avanti!- gridarono a una sola voce i garibaldini, spronati dal suono di una tromba che non smetteva un istante di squillare, lanciandosi coraggiosamente tra le siepi di baionette borboniche che abbagliavano gli occhi, stridendo sinistre quando, facendo muro contro l’ulteriore assalto, si avventarono su di loro. Molti morirono gridando “viva l’Italia!”, estremo omaggio alla Patria di chi a essa immolava giovinezza e la vita stessa.

– Sì, qui oggi si vince o si muore!-  ripeté Arderico, tentando di proteggere con il proprio corpo Nelly, nell’infuriare della battaglia.

 – Il destino ci sorride e dobbiamo approfittarne – gli fece eco lei.

 – Perdinci, guardate! I borbonici stanno velocemente rinculando!

 – In effetti se la stanno dando a gambe! – esultò Arderico.

 Infatti il generale Landi, che seguiva lo scontro da un landò, aveva deciso di sospendere il combattimento, ordinando ai suoi soldati  di ritirarsi.

 L’aria venne attraversata da un entusiastico coro di urrà. I mille coglievano una strepitosa vittoria dopo sei ore di ininterrotti attacchi. La tattica della guerriglia messa in atto da Garibaldi aveva palesemente disorientato gli avversari, ma il successo era dovuto anche al carisma del Generale al suo  impeto trascinatore, che aveva contagiato i garibaldini e finito per prevalere sul doppio di uomini schierati da Landi, oltretutto meglio equipaggiati.

  Il tricolore svettava al centro della Settima Compagnia, tenuto da uno dei 150 giovani che la componevano. Quasi tutti universitari di Pavia, veneti e lombardi. Era la compagnia più numerosa, la più bella, e su quella bandiera che sventolava nella brezza era raffigurata da un lato l’Italia che, spezzate le catene, si ergeva orgogliosa su un trofeo di cannoni e schioppi. Qualcuno iniziò a cantare l’inno di Mameli, imitato da tutti gli altri combattenti.

– Esisteva un debito di sangue verso i patrioti ai quali fu impedito di essere con noi in questa memorabile giornata che passerà alla Storia – Arderico, sfinito e commosso, stringeva a sé Nelly in quel momento solenne.

 – Racconterò ai miei figli che c’ero anch’io a Calatafimi con Garibaldi e le sue camicie rosse – commentò Bartolomeo, altrettanto provato ma contento come gli eroi che si stringevano intorno al Generale per portarlo in trionfo. Ignorava ovviamente di aver messo in cantiere il primo di essi.

 – Il significato politico e militare di una simile vittoria apre per conquistato diritto la strada all’Unità d’Italia: è stata eccezionale e ritengo un privilegio aver potuto condividere con voi tutto questo  – disse Nelly al marito.

 – Noi due poi facciamo i conti – la minacciò lui con un simulato cipiglio di disapprovazione maritale. I denti  balenarono però in un sorriso sul volto scurito dalla polvere e da sbaffi di fumo. Nella mente sfilarono brevemente le immagini del loro matrimonio, con Nelly emozionata e felice e lui idem.

– E quale sarà la mia punizione?- anche lei sorrideva.

– Prova a immaginarlo?- ritorse, guardandola con tutto l’amore che sentiva nel cuore per la sua impavida sposa.- Quanto alla battaglia di oggi, chi mai fermerà i Mille e il loro Generale, d’ora in avanti?

 – Già, chi mai ci arresterà? – gli fece eco Bartolomeo

 Ma Arderico non lo udì. Con un gesto deciso aveva strappato alla moglie la bandana e sciolto i capelli, che brillarono come oro nel sole al tramonto, poi la baciò. La bocca di Nelly era dolce e arrendevole sotto la sua, e quello gli  parve il modo migliore per celebrare la grande vittoria garibaldina.

 La pensava nello stesso modo anche Nelly.

 Bartolomeo li invidiò: avrebbe voluto avere a portata di mano Odeana per fare altrettanto. Ma si sarebbe fatto risarcire quanto prima in tal senso. Non solo, a costo di usare metodi di coercizione l’avrebbe convinta a sposarlo, si ripromise, prima di dare per discrezione le spalle ai due innamorati.

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Mariangela Camocardi

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