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I sogni cominciano all’alba, di Mariangela Camocardi (II)

Ecco la seconda puntata del romance storico “I sogni cominciano all’alba”, che Mariangela Camocardi regala alle affezionate lettrici del Blog di Babette Brown.

La prima puntata: 24 dicembre 2017.

Le altre puntate: 7-14-21 gennaio 2018.

Arderico

Arderico spronò il cavallo a un trotto più sostenuto sulla strada sterrata che serpeggiando tra le alture sopra il borgo di Fondotoce conduceva a villa Amanda, la dimora lacustre dei Marzorati. Aveva promesso a Odeana di chiederne formalmente la mano a suo padre e si accingeva a farlo appena fosse giunto a destinazione. Non era certo di esserne proprio innamorato, ma nessuna prima aveva potuto indurlo a trasformare in un marito lo scapolo impenitente che finora era stato. Era inoltre tempo che mettesse su famiglia: trentasei anni erano un’età opportuna per porre fine al celibato. Odeana gli pareva la sposa ideale: bella da togliere il fiato e dotata di un erotismo spiazzante, dietro quel viso da signorina perbene. Oltretutto lui aborriva un matrimonio combinato, correndo il rischio di ritrovarsi legato a qualcuno incapace di ricambiare la passione che sapeva di poter offrire a una donna. Parecchi amici suoi si erano fatti delle amanti per consolarsi di  mogli pudiche e fredde che si adeguavano agli obblighi coniugali più per dovere che per condividere alla pari l’intimità, simulando l’appagamento perfino. Tradivano anche le mogli, naturalmente, e più di quanto si potesse immaginare. Arderico voleva quindi una donna che stesse con lui per scelta e non per costrizione, capace di amarlo nel senso più profondo  del termine e collaborativa durante l’atto fisico, anche esigente nel pretendere piacere, perché no? Deplorava sopra ogni cosa l’ipocrisia e la falsità, ma Odeana non fingeva affatto di trovare piacevoli le effusioni di cui la faceva oggetto. Seducente e spigliata, era una sorta di afrodisiaco in sottana, con la prerogativa di eccitarlo già coi baci… e si lasciava baciare senza ritrosie ogni volta che ci provava. La gemella, al contraria, appariva estremamente riservata. A dire il vero lui aveva notato prima Nelly – così si chiamava- dopo il genuino stupore di incontrare donne così identiche da non riuscire a distinguerle. Seria, quasi scostante ma altrettanto desiderabile malgrado l’abito più castigato, Nelly non lo aveva degnato di uno sguardo, opponendogli una tale indifferenza da indurlo a spostare subito l’attenzione su Odeana. Detestava forzare la mano a chiunque, né voleva imporsi a qualcuno che evidentemente non manifestava nessun interesse nei suoi confronti. Esuberante e spigliata, Odeana aveva invece gradito l’approccio e flirtato sfacciatamente con lui, quindi ripiegare sulla sorella disponibile al corteggiamento non significava accontentarsi: erano uguali, no? Però, per come era fatto, avrebbe preferito venire incoraggiato da Nelly. Era stato pervaso da una certa delusione, lo riconosceva, perché d’istinto aveva fissato chi poi non gli aveva dato corda. Ma come si può costringere una donna che neppure ti guarda a cambiare atteggiamento solo perchè sei attratto da lei? Odeana poteva magari essere un surrogato, ma sembrava provare dei sentimenti per lui, e nei suoi occhi neri scorgeva la promessa di una passione anche fisica capace di infuocare le loro notti, dopo le nozze. In effetti Arderico non stava rimpiangendo di aver optato per lei, che ovviamente ignorava di rappresentare l’alternativa. Traboccava di voglia di vivere, in contrapposizione a Nelly che preferiva chiaramente defilarsi, quasi la infastidisse essere osservata più del dovuto da estranei. Forse era solo così altezzosa da frapporre tra sé e gli altri una barriera che la rendeva inavvicinabile, se giudicava qualcuno non alla sua altezza… i Marzorati non erano di estrazione nobile ma erano ricchissimi e appartenevano all’alta borghesia. Dettagli che gli importavano assai poco: titolo e patrimonio non garantivano sempre un affiatamento coniugale così duraturo da sfidare le insidie del tempo. Il padre di Odeana era titolare di alcuni alberghi dislocati nel nord e in altri rinomati centri di villeggiatura, per cui la famiglia si inseriva tra quelle più agiate della Lombardia facendo delle figlie due appetibili ereditiere. Lui ambiva essenzialmente ad avere una sposa  innamorata e fedele, piuttosto che i suoi soldi.

 Quanto al matrimonio, doveva essere rimandato a data da stabilirsi poiché Arderico contava di partire per Genova l’indomani stesso, ammesso e non concesso che Attilio Marzorati acconsentisse al fidanzamento. Avvertiva  una punta di rammarico all’idea di doversi separare da Odeana così presto, e di doverla trascurare forse per mesi, ma lei avrebbe certamente capito che non aveva scelta. Lui aveva scritto al suo amministratore per comunicargli la decisione di unirsi ai garibaldini, e per raccomandargli di continuare a occuparsi delle proprietà. Non che ci fosse bisogno: Camillo Pirovani era un dipendente integerrimo, e inoltre i possedimenti agricoli che Arderico aveva nel mantovano erano affidati a mezzadri che li coltivavano da intere generazioni. I campi e gli allevamenti di bestiame, grazie al loro sudore, contribuivano anzitutto al sostentamento dei coloni stessi, poi ovviamente alle migliorie cui provvedeva regolarmente il buon Pirovani. Naturalmente Arderico ne traeva un discreto profitto che, di anno in anno, consolidava il suo benessere economico. Trascorreva molti mesi nella casa di campagna costruita due secoli prima dai suoi predecessori, a stretto contatto con la scura, fertile terra alla quale era profondamente legato.

 Sistemate le questioni pratiche, aveva inviato una seconda lettera al notaio Castoldi per le disposizioni testamentarie: se fosse caduto combattendo una parte dei suoi beni doveva essere donata in beneficenza agli orfanotrofi di cui allegava l’elenco, Per il resto nominava suo legittimo erede Umberto Guglielmi. Umberto era un fratellastro nato dall’illecita relazione della loro  madre Dora con l’individuo con cui era andata a convivere quando il marito aveva scoperto l’adulterio. Fino a quel giorno suo padre non aveva mai sospettato che Umberto – che all’epoca aveva tre anni – fosse figlio di un altro. Una lettera anonima, spedita probabilmente dallo stesso amante della moglie, aveva fatto venire a galla la verità. Davanti ai suoi occhi di adolescente si era consumato il dramma di genitori ormai ai ferri corti. Pietro Dalboni Savini aveva affidato a un legale il disconoscimento della paternità e Dora, fulcro di pettegolezzi e del biasimo del vicinato, se n’era andata con Umberto, senza però chiedere al primogenito se voleva seguirla,  anziché restare con il padre.

 La madre gli aveva scritto in quegli anni per raccontandogli del fratello, che tutto sommato non aveva colpa di quanto era accaduto, ma Arderico non aveva mai risposto, né c’era stata frequentazione. Lei, Umberto e il suo amante e Umberto risiedevano in una località in Umbria, e lui non sentiva la necessità di riallacciare rapporti,  Il titolo non poteva essere trasmesso al diciottenne Umberto, ma non essendoci altri consanguinei di linea diretta il giovane, anche per la parentela, era l’unico cui destinare l’eredità.

 Arderico distolse la mente da un passato con cui ancora non era disposto a  riconciliarsi e, come succedeva da un paio di settimane, si concentrò sulla spedizione garibaldina. Nessuna esitazione a ingrossare le fila delle camicie rosse, coi molti volontari che continuavano a convergere nella città ligure, animati dallo stesso ideale: l’Italia unita sotto un’unica bandiera! Era un obiettivo che suscitava grande entusiasmo tra chi aderiva a un’impresa che si prospettava risolutiva ai fini dell’Indipendenza. La lotta rappresentava la sola condizione possibile per emancipare la Patria e il popolo da un giogo straniero che teneva in umiliante schiavitù entrambi. Il tricolore, sacro simbolo di un sogno cui tanti patrioti avevano sacrificato la vita, doveva sventolare dal Piemonte alla Sicilia. Un sogno che era ormai così a portata di mano che il cuore esultava. Garibaldi, carismatico trascinatore di uomini, li avrebbe guidati sicuramente al raggiungimento di quel traguardo a lungo anelato. Coloro che rispondevano alla chiamata alle armi sarebbero riusciti a forgiare un destino diverso per un Paese ancora spaccato e occupato da borbonici e austriaci. Garibaldi era ossessionato dall’idea di unificare la penisola, anche perché il Sud era pronto a insorgere. Alla realizzazione di tale nobile causa aderivano, anche segretamente, i sostenitori più disparati: la fabbrica di armi Ansaldo sosteneva di nascosto la spedizione, incitando Garibaldi all’azione. Il colonnello Colt aveva inviato a quest’ultimo cento di quelle formidabili pistole da lui stesso inventate, e che nel Texas si erano dimostrate così efficaci. Contributi in denaro erano giunti da Lady Byron e dal Duca di Wellington, si facevano collette pro-Garibaldi ovunque e Pavia e Parma avevano offerto ragguardevoli somme al condottiero.

Cavour, che in apparenza non appoggiava il piano di Garibaldi, tramite il suo incaricato La Farina ne controllava col massimo scrupolo l’operato. Era stata proibita qualsiasi azione contro lo Stato della Chiesa, il che rendeva inattuabile un attacco al regno delle Due Sicilie passando dalle Marche, territorio pontificio. Arderico voleva essere personalmente partecipe alla costruzione di una nazione finalmente libera e più moderna, e la prospettiva di essere tra coloro che sarebbero sbarcati in Sicilia gli appariva esaltante. Lui aveva saputo, tramite un amico del Partito d’Azione già in viaggio per Genova, che Garibaldi era stanziato a villa Spinola, presso l’amico Candido Augusto Vecchi, un combattente della Repubblica Romana del 1849. Nella casa di Agostino Bertani si era  invece insediato il comitato organizzatore per la liberazione del regno delle Due Sicilie. Ne facevano parte tra gli altri Bixio e Crispi, e in quello che era diventato il quartier generale, secondo le informazioni pervenute, c’era un va e vieni ininterrotto di amici, compagni di lotta, di corrieri che portavano messaggi inviati con il prezioso telegrafo elettrico. La Masa e Carini affiancavano Garibaldi e, quasi tutti provenienti dalle regioni del Nord Italia, si raggruppavano a Genova lombardi, toscani e veneti di ogni ceto. Avvocati, farmacisti, medici intellettuali, artisti. Ma anche operai, artigiani e molti combattenti e reduci del 1848. Naturalmente c’erano i Cacciatori delle Alpi. Gli esuli siciliani erano riusciti a convincere Garibaldi a intervenire e ad appoggiare gli insorti di Sicilia, sempre più ostili al governo dei Borboni dopo la feroce repressione del 1848-49. La recente annessione al Piemonte delle regioni dell’Italia centrale aveva fatto scoppiare al sud dei focolai di rivolta, subito soffocati dalle autorità. Solo un esiguo manipolo di insorti, guidati dal mazziniano Rosolino Pilo, sfuggiti agli arresti, si erano rifugiati sulle montagne, dove già operavano  altri sparuti gruppi di patrioti pronti ad appoggiare Garibaldi, quando fosse approdato sulle coste siciliane.

 Scorgendo poco lontano il muro di cinta di villa Amanda, Arderico tirò le redini per trattenere il cavallo. Quando il custode gli aprì il cancello con un rispettoso inchino, imboccò il viale ombreggiato da tigli e siepi di azalee in fiore. Quel mattino il cielo era coperto da nuvole scure che rendevano il lago color antracite e lasciavano prevedere pioggia entro il pomeriggio. Lui  aveva precedentemente annunciato la visita al padre di Odeana e fu accolto con deferenza da un maggiordomo dai capelli canuti e l’aria compassata. La livrea nera con bottoni dorati faceva sembrare più imponente la figura  del domestico, che si mostrò poco loquace limitandosi a prendere soprabito e cappello per consegnarli a una cameriera che si era materializzata come d’incanto alle loro spalle. Poi questi lo pregò di seguirlo fino allo studio del padrone, e Arderico si scoprì ad ammirare l’interno della villa mentre gli teneva dietro, arredato con mobili di pregio che denotavano l’estremo buon gusto di chi ci abitava. Tutto, dai preziosi tappeti orientali che attutivano lo scalpiccio dei passi, ai quadri, agli specchi dalle cornici dorate appesi alle pareti tappezzate, rivelava la ricchezza dei Marzorati.

 Il padre di Odeana gli si fece subito  incontro, la mano tesa in un cortese gesto di benvenuto. – Lieto di conoscervi, conte Dalboni Savini – esordì,  invitandolo ad accomodarsi  con un esplicito cenno del braccio.

 – Buongiorno, signore – ricambiò la stretta e gli sorrise. – Odeana vi avrà sicuramente anticipato il motivo della mia presenza qui oggi.

 – Certo. Devo tuttavia confessarvi che proprio per questo sono imbarazzato con voi – l’uomo attese che l’ospite prendesse posto prima di sedere a sua volta. Escluso il ritmico tic tac di una pendola di pregevole fattura, nessun  suono scalfì il silenzio caduto nello studio. Vi aleggiava l’aroma di tabacco da pipa e  l’impronta maschile di Marzorati predominava netta. Doveva ritirarsi spesso tra quegli scaffali colmi di volumi. – Gradite qualcosa?

  – Nulla, grazie…- Arderico fece suo malgrado trapelare un’incertezza che non gli era solita. Che diavolo c’era che non andava?– Imbarazzato perché, se posso chiederlo?- soggiunse, fissando perplesso l’interlocutore. Il padre di Odeana era un uomo di bell’aspetto, sui sessanta. La chioma brizzolata faceva risaltare il volto scurito dal sole e la carnagione ancora liscia, con folti baffi che si univano ai basettoni. Aveva occhi neri, come la figlia, cui somigliava molto, era alto quasi come lui ed era di costituzione asciutta. Indossava con disinvolta eleganza la redingote blu e un gilé grigio tortora. Calzoni, camicia e cravatta erano impeccabili. Incongruamente Arderico si trovò a considerare che in pratica erano vestiti allo stesso modo, esclusi gli stivali. L’altro calzava infatti scarpe di morbido camoscio.

 – So di deludervi, conte, ma mia figlia è già promessa a mio cugino Aroldo e sono un uomo che tiene fede alla parola data – lo ragguagliò Attilio con espressione affatto rammaricata. Vedendo Dalboni Savini irrigidirsi a tale sua dichiarazione sparata a bruciapelo, non gli diede il tempo di replicare e lo prevenne con un perentorio: -Lei avrebbe dovuto dirvelo!

 –  Odeana in realtà me ne ha accennato, signore.

 – Sul serio?- Marzorati fece una smorfia eloquente. – Se è così, non avreste neppure dovuto chiedermi di essere  ricevuto da me,

 – Forse ai vostri occhi apparirà un demerito, ma in genere non rinuncio a priori a quanto mi preme senza neppure fare un tentativo. Se mi permettete  un’obiezione, credo di potermi azzardare a dire che vostra figlia abbia altre intenzioni circa l’uomo con cui desidera maritarsi. Mi ha onorato delle sue confidenze, dicendomi con palese angustia di non provare alcun trasporto per quello che dovrebbe essere lo sposo scelto da voi.

 – Aroldo è  il marito che Odeana avrà al suo fianco in virtù delle nozze, che avverranno quanto prima – ribadì Attilio in tono privo di emozione. – Il condizionale non sussiste, temo. Mi spiace che vi siate dovuto scomodare inutilmente, conte. Vi avrei comunicato le motivazioni per lettera, ma non sono uno zotico ed era più corretto parlarvene  direttamente.

 – Potrebbe smuovervi il ribattere che lei è innamorata di me?

 Marzorati  scosse il capo. – È un dettaglio irrilevante e non cambierò idea: mia figlia obbedirà alla mia volontà, come sempre ha fatto.

 – Scusate se insisto, ma ho come la sensazione che ci sia da parte vostra un preconcetto di base che non comprendo, e che non voglio classificare come antipatia nei mie confronti.  Non ci conosciamo, dunque cosa mai potrebbe  indurvi  a declinare la mia proposta?

 L’uomo gli scoccò un lungo, penetrante sguardo, ponderando le parole più idonee con cui chiudere la questione. – Siete perspicace – ammise infine con riluttanza. – Sono affezionato alle mie figlie, quindi incline a esaudirne le richieste, se ragionevoli. Mi sono perciò premurato, quando Odeana mi ha detto di nutrire dei sentimenti per voi, e che le vostre intenzioni erano rispettabili, di raccogliere informazioni, come farebbe ogni padre.

 – Avrei potuto darvene di esaurienti io stesso, signore – Arderico non batté ciglio. Non celava scheletri nell’armadio e la sua vita era specchiata

 – Davvero?- Marzorati gli sorrise scettico. – Dubito che mi avreste anche solo accennato allo scandalo suscitato dalla condotta deprecabile di vostra madre. E nemmeno che vi siete battuto a duello almeno in due occasioni… nella seconda delle quali avete addirittura ucciso il vostro rivale.

 – Il comportamento di mia madre, quale che sia, non fa necessariamente di me una persona disonesta – rimarcò Arderico con altera condiscendenza. Non gli garbavano i pregiudizi, in particolare se vertevano sull’assurda convinzione: “tale padre, tale figlio”. – Quanto ai duelli, ho agito secondo ciò che in coscienza ritenevo giusto fare.

 – Devo dissentire, conte – obiettò Attilio. – Non è sparando e ammazzando gli altri che si dirimono le situazioni scabrose della vita.

 – Talvolta le circostanze non ci concedono alternativa, dovreste saperlo. E credo che vi sareste comportato nell’identica maniera, se qualcuno avesse osato esprimere offensivi commenti su un membro della vostra famiglia.

 – In verità, conte, non trascendo mai.

 – Raccogliere una provocazione può essere inevitabile quando a soffrirne è un padre amato e assolutamente degno di stima che non merita le ingiurie altrui. Ho dovuto reagire di conseguenza. – La mascella indurita per essere stato costretto a ricordare l’episodio, Arderico non poté impedire alla sua memoria di far riaffiorare il viso arrogante e derisorio del barone Piermaria Zerbi Donati. Questi frequentava lo stesso club di Arderico, ritrovo di molti aristocratici milanesi, e dopo aver perduto una cifra considerevole giocando a carte con lui, conscio di non essere in grado di pagare, aveva fatto una deliberata e pesante battuta sulla reputazione di Dora e sul fatto che il figlio di una tale sgualdrina potesse avere la propensione a barare. L’intento era ovviamente spingere Arderico a esigere soddisfazione con un duello, e dato che Zerbi Donati era temuto per la sua micidiale mira con la pistola, probabilmente era stato persuaso di potersi sbarazzare con estrema facilità di un antagonista più giovane e meno esperto di armi da fuoco. Viceversa, era anche lui un discreto tiratore e non aveva esitato ad affrontare il barone.

  La fortuna si era schierata dalla sua parte.

 –  Siete ammutolito?- lo riscosse Attilio Marzorati.

 – No, mi limitavo a valutare le mie azioni dalla vostra prospettiva, e pur   rispettando la vostra opinione, sono un gentiluomo e i gentiluomini danno più importanza all’onore che all’insolenza gratuita di cialtroni in cui spesso si imbattono, purtroppo. – Si strinse nelle spalle, alzandosi in piedi. A un tratto aveva fretta di congedarsi da Marzorati, la cui esiguità di vedute non offriva brecce finalizzate a un possibile accordo matrimoniale.

 – Temo di non condividere la vostra troppo opportuna conclusione. Non si arriva mai a gesti deleteri, se ci si sforza di evitarlo. Non bastasse ciò, siete un ribelle rivoluzionario e ci mancherebbe altro di inculcare a Odeana idee balzane. Intrattengo proficui affari in Veneto e inorridisco al pensiero che possiate coinvolgere mia figlia, e noi di conseguenza, in una bega politica. È fin troppo scalmanata di suo e le serve un marito che ne sappia tenere a freno i focosi spiriti: ritengo Aroldo l’uomo più idoneo a tale ruolo.

 – Più che ribelle, solo qualcuno che prova un grande amor di Patria, e ne vado fiero, signore. Mi rendo comunque conto di essere fuori causa come pretendente, e che insistere è  fiato sciupato: non tornerete sulla decisione di non concedermi la sua mano,vero?

 – Odeana sposerà Aroldo, e questo è quanto!- sentenziò in tono risoluto.

 – Allora non resta altro da aggiungere, a questo punto, salvo il sottolineare  che vostra figlia non ne sarà minimamente contenta.

 – Vi dimenticherà – Marzorati non parve affatto impensierito di subire le rimostranze della giovane, mentre lo precedeva alla porta.

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Mariangela Camocardi

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