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Gli occhi del desiderio, Fan-Fiction di Sarah Bernardinello, diciassettesima puntata

Capitolo 17

Lo aveva cercato dappertutto, prima alla caserma, perdendo del tempo prezioso senza ricavare niente. Le guardie lo avevano guardato come se fosse pazzo, finché non gli avevano detto che nessuno era stato portato lì.
Alla fine, Gyllahesh aveva attraversato la città, passando tra i vicoli più squallidi fino a raggiungere il palazzo di Rainna. Dovevano averlo portato là, non sapeva dove altro cercare.
La perseveranza aveva dato i suoi frutti. Aveva bussato come un forsennato al portone, quando gli avevano aperto intimandogli di andarsene aveva puntato i piedi. Vedere la comandante del drappello era stata la conferma che cercava, anche se lei aveva tentato di corromperlo e dissuaderlo non appena le aveva chiesto notizie di Nabir.
«Non tormentarti per lui. Se non vuoi essere accusato di tradimento, lascialo perdere. Potresti essere gentile con me, e il tuo nome non salterà mai fuori…»
Le parole sussurrate sulla soglia gli avevano fatto scorrere un brivido lungo la schiena. Era per quello che non erano salite a prenderlo? La comandante desiderava un tornaconto per la sua gentilezza?
Guadandola con disprezzo, l’aveva aggirata senza toccarla: ci mancava solo che lo accusasse di averla aggredita. Aveva gridato e alla fine l’avevano portato nella sala, dove Nabir, ritto in piedi davanti a Rainna, aspettava solo che quest’ultima pronunciasse la sua condanna.

***

Gyllahesh aiutò il ragazzo ad alzarsi in piedi. Vederlo così, quasi prostrato ai piedi di Rainna, supplicarla di non fare del male a lui, ma offrendosi come l’unico sacrificabile, gli aveva quasi spezzato il cuore. Nhavi, la figlia della Custode, rimase ferma dall’altra parte, la mano ancora posata sulla spalla di Nabir.
Lo preoccupava lo sguardo spento del giovane, il pallore del volto che faceva risaltare il grosso livido sulla sua guancia. Voleva parlargli, sostenerlo, ma non era il momento, non con chi era in grado di decidere del loro destino solo a pochi passi di distanza. Rainna stava parlando con il marito, e Yadosh si voltò un attimo a guardarlo, facendogli un impercettibile cenno col capo.
Un senso di sollievo lo invase, benché ancora non sapesse per certo cosa avesse deciso la donna più potente del regno, dopo la Regina.
«Nabir…» sussurrò, e il ragazzo alzò appena la testa.
Rainna gli impedì di rispondere, avvicinandosi a loro, il volto impassibile. Era bellissima, malgrado non più giovane, e la sua bellezza l’aveva trasmessa alla figlia accanto a loro.
«Nhavi, accompagna il ragazzo nell’atrio, poi va’ nella tua camera.»
«Madre-»
«Hai già disubbidito lasciando il letto,» la interruppe l’altra seccamente. «Non succederà niente.»
La ragazza annuì e prese Nabir per mano. «Vieni con me.»
«Che cosa sta succedendo?» chiese questi, improvvisamente agitato. «Cosa volete farmi?»
«Ubbidisci, Nabir,» si intromise Gyllahesh, prima che la Custode lo rimbrottasse. A lui non era stato ordinato di uscire, il che poteva significare due cose: Rainna voleva parlargli, oppure impedirgli di difendere il ragazzo mentre veniva portato via. Entrambe le cose rientravano nelle ipotesi, ma non poté impedirsi di rabbrividire.
Le porte si chiusero, lasciandolo solo con Rainna e Yadosh. Le guardie erano uscite insieme ai due ragazzi.
«Bene, Gyllahesh. Adesso voglio sapere perché uno dei liberi amanti più richiesti di questa città si è preso a cuore qualcuno che non può far nulla per ripagarlo.»
«Non l’ho fatto per essere ripagato,» mormorò lui, guardandola per un attimo negli occhi e abbassando poi lo sguardo. «Nabir lo ha già detto: ero in debito, e prenderlo con me mi sembrava la cosa giusta da fare, soprattutto dopo la scomparsa di sua madre.»
«Quella donna si è cercata la propria rovina,» ribatté Rainna.
«È vero, ma era sempre stata una donna leale. La conoscevo poco, ma parlava con entusiasmo del suo ruolo di istruttrice, e anche di vostra figlia. Le voleva bene.»
«Le voleva così bene che ha tentato di ucciderla.»
L’astio nella voce era tagliente quanto la lama di un rasoio, ma Gyllahesh non se la sentiva di contraddirla. Ciò che aveva fatto Sitra non era giustificabile in alcun modo, e le attenuanti… beh, ce n’era una sola, ed era nella stanza accanto.
«Avete ragione a odiarla, ma vi prego di non infierire sul ragazzo. Lo avete sentito, si considera responsabile per ciò che è accaduto. Sua madre ha commesso l’unico peccato di credere nelle persone sbagliate e di voler guadagnare un compenso che poi avrebbe messo da parte per suo figlio.»
Lei lo guardava con un’attenzione che Gyllahesh trovò inquietante. Sembrava che lo stesse valutando pezzo per pezzo.
«Quindi, secondo te dovrei lasciarlo andare, lasciarvi andare entrambi, e dimenticare che mia figlia è stata quasi uccisa per del vile denaro. È questo che dovrei fare, secondo te?»
L’enfasi non nascondeva la minaccia insita: la loro vita era nelle mani della donna, non c’era nulla che loro potessero portare a discolpa per farle davvero cambiare idea. Era stato un affronto troppo grande, causato da un odio tale da arrivare a colpirla negli affetti. Gyllahesh aveva buone orecchie e  dei contatti anche troppo buoni, visto che nel suo letto erano passate rappresentanti dell’una e dell’altra parte. Non c’era niente come la soddisfazione dopo un amplesso che facesse sciogliere la lingua di quelle donne dedite a tessere intrighi. Lui non ne aveva mai fatto parola con nessuno e non avrebbe iniziato ora, quello che voleva era solo sapere se la vita di Nabir fosse fuori pericolo.
«La decisione è vostra, mia Signora. Non vi chiedo nulla che già non sia stato detto.» Chinò la testa. «L’unica colpa di quel ragazzo è di avere avuto una madre che lo amava.»
Il silenzio accolse le sue parole, ma non alzò lo sguardo. Rainna era spietata, di quello era certo, e il suo accorato appello sarebbe potuto rimanere inascoltato. In fin dei conti, lui non era nessuno, così come Nabir.
«D’accordo, uomo. Prendi il ragazzo e torna a casa. Non voglio più sentire parlare di questa storia.»
Gyllahesh alzò la testa di scatto, guardando da lei a Yadosh e viceversa.
«Ne siete certa-» Si interruppe, mordendosi la lingua. «Perdonate, volevo dire grazie, mia Signora. Grazie dal più profondo del cuore.»
Rainna lo fissò per un lungo attimo, prima di fare un cenno col capo. «Quel giovane è fortunato ad avere te. Non che le sue parole siano state meno coraggiose, sarebbe disposto a sacrificarsi per te, se occorresse.» Un gesto della mano sembrò sancire il congedo. «Andate, adesso, prima che mi penta.»
Dubitava che lo avrebbe fatto, ma tenne per sé quel pensiero. Il sollievo era talmente grande da impedirgli quasi di respirare.
Gyllahesh fece un passo indietro, e poi un altro, fino a raggiungere la porta. Aprì uno dei battenti, e fu nell’atrio. Subito, i suoi occhi corsero a cercare Nabir, che se ne stava seduto su una panca accanto alle scale, con la piccola Nhavi vicino. La ragazza aveva di fatto disubbidito alla madre, ma il sorriso dolce con cui si rivolgeva a Nabir era bellissimo da vedere.
Prima che potesse raggiungere il ragazzo, la ma-dira lo fermò, mettendogli una mano sul petto.
«Fermo.»
«La Custode ci ha lasciati liberi,» sbottò lui, cercando di sfuggirle.
«Ma davvero?» Il sibilo raggiunse il suo orecchio e gli fece montare una rabbia sorda, ma respirò forte per scacciarla.
«Davvero.»
«Però devi avere ancora a che fare con me.»
Gyllahesh incrociò il suo sguardo, leggendovi lussuria e un che di implacabile.
«Non mi avrete, ma-dira,» rispose lui, anche se la mano che gli strinse il polso sembrava dire il contrario.
«Che cosa succede, Melina?»
La voce imperiosa di Rainna li fece sussultare entrambi, e la donna lo lasciò andare.
«Quest’uomo stava dicendo che lui e il ragazzo sono liberi, mia Signora.»
«È così. Possono andarsene.»
Guardando oltre la spalla, Gyllahesh vide Yadosh e il suo sguardo inquisitore: sospettava che la ma-dira non lo avrebbe lasciato in pace, ma se poteva dire una parola al marito di Rainna, forse lo avrebbe capito. Non era sua abitudine chiedere aiuto, ma temeva più per Nabir che per se stesso.
Raggiunse il ragazzo, che si era alzato in piedi, sul volto un’espressione di stupore.
«Andiamo a casa, Nabir,» mormorò, stringendogli il polso. Scambiò un’occhiata con Nhavi, e lei gli sorrise.
«È vero? Siamo liberi?» La voce di Nabir tremava, e lo commosse.
«Sì.» Voleva uscire di lì, e scambiare anche una parola con Yadosh, ma aveva troppi occhi addosso. Strinse più forte il polso del ragazzo e lo tirò verso il portone, e quasi sussultò quando sentì la presenza dell’altro uomo di fianco a sé, come se gli avesse letto dentro.
«Gyllahesh.»
«Grazie, onorabile Yadosh. So che anche voi avete parlato in nostro favore.»
«Sì, sì, non era quello che volevo sentire.» L’uomo si guardò attorno, ma le guardie si erano allontanate, anche se l’ufficiale se ne stava sulla soglia della grande sala da cui erano usciti, fissandolo con quello che sembrava odio puro. «Quella donna ti ha detto qualcosa?»
Come faceva a saperlo?
Gyllahesh chinò la testa, osservando le lunghe ciglia biondo scuro di Nabir, che stava ascoltando a sua volta. Non aveva intenzione di parlare, non se questo significava ottenere una nemica spietata.
«Un ricatto, forse?»
Lui incontrò lo sguardo consapevole di Yadosh e deglutì.
«Non vi chiederò come lo sappiate…» Sembrava fosse quello di cui aveva bisogno l’altro, perché si limitò ad annuire.
«Non vi darà fastidio. Tornate a casa.»
Gyllahesh annuì. «Grazie.» Un istante dopo erano già sui gradini del palazzo, diretti verso la sua villa, Nabir di fianco a lui sano e salvo.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

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