Interviste

Intervista: Grazia Verasani

Ha il potere di disorientare, Grazia Verasani. Ogni qualvolta credi di capire dove va a parare  ti spiazza con un controtempo dei suoi, sempre fedele a sé stessa ma cambiando sempre. Non si poteva certo incanalare in un’intervista la sua grande personalità, non lo pretendevo, e credo che neppure l’arte, quella con la ‘a’ maiuscola, possa prevedere le sue mosse. Musica, scrittura, teatro: in tutto questo ha messo un po’ di lei e, viceversa, un po’ contiene quel piccolo grande tutto.
1) Grazia, dici che quando scrivi cerchi di ‘fermare l’istante in cui vita e espressione artistica si fondono’. È dunque solo di brevi  istanti che si tratta, non c’è un fluire continuo di arte nella vita o viceversa?
Parto da un presupposto di mobilità in cui, a tratti, si riconosce una convergenza, una  fusione appunto.  Ci sono momenti poetici che la vita regala e che un artista riesce a catturare e descrivere.  Ma ci sono situazioni “ordinarie” in cui la realtà non è trasfigurabile.  Io personalmente amo l’arte in tutte le sue forme, ma questo non significa che amo sempre la vita.    
2) La musica,  i libri, il teatro: tutto nasce in qualche modo dalla scrittura ( un testo di una canzone, una pièce, una storia). È stato Tonino Guerra a incitarti a scrivere (lo dice Wikipedia, nda), o l’avresti fatto lo stesso?
Quando ho conosciuto Guerra scrivevo già. La scrittura è stata, dai dieci anni in poi, una zattera imprescindibile, per me. Ma è vero che a vent’anni, a Roma, tra teatro, audizioni, affitti di monolocali, vivevo con quattro arance al giorno e a volte sbandavo. Guerra lesse i miei primi racconti, li fece leggere a Roberto Roversi e Gianni Celati, mi consigliò di tornare nella protettiva Bologna e di sostituire il sogno dell’attrice con quello della scrittura. Cosa che feci. Quindi, diciamo che Guerra mi ha aiutata a scegliere. In quegli anni, tornata a casa, cominciai a pubblicare i miei primi racconti su riviste e quotidiani. Poi mi feciprendere dalla musica. Sono sempre stata inquieta, disallineata, bisognosa di coltivare più passioni contemporaneamente. Non ho mai lasciato per strada nessuno dei miei amori. Li ho fatti spesso confluire. Teatro, cinema, musica. La scrittura è stata ed è il collante di tutte queste cose.
3) Esprimersi artisticamente significa mettersi in gioco in modo pesante, con il prossimo e con sé stessi, almeno io credo sia così. Farlo su più fronti diventa più difficile o più ‘pesante’, oppure non ti cambia niente?  
Ci si mette in gioco sempre, credo, in ogni mestiere che si ama. Dipende molto dal carattere. Scrivere per me è una fatica, una necessità con cui entro spesso in conflitto, perché mi richiede molte energie e molte rinunce. Ma è la passione a muovermi, qualcosa che è più forte di me e che non so controllare. C’è una serietà missionaria nelle vocazioni forti, a prescindere dai risultati, e condiziona la tua vita, inevitabilmente.  
4) Come riconosci una ‘nota stonata’ quando scrivi un libro?
Dipende dalla nota e dal contesto in cui è inserita. A volte ci sono dissonanze necessarie, tasti su cui metti le mani per sbaglio che si dimostrano vincenti. Avendo un approccio musicale con la scrittura, sono molto attenta al suono, al ritmo delle parole. Un romanzo è una partitura, per me. Gli errori li accetto implicitamente. L’orecchio a volte sbaglia. E’ la ragione per cui a volte, un autore, rileggendosi, correggerebbe qui e là. 
5) Entro nel personale: conciliare la vita di tutti i giorni con l’arte cosa comporta?
Non credo esistano regole valide per tutti. Si va “a sentimento”. Ho sempre considerato l’arte, la creatività in genere, un modo per essere liberi. Esprimersi liberamente fuori dai giochi (e gioghi) del mercato. Ho sempre creduto nell’esperienza, cioè nella vita, nella curiosità. Insomma, mi sono spaccata la testa. Posso dirti che oggi vedo troppi scrittori che potrei definire “salutisti al computer”. Ecco, io non mi sono mai protetta. Per me scrivere è un atto senza protezione. Scrivo e vivo così. 
6) Cosa ti piace particolarmente del tuo metodo di lavoro, tanto da ritenerlo un tuo punto di forza?
I mesi di ozio apparente. Cioè quando sembra che non faccio nulla oltre a vivere e invece sto raccogliendo materiale per mettere quella vita su pagina.  Non scrivo tutti i giorni, a parte pensieri e appunti personali. Non mi do regole. Quando mi sento pronta a iniziare un romanzo, mi ritiro e lavoro per mesi, è il mio modo di fare ordine. Comunque, per risponderti, credo che il mio punto di forza sia la musica. Nel senso che la trovo alla base di tutti i miei scritti. Forse suona presuntuoso, ma mi sento “musicale”.   
7) Ti riconosci nella tormentata umanità degli artisti cui fai riferimento in ‘Accordi minori’ (una serie di ritratti in forma di monologo, dedicati ad artisti come Amy WinehouseKurt CobainJeff BuckleyJanis JoplinMia MartiniDalidaTencoUmberto BindiGiuni Russo ed altri)?
Non mi riconosco in certe forme estreme con cui molti di loro hanno cercato di arginare le fragilità, soccombendone fatalmente. Ma mi sono totalmente identificata con i rovesci del successo, le sue tirannie, gli scompensi, la paura di esserne fagocitati e strumentalizzati. Stessa cosa per i fallimenti. Per l’ossessione del suicidio. Ho scelto sensibilità musicali vicine al mio gusto, e sono entrata in empatia con loro. Non credo in un’arte che non sia tormentata. Ci sono stati artisti che si sono rovinati con alcol, droghe, amori dilanianti, e hanno creato pagine (o canzoni) terse e immortali. Oggi vedo troppi talenti seduti composti nei primi banchi, bravi tecnicamente, ma “l’arte” per me resta un’altra cosa. Non dico che ci si debba distruggere per raggiungere certi risultati, dico però che non si fa arte nei luoghi di riparo, sotto campane di vetro, igienizzandosi dall’esistenza.      
8) Domanda con il sorriso: te la senti di fare una promessa a chi ti segue?
Be’, ai miei lettori posso dire che ci ho messo 50 anni per imparare a somigliare me stessa, quindi non ho intenzione di tradirmi. Vorrei continuare in questa direzione, che grosso modo si chiama “essere come si è”. 
9) Penitenza se non dovessi mantenerla?
Mettermi a dieta? Amo i dolci!
Chi è Grazia Verasani:
Grazia Verasani è scrittrice, cantante e autrice di numerose pièces teatrali di successo.Bolognese del ’64, tra le altre opere ricordiamo ‘Quo vadis baby’, noto per essere stato trasposto da Gabriele Salvatores in pellicola e serie TV, il monologo teatrale ‘Vincerò’ e la canzone ‘Nata mai’. Pluripremiata in tutti i campi, ne si  può approfondire la conoscenza su questo link:
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