Pensieri sparsi

I racconti di Linnea Nilsson: sussidio di disoccupazione

Stacy la incontrai per caso, un giorno che me n’ero andata nel cortile comune a prendere il sole, uno dei rari giorni in cui si poteva. Era di Londra, un accento cockney che si tagliava col coltello, e quattro figli.
I primi due da un matrimonio con un turco, i secondi due con Jason, l’attuale compagno. Aveva le idee confuse sulla religione. Avrebbe voluto che i figli prendessero la religione del padre, ma le uniche due cose che si ricordava erano che il figlio più anziano andava educato alla musulmana e che nessuno poteva mangiare porco.
Era di vedute flessibili, però, come capita sempre quando non si sanno le cose; Stacy interpretava, adattava alla bisogna, improvvisava. Anche la regola del maiale era traballante e un morso al panino con la mortadella lo diede di sicuro.
Si comincia sempre così, con l’ignoranza, e ciò che non si capisce lo si accomoda a seconda delle occasioni, come quando ci si va a confessare e si lasciano fuori le cose meno importanti, o quelle imbarazzanti. Alla fine le religioni servono a quello, a tenerci un po’ in riga, a non farla fuori dal vaso la maggior parte delle volte, ma non molto di più.
Stacy aveva fatto la modella e circolavano voci tra i vicini che avesse anche dei soldi messi via, forse anche ventimila sterline, ma in realtà viveva col sussidio di disoccupazione e delle volte faceva fatica ad arrivare a fine mese. L’attuale compagno, Jason, era anche lui disoccupato. Era un bellone che aveva fatto il modello pure lui, ma non ho mai approfondito come si fossero conosciuti. Pareva che avesse una laurea in psicologia, ma a sentirlo parlare dava l’impressione di essere un poveraccio come tutti noi, in quel condominio. Io ci stavo alla larga perché Stacy diceva che ogni tanto fumava gli spinelli.
I figli avevano tutti un nome che iniziava con la G e facevano più casini che altro, tanto che la Stacy era ogni giorno a urlare come una ossessa; quando non ne sgridava uno toccava al successivo.
Io avevo lavorato per un po’ per un avvocato e un giorno che mi venne a chiedere dieci sterline per caricare la chiavetta dell’elettricità glielo chiesi diretta se si faceva dare il sussidio.
Mi fece shh con il dito sul naso e chiese se poteva entrare.
“Jason si incazza solo a sentirlo dire” mi disse, guardando verso la sua porta, come se fosse una cospiratrice.
“Beh, anch’io lo prendo, c’è mica da vergognarsi.”
“Lo so, ma ormai sono quasi quattro anni e quell’argomento non lo si tocca. Non lo cerca nemmeno più un lavoro.”
L’avevo sentita in mille salse da mille persone diverse quella faccenda. Con quattro figli avranno preso sì e no mille sterline al mese e con l’affitto pagato non ci sarà stato da scialare, ma per lo meno sopravvivevano. Mi feci raccontare i dettagli, già che era lì, poi accesi il computer sgangherato e le rifeci i conti. Coi quattro figli avrebbe dovuto prendere di più e compilammo il modulo quella sera stessa sul sito del governo. Quasi duecento sterline in più al mese, non male per dieci minuti di lavoro e una vita passata a subire angherie nell’ufficio di un avvocato.
L’avrei voluto anch’io un figlio, ma di metterlo al mondo per farlo vivere in quelle condizioni non ci pensavo nemmeno. Il cane forse mi sarebbe bastato.

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E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

2 Commenti

  1. 7 dicembre 2015 at 9:18 — Rispondi

    Una coltellata allo stomaco o uno sguardo fugace sulle miserie altrui?
    Devo decidere.

    • Babette Brown
      7 dicembre 2015 at 9:55 — Rispondi

      Linnea Nilsson ha uno sguardo acuto, non scevro da empatia nei confronti delle persone che mette sotto il microscopio.

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