Gli amici del MagRubriche

Gli occhi del desiderio, Fan-Fiction di Sarah Bernardinello, diciannovesima puntata

Capitolo 19

«Nabir sta bene?» chiese Myrrin, non appena Gyllahesh mise piede in cucina, al mattino presto. Lo aveva lasciato ancora addormentato, al caldo sotto le coperte, e si era allontanato in silenzio.
«Credo stia ancora dormendo,» rispose, andando a sedersi. Doveva comunque una spiegazione per la loro sparizione della sera prima, e ammiccò. «Ieri sera l’ho trovato mentre stava preparando il suo bagaglio, voleva andarsene. Sono riuscito a convincerlo che la colpa di quanto è successo non è sua, e alla fine si è addormentato. E anch’io.»
Myrrin lo fissava, gli occhi chiari che sembravano frugargli dentro. Per un istante, Gyllahesh si chiese se l’uomo più anziano sospettasse qualcosa, poi si diede dello sciocco: non si erano certo comportati come amanti, in nessuna occasione. L’unico momento in cui si era avvicinato a Nabir come tale era stata la sera prima, ed erano soli.
«Sono felice che tu l’abbia dissuaso,» commentò l’altro, posandogli davanti una scodella. «Quel ragazzo merita di essere felice.» Di nuovo quello sguardo consapevole.
Gyllahesh deglutì: possibile che i sentimenti trasparissero sul suo volto, e che Myrrin riuscisse a capire cosa provava solo guardandolo? I rapporti tra uomini erano fonte di disprezzo, a Endora: se qualcuno li avesse scoperti, avrebbero rischiato l’emarginazione.
«Sì,» si decise a dire. «Lo credo anch’io.»
«E io sono convinto che qui sarà felice.»
Lui spalancò gli occhi. «Myrrin…»
L’altro fece un gesto con la mano, quasi a voler liquidare la questione. «Mangia, Gyllahesh. Se non erro, hai un appuntamento in tarda mattinata.»
Lo aveva dimenticato. Improvvisamente, incontrare una donna non era più fonte di entusiasmo o aspettativa, non come prima. Gli era bastato sfiorare una pelle diversa, morbida, certo, ma dalla consistenza più forte, perché anni di arte sapientemente elargita venissero quasi accantonati. Doveva concentrarsi e lasciare da parte, almeno per il momento, il pensiero del viso di Nabir trasfigurato dall’estasi.
«Hai ragione, Myrrin.»
Tutto si sarebbe risolto, si disse, mentre mangiava la zuppa dolce. Qualunque cosa il suo vecchio amico pensasse, o pensasse di sapere, sembrava essere dalla loro parte. Gli bastava quello perché la giornata tornasse a sorridergli, doveri o non doveri. Avrebbe reso felice Nabir, anche se di nascosto.

***

Non aveva visto Gyllahesh per tutto il giorno. Nabir sapeva che la sua arte era preziosa, che serviva a mantenere lui e tutti gli uomini della famiglia, ma non per questo smise di avere pensieri egoisti a invadergli l’anima. L’uomo che lo aveva stretto e baciato aveva elargito le sue carezze e il suo calore a delle donne che non erano alla sua altezza, e che avevano potuto ottenere qualcosa solo in virtù del denaro che erano in grado di sborsare.
Era un pensiero maligno e che lo rattristava, ma la morsa che sentiva nello stomaco lo rendeva acido.
Myrrin aveva terminato di confezionargli un paio di pantaloni e una casacca semplice con la stoffa che avevano acquistato al mercato due giorni prima, e il rammarico di non potersi vedere nello specchio si aggiunse all’amarezza che lo rodeva dentro. Di nuovo, sapere che la sua presenza era un intralcio lo corrose, malgrado il buonsenso gli suggerisse che era meglio così. L’uomo per il quale il suo cuore si scaldava non era suo, non nel modo che avrebbe voluto. Si sarebbe dovuto accontentare di quello che Gyllahesh avrebbe potuto dargli, e che era comunque più di quanto si sarebbe mai aspettato. La sua sijia non sarebbe stata d’accordo, se lo avesse saputo, e probabilmente non lo avrebbe più degnato di uno sguardo, ma era lontana e lui non aveva intenzione di addolorarla mettendola al corrente che la sua stranezza non si limitava agli occhi, ma che raggiungeva profondità insospettate. Amare una persona del proprio sesso li poteva condurre solo verso un abisso di dolore, se fossero stati scoperti, ed era sua intenzione evitarlo per quanto possibile. Il terrore che lo aveva invaso il giorno prima, quando avrebbero potuto far del male a Gyllahesh, o addirittura ucciderlo solo perché era andato a cercarlo, era ancora vivo dentro di lui.
Non lo avrebbe spinto a manifestare il Legame, così come non lo avrebbe fatto lui. Non avrebbe mai messo a repentaglio la vita di Gyllahesh soltanto perché il proprio cuore sanguinava nell’immaginarlo con una donna. La notte prima, l’uomo lo aveva fatto sentire al centro del suo mondo. Niente egoismi o false speranze: lui viveva lì e poteva averlo tutte le notti. Doveva farselo bastare.

***

L’acqua calda e profumata in cui era immerso stava lenendo la tensione dei muscoli. Gyllahesh sospirò, adagiandosi all’indietro. Voleva rimuovere dalla pelle un profumo che non era il suo, prima di accostarsi a Nabir e stringerlo fra le braccia. Sbatté le palpebre e si perse per un attimo nei pensieri: da lì in avanti non sarebbe stato facile, ma ci sarebbe riuscito. Bastava tenere separata l’arte dal cuore, come aveva fatto fino ad allora. Il suo cuore sarebbe stato solo del ragazzo che gli era entrato dentro dal primo momento che lo aveva visto.
«Posso aiutarti?»
La voce timida ed esitante lo fece trasalire, e si voltò a guardare colui che dominava i suoi pensieri fermo sulla soglia della camera. Non aveva sentito la porta aprirsi. La bocca gli si aprì in un sorriso, mentre sollevava una mano.
«Ho quasi finito,» lo informò, guardandolo avvicinarsi.
«Posso lavarti la schiena,» suggerì Nabir, inginocchiandosi vicino alla vasca.
«Mmmh… Sono tentato di accettare.» Gyllahesh strinse la mano sul collo esile del ragazzo e lo attirò a sé, baciando quelle labbra dolci e sentendolo sospirare. Quando si allontanò, gli accarezzò il viso liscio. «Come stai?»
«Bene,» sussurrò il ragazzo. Prese la pezzuola che gli stava allungando e la passò con delicatezza sulla schiena. «È stata una giornata strana.»
«In che senso?»
«Sono stati tutti gentili con me, ma Myrrin si è superato. Credo di non essere mai stato coccolato così, in vita mia, nemmeno dalla mia sijia. Non ha voluto che alzassi un dito per tutto il giorno. È stato un po’ noioso, in verità.» Accompagnò la passata della pezzuola lungo la sua spina dorsale con piccoli baci delicati, che lo fecero rabbrividire ed eccitare. «Ah, e mi ha anche finito gli abiti, un paio almeno. Sono così morbidi, devono essere bellissimi.»
Gyllahesh trattenne il respiro, mentre dita e labbra si contendevano il diritto di toccarlo.
«Ne sono… felice.» Afferrò i bordi della vasca. «Ho finito, adesso.»
«Ho fatto qualcosa-»
Lui si girò di scatto, vedendo impresso sul bel volto la sorpresa e un accenno di sconforto, che aveva teso i lineamenti delicati in una smorfia. Senza dargli il tempo di muoversi, si sporse e lo baciò di nuovo.
«No,» disse sulle sue labbra. «Ma voglio stendermi con te in un letto, e se continui a baciarmi e a toccarmi come hai fatto fino a poco fa, mi renderai troppo stanco anche solo per parlare.»
«Tu, troppo stanco?» rise Nabir, alzandosi in piedi. «Non lo crederò mai.»
Gyllahesh rise con lui, sollevandosi dalla vasca e uscendone, avvolgendosi in un telo e torreggiando sul giovane uomo il cui viso ora risplendeva.
«Non sono più un giovincello, Nabir,» ribatté, prendendogli la mano e dirigendosi verso la porta che comunicava con la sua camera.
La porta si chiuse dietro di loro e lui lasciò cadere il telo. Desiderava vederlo nudo, lasciare scorrere le mani su quella pelle chiara. Fondersi in lui.
Gli abiti di Nabir finirono sul pavimento, ora nulla nascondeva il corpo snello e flessuoso e l’eccitazione del giovane. Era una vista magnifica, che fece rabbrividire Gyllahesh. Prese il ragazzo fra le braccia, beandosi del contatto di pelle contro pelle. Il viso di Nabir era splendido nella penombra, il candelabro poggiato sul cassettone donava alla sua pelle riflessi dorati che non celavano i suoi sentimenti.
Le loro bocche si incontrarono e si donarono baci languidi e lenti. Avevano tutto il tempo del mondo, la notte era soltanto loro.
Alla fine, Gyllahesh lo lasciò andare e il ragazzo fece due passi prima di raggiungere il letto e stendersi sulla schiena. Lo raggiunse, coprendolo con il proprio corpo e muovendosi su di lui fino a farlo gemere. La notte prima si erano dati piacere solo accarezzandosi e strusciandosi uno sull’altro, ora voleva di più. Ora voleva che Nabir gridasse il suo nome e lui fare altrettanto. Il corpo di un uomo era diverso, ma si augurava di non fare errori e, soprattutto, di non fargli del male. Era una promessa che non voleva disattendere, mai.
Lo sfiorò, lo fece sospirare. La mano si strinse intorno al suo membro e lo accarezzò.
«Gyllahesh…» ansimò Nabir, inarcandosi. Gli occhi verdi si aprirono su di lui, ed ebbe di nuovo l’impressione che lo vedesse. «Credi sia possibile-» Si interruppe, allungando le braccia e passandogli le dita sulla schiena.
«Che cosa?»
«Averti dentro di me, come fai con le donne.»
Quella domanda, quella richiesta, rischiarono di frantumare i suoi tentativi di prolungare il piacere. Avrebbe potuto farlo? Sapeva che c’era la possibilità, ma tra quello e agire esisteva un abisso.
«Credo… credo di sì.» Aveva il fiato corto. Cosa poteva fare? Improvvisamente, si ricordò dell’ampolla di olio profumato che usava per il bagno. Preso da una nuova urgenza, si sollevò di scatto, liberando Nabir del suo peso.
«Gyllahesh.» Il ragazzo sembrava allarmato, ma lui gli accarezzò il viso.
«Arrivo subito.» Nudo com’era, entrò nella propria camera e vide ciò che gli serviva sullo sgabello accanto alla tinozza. Afferrò il vetro freddo e tornò dal suo amante, stendendosi accanto a lui.
«Non l’ho mai fatto prima,» gli mormorò sulle labbra. «Ho paura di farti del male.»
«Non succederà.» Udire la rassicurazione uscire dalla bocca di Nabir lo fece sorridere. «Il mio corpo ti vuole. Io ti voglio.»
Madre Alcheria, aiutami.
Di quel passo sarebbe morto.
Stappò la bottiglietta, versandosi l’olio sulle dita e lasciando che il profumo inondasse la camera. Sperò che l’istinto lo aiutasse più di quanto stesse facendo il proprio raziocinio. Allungò la mano e la portò giù, tra le gambe aperte del ragazzo, toccandogli lievemente lo scroto fino a raggiungere quell’apertura calda e pulsante. Nelle donne, toccarla non produceva grandi entusiasmi, ma Nabir… Nabir gridò quando fece passare l’indice attraverso lo stretto anello di muscoli. E non era un grido di dolore. Era teso, questo sì, ma vederlo protendersi verso di lui, i fianchi sollevati, l’erezione che svettava sul suo ventre in attesa di…
Gyllahesh si chinò e passò le labbra e la punta della lingua sulla pelle inaspettatamente setosa del sesso duro, procurandosi un gemito in risposta. Arrivò fino in cima, percependo il sapore aspro e salato dell’eccitazione. Nel frattempo, aggiunse un altro dito a quello che già stava esplorando Nabir. Il cuore gli batteva forte, scoprendo quanto potesse usufruire della propria arte anche nel dare piacere all’uomo che amava. Continuò a leccarlo e a muovere le dita per allargarlo, finché le labbra non si chiusero sulla sommità turgida del membro di Nabir e lo accolse nella sua bocca.
«Gyllahesh! Mi stai uccidendo!»
Quella non era una morte da disdegnare, pensò fra sé, muovendo la testa su e giù. Si sentì afferrare le spalle e lo lasciò andare, sorpreso dall’impeto con cui il ragazzo si sollevò. D’un tratto, i ruoli si invertirono, e si ritrovò stretto nel calore della bocca dell’altro, deciso a donargli lo stesso trattamento. Fu bellissimo. Emozionante. Estremamente seducente. Nabir non vedeva che ombre, ma le sue mani e le sue labbra compensavano la mancanza della vista. Il piacere era così intenso che Gyllahesh tremò, ancora di più quando Nabir si sollevò da lui e scivolò sullo stomaco, voltandosi a guardarlo. Stava aspettando. Lui deglutì e si alzò sulle ginocchia, spostandosi tra le gambe piegate e aperte e sfiorandogli le natiche. Avrebbe dovuto prolungare i suoi tocchi?
«Gyllahesh?»
La nota interrogativa e densa di attesa lo fece decidere. Usò l’olio per bagnarsi e si accostò al corpo così sensualmente offerto. Nessuna donna lo aveva mai fatto, nessuna gli si era mai donata in quel modo generoso e aperto. Era lui che compiva l’atto, lui che offriva piacere. Il petto gli si riempì di calore e strinse una mano sul fianco di Nabir, avvicinandosi sempre più. Il suo sesso fremette, mentre scavalcava le barriere e veniva avvolto dal corpo del ragazzo che gemeva sotto di lui. Un improvviso terrore di avergli causato dolore lo bloccò, ma la testa di riccioli biondi si voltò e gli occhi verdi lo guardarono, velati da qualcosa che assomigliava molto alla passione.
«Sì…»
Gyllahesh spinse i fianchi in avanti e fu dentro di lui. Il gemito che udì sembrava un misto tra piacere e sofferenza, e una mano strinse la sua, chiusa su un fianco snello.
«Non avrei creduto… È così bello,» ansimò Nabir, e lui cercò di sorridere.
Cominciò a muoversi, pervaso da brividi e formicolii: il suo corpo non si era mai sentito così in contatto con quello di un’altra persona. Spinse, ascoltando i mugolii di Nabir, la voce rotta che lo incitava a continuare. Si sentiva rivestito di lui, completamente seppellito nel suo corpo. Non aveva mai provato un’emozione simile, andava al di là di ogni sua comprensione. Gemette quando lo stritolò in una morsa, conducendolo verso il piacere. Allungò la mano e strinse il membro rigido e bagnato di Nabir, la mosse per qualche istante e quando udì il piccolo grido contenente il suo nome uscire dalle labbra del ragazzo, si lasciò andare a sua volta. Mosse i fianchi, gridò, e riversò la propria essenza nell’altro. Gyllahesh gettò la testa all’indietro, il sudore a coprirgli il viso, respirando affannato. Poi si raddrizzò e si abbassò per posare lievi baci sulle schiena esile fino a raggiungere la nuca scoperta, seppellendo il viso tra i riccioli, mentre piano si ritirava da lui e lo accompagnava nello stendersi. Ansimavano entrambi, e Nabir si girò a guardarlo. Sorrideva, quando si avvicinò per baciarlo.
«È stato davvero bello,» sussurrò Gyllahesh sulle sue labbra.
Nabir annuì, accoccolandosi fra le sue braccia. «È sbagliato, secondo te?»
«Sbagliato?» ripeté. «Lo credi davvero?»
Il ragazzo scosse la testa, accarezzandogli il petto. «No, ma…»
Lui sorrise nella penombra. «Non so se sia mai successo, ma amare qualcuno non è mai un errore. Non mi interessa se sia qualcosa che non è mai accaduto a Endora, o se altri nascondano ciò che provano perché così vanno le cose.» Guardò il volto dolce alzato verso di lui. «Quando ero più giovane ho conosciuto degli Aldair. A loro non importava far sapere che i loro desideri non si limitavano alle donne. Non so neanche perché il mio cuore abbia cominciato davvero a battere quando ti ho conosciuto, ma non ho nessuna intenzione di rinunciare a te.»
Nabir sospirò piano, inondandogli la pelle di calore. «Quando mi sono reso conto di quello che sentivo per te, volevo fuggire, persino arrivare in quel ducato. La mia sijia mi ha raccontato di quando era nell’esercito, di quegli uomini. Forse la mia diversità sarebbe stata accettata meglio, laggiù.»
«Tu non sei diverso, Nabir, perché allora lo sono anch’io. Se mai trovassimo delle difficoltà a vivere qui, potremmo prenderlo in considerazione, anche se dubito che essi accolgano qualcuno di un altro regno,» replicò Gyllahesh. «Lo dovremo tenere nascosto, ma voglio che tu sappia che nel mio cuore ci sei soltanto tu.»
Il ragazzo alzò su di lui gli occhi verdi, sul viso un’emozione che lo commosse. «E tu nel mio. E non ti intralcerò, te lo prometto.»
«Non potresti mai intralciarmi.» Gli accarezzò il viso. «E quando vorrai, potremmo andare a trovare Selia. Sono sicuro che le manchi, e vederti le farebbe piacere.»
«Sì. Mi manca anche lei.» Nabir si rilassò fra le sue braccia e gli posò la testa sul petto.
Gli posò un bacio sulla fronte e lo tenne stretto. Ascoltando il respiro farsi sempre più tenue mentre si addormentava, Gyllahesh guardò la stanza avvolta dalla luce tiepida senza davvero vederla. Il suo sguardo era rivolto al futuro. Le difficoltà sarebbero state molte, ma si augurava che non fossero così terribili come erano state in quei giorni. Nabir era lì, al sicuro, e lui lo avrebbe amato. Avrebbe dovuto continuare a mantenere la facciata intatta, quella di un libero amante esperto e premuroso, ma il suo cuore era di una sola persona, come sapeva essere suo quello di Nabir. Non avevano bisogno di altre parole. I baci e le carezze avevano già detto tutto. Non era un Legame usuale, e non avrebbero potuto mostrarlo, ma lo avrebbero reso loro nel silenzio di quella camera.
Con un sospiro, Gyllahesh si addormentò.

FINE

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