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Gli occhi del desiderio, Fan-Fiction di Sarah Bernardinello, diciottesima puntata

Capitolo 18

Il ritorno fu quanto mai silenzioso. Nabir camminava di fianco a lui, chiuso in un mutismo che non era riuscito a penetrare, benché ci avesse provato. Lo sguardo perso del giovane lo preoccupava, così come la mancanza di qualsiasi entusiasmo. Erano usciti vivi dall’incontro con la Custode, malgrado i presupposti, e Nabir sembrava meno che felice. Sembrava… spento.
Si stava facendo buio quando finalmente raggiunsero il portone della villa. Le finestre dell’atrio erano illuminate, e l’uscio si aprì non appena misero piede sugli scalini.
«Siete tornati!» Tyro era sulla soglia, il volto in ombra, ma la voce aveva un timbro felice.
Gyllahesh spinse gentilmente avanti il ragazzo silenzioso, che entrò nell’atrio e si fermò, mentre Tyro chiudeva la porta e venivano raggiunti dagli altri uomini della casa.
«Nabir! Sia ringraziata Alcheria, temevo di non rivederti.» Myrrin prese il giovane fra le braccia, ma Nabir rimase rigido, sbattendo le palpebre. Alla fine, l’uomo lo lasciò andare, guardandolo. «Nabir…»
«Le guardie ti hanno fatto del male?» chiese questi, gli occhi verdi puntati su Myrrin come se lo vedesse.
«No.»
«Sì.» Rashin aveva risposto nello stesso tempo, guadagnandosi un’occhiata risentita da parte sua e di Myrrin, che scosse la testa per tranquillizzare Nabir.
«Niente di grave, lo sai come sono fatte, non bisogna contraddire le guardie. Vedo che anche con te non sono state gentili.» Myrrin sfiorò il livido, e le palpebre di Nabir fremettero.
«Posso salire nella mia stanza?» chiese, la voce tremante.
Gyllahesh gli si fece vicino, posandogli una mano sulla spalla. «Hai bisogno anche di nutrirti. Puoi riposarti un po’, poi verrò a chiamarti per la cena.»
Nabir fece un cenno con la testa, spostandosi e liberandosi della sua mano. «Va bene.»
Si allontanò verso le scale, i movimenti rigidi. Gyllahesh lo seguì con lo sguardo, preoccupato da quell’apatia. Non sembrava felice di essere libero, di essere tornato a casa. Quella non era davvero la sua casa, anche se lui avrebbe desiderato che lo credesse. Sembrava così solo, in quel momento, che avrebbe voluto stringerlo a sé finché la tristezza non l’avesse abbandonato.
Con un sospiro, seguì Myrrin e gli altri in cucina, dove il calore lo avvolse e lenì la tensione della giornata.
«Se siete tornati, significa che si è risolto tutto?» gli chiese Sivar, allungandogli un bicchiere di sidro caldo.
Lui scosse la testa. «Forse. Siamo stati al cospetto della Custode dei Confini, se non siamo stati condannati entrambi è solo perché sono intervenuti sua figlia e suo marito.»
«Probabilmente la Madre Alcheria ha interceduto per voi,» suggerì Myrrin, e Gyllahesh fece una smorfia.
«Lo credi davvero? Io penso invece che ci siano delle persone a cui il buonsenso fa fare delle scelte azzeccate e più giuste, a cominciare da quella ragazzina. Rainna era pronta a gettarci nella segreta più profonda, se fosse stato solo per lei non saremmo qui. Ma non sarò io a lamentarmene, sono solo felice che Nabir sia salvo, e se questo vuol dire che devo ringraziare una dea che non ho mai nemmeno pregato, lo farò.» Gyllahesh strinse la mano intorno al bicchiere tiepido. «Quando sono arrivato al palazzo di Rainna, credevo davvero che non sarei riuscito a portarlo fuori di là.»
«Invece siete tornati entrambi,» sussurrò Myrrin. «Nabir sembrava sconvolto.»
«Lo è. Non è stata una buona giornata per lui, anche se tutto si è risolto nel modo migliore.» Gyllahesh si alzò. «Mi ha preoccupato, non lo nego. È meglio che vada a vedere come sta.»

***

Nabir strinse la sacca con forza e la mise sul letto. Non aveva molto da metterci dentro, a parte i suoi abiti vecchi. Andarsene sembrava la soluzione migliore, nonostante tutto. La sua presenza aveva fatto sì che arrivassero a Gyllahesh, che facessero del male a Myrrin, e tutto perché lo avevano accolto in casa. La Custode alla fine si era mostrata magnanima, lasciandoli andare, ma questo non leniva il suo senso di colpa. Né nei confronti di sua madre, né verso Gyllahesh, che aveva davvero rischiato la vita andando a cercarlo.
La sua stessa esistenza metteva in pericolo chi gli stava vicino. E la sua sijia, che lo aveva allevato e si era presa cura di lui per quasi tutta la vita, si era sacrificata per dargli tutto ciò di cui avesse bisogno.
Le lacrime presero a scorrere, annebbiandogli ancora di più la vista. Il terrore vissuto quel giorno non se ne era ancora andato, così come non se n’era andata la consapevolezza che vivere lì era stato bello, finché non era arrivato alla conclusione che era meglio per tutti se scompariva. Non sapeva cosa ne sarebbe stato di lui, ma almeno nessuno avrebbe più sofferto per causa sua.
«Nabir?»
Nella disperazione in cui era caduto, aveva chiuso i sensi a qualunque cosa, così non aveva sentito la porta aprirsi.
Sussultò, sentendo la voce di Gyllahesh. La stanza era buia, e lo udì imprecare quando il rumore sordo si unì al gemito di dolore. La luce che proveniva dal corridoio era fievole, ma divenne più forte quando l’uomo dovette munirsi di un candelabro. Nabir vedeva le piccole luci danzare in un alone dorato.
«Che cosa stai facendo?»
Doveva aver visto la sacca sul letto.
«Non posso restare qui. Oggi ho messo in pericolo tutti.»
Le luci danzarono e si fermarono, poi due mani forti si strinsero sulle sue spalle.
«E avevi intenzione di andartene? Sei salvo adesso, Rainna ti ha lasciato andare. Non ti farà tornare a prendere.»
Lui scosse la testa. «Non capisci? Hai rischiato di essere condannato per tradimento, per avermi aiutato. È colpa mia. Avrei dovuto morire tanto tempo fa, nessuno avrebbe sofferto, a cominciare da mia madre.» Aveva alzato la voce, e Gyllahesh lo scosse.
«Smettila. Tua madre ha fatto una scelta, e per sua disgrazia è stata quella sbagliata. Non è colpa tua, lo capisci? Sì, forse il denaro le sarebbe servito per te, ma aveva altri modi, senza ricorrere all’omicidio o ai sotterfugi. L’avevo già aiutata in passato, non mi sarei tirato indietro neanche questa volta.»
«Ma se non fosse stato per me…»
«Nabir, tua madre ti voleva bene, ma le scelte e gli errori sono solo di chi li opera. Non le hai chiesto tu di uccidere quella ragazzina e di accettare un compenso per quello. Tu sei innocente.»
Le lacrime non si stavano fermando, anzi. Dopo tutto il dolore che lo aveva travolto quel giorno, sembrava quasi che stesse finalmente vedendo una speranza.
«Non piangere,» sussurrò Gyllahesh. Le mani lasciarono le sue spalle per raggiungergli il viso. «Non piangere. Andrà tutto bene.»
«Temevo che ti avrebbe ucciso, non avrei potuto sopportarlo,» riuscì a dire tra i singhiozzi.
«Non lo ha fatto, ci ha lasciati andare. Ha capito anche lei.»
Nabir chinò la testa, posando la fronte contro il petto dell’uomo. «Volevo andarmene, ma non so nemmeno dove, o come.» Una risata aspra si fece strada nella sua gola, e si sentì stringere le spalle e la vita. Il cuore gli balzò in gola, e sollevò la testa, non vedendo altro che una macchia scura in mezzo alla nebbia che gli velava gli occhi.
«Non devi andartene, Nabir. Sei a casa.»
Labbra morbide e il pizzicare della barba furono tutto quello che sentì, e si abbandonò contro Gyllahesh, rispondendo a un bacio che non avrebbe mai dovuto esserci, ma che era così bello, così caldo, così… giusto. Lasciò che entrasse nella sua bocca, che lo accarezzasse con la lingua, e gli strinse le braccia intorno al collo, aderendo al suo petto forte.
A casa… Sì, tra le braccia di quell’uomo si sentiva a casa.
Un gemito gli sfuggì dalla bocca, catturato da quella di Gyllahesh, che lo strinse più forte e lo sollevò, spingendolo verso il letto. Nabir non si chiese se quello che stava succedendo fosse o meno giusto: quello che desiderava in quel momento era toccare quel corpo forte, quella pelle calda che indovinava sotto le mani e lo strato di vestiti. Non gli importava più che quanto stessero facendo non rientrasse nei costumi della loro gente. Non gli importava più di niente, se non che Gyllahesh e lui stesso fossero vivi. Il suo cuore si riempì di emozione e lo stomaco sfarfallò, quando la bocca dell’uomo lasciò la sua per avventurarsi sulla mascella e giù, lungo il collo. Il suo corpo stava reagendo in maniera sbalorditiva, e tutto ciò che desiderava era giacere in quel letto con colui che aveva fatto nascere quello strano sentimento nel suo petto e nella sua testa.
Il peso di Gyllahesh lo schiacciò, togliendogli il respiro, mani gentili si intrufolarono sotto la sua casacca per toccargli la pancia, il petto, e strofinare con delicatezza i suoi capezzoli eretti. Questa volta il suo gemito risuonò nella stanza, e lui si inarcò sopra le coperte quando il camiciotto gli venne sollevato e un umido calore gli inondò la pelle del torace. Brividi di piacere lo attraversarono da capo a piedi, sentendo le labbra dell’uomo accarezzare i bottoncini turgidi e poi succhiarli.
Sbatté le palpebre in quella nebbia dorata, le labbra semiaperte a cercare aria. L’altro gliela donò sollevandosi e baciandolo nuovamente, con ancora più passione, muovendosi su di lui e abbassando  i fianchi fra le sue gambe, che aveva istintivamente aperto. Quando le loro erezioni si strofinarono, coperte dal tessuto delle brache, fu Gyllahesh a gemere, alzando la testa e tracciandogli il volto con il suo respiro.
«Nabir…»
Lui sorrise, sfidando la nebbia che gli velava gli occhi. Avrebbe dato qualsiasi cosa per vedere il volto dell’uomo per cui nutriva quei sentimenti imprevisti e così singolari.
Sentì una mano toccargli il ventre e sciogliere il nastro che reggeva le brache, che gli vennero abbassate subito dopo. Il suo membro eretto sussultò quando venne liberato e la stessa mano che lo aveva spogliato si strinse su di esso, causandogli nuovi brividi. Faticava a respirare, l’eccitazione rendeva il suo corpo un ammasso di desideri mai provati. Allungò la mano, raggiunse gli indumenti di Gyllahesh e si introdusse al di sotto, per toccarlo a sua volta. Chiuse le dita sul calore duro e setoso del membro dell’altro, udendo un basso ringhio che lo fece sorridere di più e lo rese più audace. Con l’altra mano sollevò la camicia e tracciò lievi carezze sulla schiena muscolosa.
«Mi stai facendo impazzire,» sussurrò Gyllahesh nel suo orecchio, e il sospiro gli lambì la guancia e il collo. La mano stretta intorno alla sua erezione e la bocca di nuovo su un capezzolo stavano facendo altrettanto.
«Non ho mai provato nulla del genere,» riuscì a dire. In quel momento desiderò poter sentire la pelle dell’uomo contro la sua e, come se sapesse cosa stava pensando, l’altro lo lasciò e lo liberò degli abiti. Quando si distese nuovamente su di lui, era nudo.
Nabir lo accolse fra le gambe, questa volta senza la barriera degli abiti. Erano pelle contro pelle, e si strofinarono uno sull’altro finché lui non si sentì attraversare da un tremito così forte che dovette nascondere il viso contro il petto di Gyllahesh perché l’urlo non lasciasse le sue labbra. Anche così, ne uscì un mugolio che presto venne raggiunto da quello dell’altro. Sul suo petto, le loro essenze si mescolarono, scaldandogli la pelle e lasciandolo con il fiato corto e le membra deboli. Nella sua vita, non aveva mai raggiunto un’estasi anche solamente paragonabile a quella che aveva travolto la sua mente e il suo corpo.
Gyllahesh si sollevò, permettendogli di respirare, il fiato che sfiorava la sua pelle sudata. Sentiva il suo cuore battere in maniera affrettata quanto il proprio, e Nabir sbatté le palpebre combattendo contro la nebbia che gli offuscava la vista. Un istante dopo, occhi scuri e capelli ancora più scuri comparvero davanti a lui, e gli occhi gli si riempirono della vista dell’uomo per il quale il suo cuore batteva più veloce. Era bello, bellissimo, e il volto virile e perfetto era pervaso da un’emozione che doveva essere identica alla sua.
«Ti vedo,» sussurrò, con le lacrime che iniziavano a scivolarli lungo le guance. «Ti vedo.» Un istante dopo, la nebbia ricoprì tutto, e lui singhiozzò, subito stretto e cullato dalle braccia di Gyllahesh.
«Cuore mio,» bisbigliò l’uomo nel suo orecchio. «Sono qui, ti tengo.»
«Desideravo tanto vederti,» pianse Nabir. La disperazione aveva sostituito quell’attimo meraviglioso, ma Gyllahesh si spostò sul fianco e lo strinse più forte.
«Lo hai fatto. Ho visto come mi hai guardato, nessuno lo aveva mai fatto prima.» Lievi baci furono posati sulle sue guance, sulle palpebre, fino a raggiungere le labbra, dove si fermarono a donargli calore. Attraverso quel tocco, Nabir si calmò, amando quella vicinanza a cui non sapeva se sarebbe stato capace di rinunciare.
«Non so cosa sia questa… cosa che provo per te, Gyllahesh,» riuscì a mormorare dopo un po’. «Non ho mai sentito per nessuno quello che sto sentendo ora.»
«Nemmeno io.» L’uomo si staccò da lui, per poi cambiare posizione al suo fianco. «Se non fosse così strano, direi quasi che… che…» L’esitazione gli fece balzare il cuore in gola, e lui tentò di scavare la foschia che gli aveva ricoperto le iridi.
«Che cosa?»
«Nabir, è come se tra noi fosse sorto il Legame, e questo mi confonde.»
«Perché sono un maschio?»
«Sì.»
«E allora cosa si fa adesso?» L’istinto di scappare e nascondersi lo invase, ma le braccia intorno a lui non glielo permisero.
«Io non voglio rinunciare a te, a meno che tu non-»
«Nemmeno io,» lo interruppe Nabir «perché anch’io sento lo stesso per te.»
«Troveremo una soluzione,» disse piano Gyllahesh, baciandolo con dolcezza sull’angolo della bocca. «La troveremo, te lo prometto.»

***

Non scesero a cena con gli altri, ma più tardi, quando la casa divenne silenziosa, Gyllahesh si alzò e si rivestì dopo essersi pulito e aver aiutato Nabir a fare lo stesso. Voleva nutrirlo e stringerlo e fondersi in lui, e il ragazzo sembrava volesse altrettanto. Il suo viso, benché recasse le tracce della giornata appena trascorsa e fosse palesemente stanco, risplendeva di una luce nuova che lui non aveva mai visto. Poteva prendersene il merito, oppure no, ma il suo cuore cantò quando Nabir si strinse a lui mentre scendevano in silenzio e si dirigevano in cucina.
Dopo aver mangiato quello che Myrrin aveva lasciato da parte per loro, e ringraziandolo in silenzio per non averli cercati, Gyllahesh ricondusse Nabir nella sua stanza e si stese accanto a lui, avvolgendolo tra le braccia e ascoltando il suo respiro farsi più leggero mentre si addormentava. Non lo avrebbe portato nel proprio letto, dove si erano susseguite così tante donne da perdere il conto. Voleva che quanto era nato fra loro rimanesse unico e prezioso, esattamente come lo era quel ragazzo bellissimo steso accanto a lui.
Gyllahesh fece una promessa a se stesso: lo avrebbe protetto e lo avrebbe amato come meritava, anche se avrebbe dovuto nascondere il loro Legame a chiunque. Aveva detto a Nabir che avrebbe trovato una soluzione, e lui era un uomo che manteneva sempre le promesse.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

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