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Gli occhi del desiderio, Fan-Fiction di Sarah Bernardinello, dodicesima puntata

Capitolo 11

Nabir guardava, e Gyllahesh guardava lui. Vedendo il sorriso spuntare sul suo volto, sembrava quasi che riuscisse a vedere quello che li circondava. Era più probabile che invece ascoltasse il vociare intorno a loro, le donne e gli uomini che affollavano la piazza, passando da una bancarella all’altra. Non avevano ancora raggiunto quella della mercante a cui lui aveva accennato il giorno prima, voleva far fare al ragazzo una passeggiata tra la gente per fargli conoscere la vita al di fuori della villa.
Una vita un po’ diversa, non concentrata solo su stanze e un giardino. Il pomeriggio precedente, libero da impegni, Gyllahesh l’aveva passato tra le aiuole, ad ascoltare un entusiasta e giustamente orgoglioso Nabir raccontare come Sivar gli avesse insegnato a riconoscere le piante e gli arbusti e come fosse riuscito a curare la terra e a ricoprirla con i teli leggeri. Il ragazzo aveva poi smorzato i toni, forse pensando di essere troppo presuntuoso, come poi aveva detto, abbassando la testa mortificato, ma lui l’aveva tranquillizzato, lodandolo per il lavoro svolto. Myrrin aveva ragione: Nabir imparava in fretta, malgrado le difficoltà, più in fretta di tante altre persone. Un ragazzo coraggioso e determinato, e Gyllahesh lo aveva riconosciuto senza bisogno di altre rassicurazioni da parte degli altri occupanti della casa.
Guardandolo ora, il bellissimo viso illuminato dalla meraviglia, sentì un moto di affetto nei suoi confronti, e un caldo piacere al centro del petto. L’averlo portato via dal suo villaggio era stata un’idea giusta, dal suo punto di vista. Che fosse perché volesse tenerlo vicino a sé era invece qualcosa che non voleva analizzare, né considerare importante. Non poteva farlo. Nabir era comunque un uomo, malgrado le strane sensazioni che accendeva in lui.
Il grande banco della mercante del sud gli si parò davanti, e Gyllahesh strinse la mano di Nabir. Aveva avuto la tentazione di prenderla appena usciti dalla villa, dicendosi che era per non perderlo di vista, ma aveva resistito, accontentandosi di tenerlo vicino perché la folla non lo dividesse da lui. Ora invece lo fece fermare, sorridendo anche se il ragazzo non poteva vederlo.
«Ecco Oneta.»
Nabir si fermò, senza sfilare la mano dalla sua stretta. «La mercante?»
«Proprio lei.» Gyllahesh si avvicinò al tavolo ricoperto da una miriade di stoffe di tutti i colori, cercando lo sguardo della donna che si stava affaccendando al di là. «Buona giornata,» la salutò, quando la vide alzare lo sguardo su di lui. Sui cinquant’anni, Oneta affrontava il viaggio verso la capitale almeno due volte all’anno, prima della stagione fredda e dopo la stagione del risveglio, così da portare la sua mercanzia a Omira per poi dedicarsi solo ai villaggi intorno a Shoria.
«Gyllahesh. Felice di vederti.» Oneta gli rivolse un sorriso e poi il suo sguardo fu attirato da altro. Gyllahesh si accorse che osservava la sua mano intorno a quella più piccola di Nabir. Lui lasciò andare il ragazzo, andando a stringergli una spalla.
«Siamo qui per fare spese. E chi meglio di voi può accontentarci?»
Lei fece un cenno d’assenso. «Stai usando la tua arte per indurmi ad abbassare i prezzi, Gyllahesh?» C’era un tono divertito in quelle parole, che mitigava in parte il sospetto che le aveva scurito gli occhi chiari.
«Sapete benissimo che non lo farei mai. Avrei bisogno di stoffe calde per brache e casacche, e anche un mantello. So per certo che voi le avete.»
«E hai ragione.»
Gyllahesh spinse avanti Nabir con gentilezza. «Prova a toccare le stoffe, Nabir. Sentine la morbidezza.»
Il ragazzo ubbidì, allungando una mano e sfiorando il panno scuro che giaceva piegato sul tavolo. Accarezzò la stoffa, il volto concentrato e lo sguardo puntato sulla propria mano. Chissà se riusciva a vedere qualcosa.
Gyllahesh notò l’espressione sorpresa sul volto della mercante e alzò una spalla. Voleva dare una spiegazione, ma forse la donna c’era già arrivata senza bisogno che lui dicesse alcunché. Il viso di Oneta si addolcì, mentre faceva il giro del tavolo e si avvicinava a Nabir, toccandogli la spalla.
«I tuoi occhi non vedono?»
Il ragazzo alzò la testa a fissare un punto oltre la donna e fece una piccola smorfia. «Solo ombre. È un peccato non poter vedere questi bei colori.»
«È un peccato che questi begli occhi non vedano,» replicò Oneta, girandosi a guardare  Gyllahesh, il quale fece un cenno, sperando che lei avesse capito che quella piccola mano stretta nella sua non era niente di compromettente, solo un modo per guidare Nabir attraverso la folla del mercato.
«Puoi toccare quanto vuoi, bel ragazzo. E scegliere.» Oneta si staccò da Nabir e si avvicinò a lui, guardandolo fisso. «Un tuo protetto?» chiese a bassa voce. «Lo stai addestrando? Perché dubito che un ragazzo così bello possa soddisfare qualcuno.» Gli diede un’occhiata eloquente.
Gyllahesh scosse la testa. Le donne erano attratte da uomini forti, attraenti e dotati di un fisico prestante, non certo da ragazzi minuti come Nabir.
«È orfano, figlio di un’amica. E come avete visto, i suoi occhi sono deboli. L’ho preso con me, aiuta in casa.»
«Molto generoso da parte tua. Davvero un peccato che non sia prestante quanto te, con quel viso e quegli occhi ci si potrebbe dimenticare che non vede.»
Gyllahesh gettò un’occhiata a Nabir, ancora alle prese con le stoffe. La Madre Alcheria doveva avere degli altri progetti per il ragazzo, senza dubbio. Quali, era ancora da vedere. Forse un’esistenza piatta, breve, come quella di tanti altri sfortunati che dovevano contare sul lavoro delle proprie mani per vivere.
«Forse,» disse alla fine. «Voglio solo che stia bene.» Ignorò lo sguardo sorpreso della donna, e il calore nel proprio petto.

***

Quando Nabir aveva capito che la stoffa acquistata era per lui, aveva tentato di protestare, di rifiutare, e c’era voluta tutta la pazienza di Gyllahesh per fargli capire che non c’era niente di male ad accettare un compenso di quel tipo. Oltretutto, il freddo si stava avvicinando e lui aveva bisogno di abiti caldi. Nabir aveva capitolato, e ora camminava accanto a lui con la stoffa stretta al petto, come se fosse un regalo prezioso.
Gyllahesh ogni tanto lo guardava, per assicurarsi di non perderlo, e sorrideva vedendo il bel viso del ragazzo rilassato in un’espressione quasi felice. Non dubitava che il piccolo sotterfugio lo avesse adirato, per un momento, ma il momento era passato, e ora rimaneva solo il piccolo piacere che era riuscito a donargli.
Voglio solo che stia bene…
Quelle parole continuavano a tornargli in mente. Non aveva mai pensato in quei termini a un’altra persona, mai gli era importato tanto di qualcuno da volere il suo bene. Non in un posto come Endora. Nessuna donna gli era mai stata così vicina da fargli credere di poter creare un Legame, e con nessuna donna aveva mai provato quei sentimenti che ora gli affollavano la mente e il petto. Era curioso, e al contempo terribile, che la vicinanza di un altro uomo lo gettasse nella confusione, lui che aveva sempre vissuto per la sua arte e per il piacere che poteva donare. Per sé non aveva chiesto poi molto, tutto ciò che aveva se lo era guadagnato giacendo con più donne di quante potesse contarne. E ora quel ragazzo, quello scricciolo d’uomo che gli camminava al fianco, bello come un sogno ma inequivocabilmente maschio, gli faceva provare dei sentimenti che non erano soltanto inappropriati, ma anche del tutto disprezzati.
Lo stargli vicino aveva ravvivato quella piccola fiamma che aveva cominciato ad ardergli nel petto nello stesso momento in cui lo aveva visto, solo pochi giorni prima, in piedi in mezzo alla piccola stanza di una casupola nel bosco, e che aveva tentato in tutti i modi di spegnere.
«Grazie, Gyllahesh.» Era l’ennesima volta che Nabir apriva la bocca per ringraziarlo, e la cosa cominciò a dargli fastidio.
«Basta, Nabir. Non devi continuare a ringraziarmi. Se vuoi farlo, allora rivolgiti a Myrrin. È lui che ha suggerito di prendere della stoffa per farne degli abiti più pesanti.»
Il ragazzo alzò la testa, una smorfia sul volto, e Gyllahesh si accorse di aver usato un tono più seccato di quanto intendesse. Ma era infastidito, soprattutto da ciò che provava e che doveva cancellare quanto prima. Nabir tornò a guardare davanti a sé e si allontanò un poco, stringendo al petto gli acquisti come a farne uno scudo. Le sue parole dure dovevano essere giunte più a fondo del previsto, e questo lo indispettì, perché il dispiacere di averlo fatto minacciava di farlo fermare e abbracciare il ragazzo lì, in mezzo alla gente. Voleva comunque farsi perdonare, e stava per toccargli la spalla e riavvicinarlo a sé, quando vide l’uomo che camminava verso di loro.
«Onorabile Yadosh.» Si fermò e chinò la testa, mentre l’altro uomo si fermava a pochi passi da lui. Non poteva evitarlo, e passare oltre senza fermarsi poteva essere considerato uno sgarbo.
«Che sorpresa. È da molto che non ci vediamo, Gyllahesh.» Yadosh si fermò di fronte a loro, e Gyllahesh fu lesto ad afferrare il braccio di Nabir che non si era probabilmente accorto di niente.
«Come state? E come sta la piccola Nhavi?»
«Una ferita profonda, ma non così grave come si pensava all’inizio. Grazie di averlo chiesto. Immagino che le notizie siano corse in fretta in città.» L’uomo lo guardava con un vago sospetto negli occhi.
Gyllahesh annuì. Non voleva fargli sapere come lo aveva scoperto. Inoltre, il figlio della colpevole del ferimento era al suo fianco. Yadosh lasciò il suo volto per posare lo sguardo sul ragazzo. Avrebbe dovuto presentarlo, e lo fece, stringendo la mano sulla spalla di Nabir.
«Questo è Nabir. È il… nipote di una esploratrice dell’esercito a riposo.» Sperò che l’esitazione fosse sfuggita a Yadosh, che fece un cenno col capo.
«Un orfano?» chiese l’altro.
Nabir alzò la testa di scatto, ma ebbe il buonsenso di non emettere un suono.
«Sì,» rispose Gyllahesh.
«E abita con te?»
«Gyllahesh mi ha offerto un tetto e un lavoro,» mormorò Nabir, senza essere interpellato. Era la verità, e Yadosh sorrise.
«Un uomo generoso, senza dubbio.»
«Questi è l’Onorabile Yadosh, Siniscalco dell’Ordine della Felce, Nabir,» mormorò Gyllahesh. «Ed è il marito di Rainna, la Custode dei Confini.» L’espressione sul volto di Nabir si fece quasi spaventata, e lui tentò di tranquillizzarlo, stringendogli la spalla, prima di rivolgersi all’unico uomo che poteva vantare un ruolo di prestigio all’interno della loro società. «Nabir vede solo ombre, Onorabile, ma impara in fretta ed è un gran lavoratore.»
«Capisco.» Di nuovo Yadosh guardò da lui a Nabir, il volto inespressivo.
Gyllahesh non lo conosceva così bene, ma sapeva quanto fosse potente. Se avesse sospettato qualcosa, o saputo qualcosa…
«Vi auguro una buona passeggiata.» L’uomo accennò un saluto e proseguì per la sua strada, lasciandoli soli in mezzo alla folla.
«Gyllahesh, è successo qualcosa?»
Lui abbassò lo sguardo e incrociò quello degli occhi verdi. «No, Nabir. Cosa te lo fa credere?»
«Pensavo… Non sembrava un buon incontro.»
«Invece lo era. Solo, non mi aspettavo di vedere quell’uomo al mercato, senza una scorta.» Si guardò attorno, e poi si guardò alle spalle, l’alta figura di Yadosh che si allontanava. Invece una scorta doveva averla: Gyllahesh incontrò due occhi scuri e duri, che lo fissavano oltre un gruppo di persone. Era la comandante del drappello che era giunto al villaggio di Nabir.
Un subitaneo groppo alla gola gli fece capire che lo aveva visto, e che aveva riconosciuto Nabir. Gyllahesh prese un respiro e sospinse il ragazzo.
«Andiamo a casa.»
Gli occhi della donna non li abbandonarono nemmeno per un istante, mentre attraversavano il mercato.

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