Interviste

Intervista: Giovanni Gentile

“…mi aspetti che vado di là a fumare una sigaretta due minuti e torno?”

È stato con queste parole che Giovanni Gentile, autore-regista teatrale e poeta barese, mi ha risposto quando gli ho chiesto se potevo intervistarlo.

L’ho conosciuto a Cattolica nel 2015, mi colpì perché era l’unico che sembrava seccato ad aver vinto un premio (‘Stronza come un assolo di contrabbasso’, nda), di essere lì invece che da qualche altra parte a scrivere, che è ciò che gli importa veramente, e quando lo vidi sul palco la sera della premiazione capii che non era una posa. Sempre tagliente nelle sue espressioni, fervente sostenitore di un’idea di cultura a volte anche scomoda,  mai timoroso di metterci la faccia, anche quando c’è da dire alle amministrazioni locali che stanno facendo qualcosa che non va. È un uomo con cui si può parlare di tutto, e di tutto gli ho appunto chiesto.

http://www.amazon.it/Stronza-assolo-contrabbasso-Giovanni-Gentile/dp/8896931711/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1453473227&sr=8-1&keywords=Giovanni+Gentile+stronza+come+un+assolo+di+contrabbasso

g1Dunque, leggendo (e ascoltando) un po’ qua e un po’ là, si direbbe che l’idea di cultura in Italia sia davvero poco chiara. Secondo te, un italiano medio come saprebbe definire la parola ‘cultura’? (P.S. Fai pure un bel respiro prima di rispondere…)

Purtroppo ho la sensazione che l’italiano medio abbia essenzialmente due idee di cultura. La prima è che la cultura sia una cosa molto noiosa, relegata nelle scuole o nelle accademia da cui fuggire. La frase tipica è “abbiamo bisogno di fare due risate, mica di leggere un libro”. La seconda idea è che invece tutto sia cultura, dalla sagra della salsiccia all’Aida di Verdi, dalle poesie di Catalano a quelle di Holderlin. Tutto quello che sia cantato, recitato, danzato o scritto è, secondo molta gente , cultura. Entrambe le idee hanno fatto sì che l’Italia sia indietro di almeno 40 anni rispetto al resto d’Europa in tutto, soprattutto nella cultura

Infatti ricordo il libro sul Risorgimento di una scrittrice oggi di romance, in realtà saggista storica di invidiabile preparazione (lei è Restituta Carbone, di Pescara) che sottolineava lo status elitario della cultura italiana, incapace allora di tendersi al popolo. Oggi credo sia ancora così. Secondo te, quali sono i veri motivi di questa settarietà? Spocchia degli ‘artisti’, o pigrizia congenita dell’italiano?

La cultura, già per sua natura, non può essere settaria. Quindi chi pensa che ci siano persone che possano accedervi e persone che non possano, non degne, per così dire, commette un errore di non-cultura o di in-cultura. Gli operatori culturali dovrebbero avere un grandissimo compito che è quello di elevare il livello medio di un Paese. E’ vero che l’italiano, per sua natura è pigro, ma è anche vero che molti operatori si sono adagiati su un materasso di inerzia, del “si è sempre fatto così”, del “tanto non cambieranno le cose”. O altri ancora hanno rotto il cordone ombelicale con la popolazione, quel cordone ombelicale che ha fatto sì che, ad esempio, negli anni 70, un movimento popolare nutrisse l’arte e l’arte nutrisse il movimento. E ti parlo dei vari Gaber, De Andrè, De Gregori, Guccini, per non entrare nello specifico della letteratura o della pittura. Per esempio Neruda veniva dalla rivoluzione e alimentava la rivoluzione, da lì l’esilio. Ma sono esempi casuali. Ce ne sono migliaia. Ecco, penso che questo cordone si sia staccato e abbiamo il dovere di tentare di riannodarlo

Guarda, ti riporto una dichiarazione scritta su Facebook di recente da ung2 autore di fama nazionale (che peraltro ha fatto la sua brava gavetta), vediamo se indovini chi è e, soprattutto, come si arriva a questo punto:

“14 dicembre alle ore 18:38 • quelli che fanno un gruppo dedicato al proprio libro autopubblicato e ti ci iscrivono a forza meriterebbero una punizione speciale: qualcuno che legga quel libro e gli dica quanto fa schifo. Ma è un’impresa titanica, mi limito a disiscrivermi.”

Chi è, e qual è il tuo primo pensiero dopo averla letta?

Che c’è una deresponsabilizzazione, una non assunzione di responsabilità, un lasciar correre che fa solo male a tutti. Io dico basta agli autostampati, agli autoincensati, alle case editrici a pagamento. E dico basta anche al non assumersi la responsabilità di dire “questo libro fa schifo” perché se non lo fai tu, forse non lo faranno neanche gli altri e questo vomito forse andrà sul mercato. E la gente penserà che quella sia letteratura. Se è merda è merda e bisogna tornare a dirlo.

Ma perchè, autoprodotto vuol dire per forza merda? io ho vinto al ‘Cattolica’ con un autoprodotto, per esempio. Tante persone si pagano le loro brave bollette e il mutuo, con l’autoprodotto.

Io l’altro giorno ho litigato con un giornalista, un critico teatrale. Viene a vedere il mio spettacolo e lo elogia. Bene, sono contento. Dopo una settimana ci troviamo in un teatro a vedere insieme una cosa orribile, oscena, senza capo né coda, da prendere e andarsene. Leggo dopo qualche giorno la recensione che si limita a un riassunto e a delle note minime sulle luci e sulla regia. L’ho chiamato e gli ho detto che non è un giornalista ma è un vigliacco.

Per autoprodotto io intendo “scrivo una cosa, non me la pubblica nessuno, la autoproduco e la vendo ai parenti”.

Se nell’autoproduzione c’è un’idea di indipendenza e un lavoro dietro stiamo parlando di un’altra cosa. Per autoprodotto io parlo della zia Maria che non becca un congiuntivo, scrive la banalità del secolo e se la stampa da sola, e ha pretese di essere la nuova Mary Shelley. Ecco, le andrebbe detto, per il suo bene, che non lo è.

Se è per quello,  ho incontrato gente che voleva gli editassi testi senza gli a capo e le maiuscole dopo il punto...

Appunto.

Tra parentesi: la dichiarazione di prima era di Sandrone Dazieri, che di distinzioni, per la cronaca, non ne ha fatte.

Sì, poi ci sono tante cose edite che sono edite solo per amicizia o per opportunità, però abbiamo il dovere di ricominciare a dire la verità.

Vuoi dirci per esempio qualcuno di questi titoli? So che tra l’altro, il Premio Strega non ti convince.

Hai mai letto le poesie di un tal Guido Catalano? Io le scrivevo quando avevo 15 anni. Il Premio Strega è una cosa particolare. Un giorno leggo su un social che il mio assessore alle culture, tale Maselli, presenta in libreria un libro di tal Lagioia. Ovviamente mi stranisco perché io venivo dalla vittoria del Città di Cattolica, dal Laurentum al Quirinale etc etc e a me nessuno m’aveva presentato così in pompa magna, e penso anche che un assessore alla cultura debba essere innanzi tutto super partes, perché assessore di tutti i baresi, e poi un attimo informato sugli artisti della città che amministra.

Dopo qualche mese Lagioia vince lo Strega. Compro il libro e lo leggo. Chiedo in giro e non è piaciuto a nessuno! A volte ci sono veramente delle botte di culo insperate…

Ti riporto le parole che mi disse un giorno Valerio Varesi: “Uno scrittore milanese mio amico, Matteo Di Giulio, ha detto che in Italia non ci sono scrittori famosi, ma famosi che scrivono. Mi sembra azzeccata come definizione.” In cosa differiamo, in questo, dagli altri paesi?

Io purtroppo devo far riferimento alle due realtà in cui vivo cioè Bari e Roma e all’ambiente che frequento maggiormente che è il teatro. Sai da chi sono fatti i cartelloni dei principali teatri? Da piccole figure che vengono dal mondo televisivo. Gli attori teatrali, quelli veri, fanno fatica a trovare posti dove recitare e gente senza arte né parte calca i palcoscenici. L’anno scorso al Teatroteam o Politeama come lo chiamano ora, di Bari c’era Flavio Montrucchio che mi dicono personaggio che arriva dal Grande Fratello. La stessa cosa sta accadendo nell’editoria. Libri insulsi scritti da ex giornalisti senza più una sedia dove sedersi o da attori-filosofi, o peggio ancora comici da gag di 4 minuti a puntata che scrivono libri per la spiaggia. E’ tutto molto triste. Differiamo dagli altri paesi perchè gli altri paesi non hanno avuto gli anni 80 dominati da un prodotto sub-culturale come Berlusconi, che dopo aver fatto danni culturali con le televisioni commerciali, è salito anche al potere inondando tutto di edonismo. Cosa che non è accaduta in nessun altra parte d’Europa, e ha mandato un paese a puttane, com’è risaputo.

In tutto questo bailamme, che ruolo ha oggi la donna nella letteratura? È davvero discriminata, come afferma in parte la Verasani, o cosa?

Sinceramente non lo so. Io amo molto il genere femminile, seppur nel limite della mia misoginia congenita. Ma la mia è una misoginia a parole. Poi tutte le mie poesie e i tutti i miei spettacoli esaltano la figura femminile. La donna è discriminata in ambito letterario né più né meno di come è discriminata in altri ambienti lavorativi. Credo che sia un problema di arretramento culturale che non riesco a capire perché in Italia non si riesce ad eliminare. In questo sono molto confuso, non ho idee precise. Una volta mi è capitato di parlare con una mia giovanissima amica che lamentava il fatto che i ragazzi della sua età si prendevano certe libertà, così scherzando, e che siccome era uso comune, lei pensava non ci fosse niente di male. Libertà nelle parole, nel modo di scherzare, in abbracci un po’ troppo frequenti e troppo ammiccanti. Questa cosa mi ha fatto riflettere. Sentir dire da una ragazza di diciotto anni che è normale, significa che tra dieci anni, quando si troverà da un lato di una scrivania con un datore di lavoro dall’altro, non sarà capace di difendere il suo essere donna. Significa che dall’altra parte della scrivania ci sarà un signore che penserà sia normale vedere in lei una donna e non un lavoratore, con problematiche specifiche. Penso sia la stessa cosa nel mondo letterario o dell’arte in genere. Non sei una scrittrice, sei una donna che scrive. Non sei un’artista, sei una donna che si diverte a fare l’artista. E’ un concetto sottile ma sostanziale, che però produce effetti nefasti

garticoloSono con te su tutta la linea. Più che misogino, direi che sei quasi femminista, se non ci fosse quel particolare delle scarpette rosse che ti dà tanto fastidio, e per inciso, anche a me. Sapendo che il pubblico che ci leggerà è a maggioranza donne… (sì, ti metto sulla graticola mediatica: odiami pure!)

(Ride di gusto) Sì certo, però mi piace che io possa parlare direttamente alle donne senza filtri, tenendo conto che è un’opinione tra le tante. Torniamo un po’ al discorso di prima, quello sulla deresponsabilizzazione. Le scarpe rosse sono una di quelle cose che ti fa dire “ok, l’ho fatto”. E ti fa dormire tranquillo (o tranquilla), ti risolve un problema personale di coscienza. Io sono sempre stato un uomo causativo, cioè causa di quello che accade intorno a me, le scarpe rosse non mi bastano e mi incazzo quando bastano alle donne. Diciamo pure che le scarpe rosse mi hanno rotto i coglioni. Io, quando una mia amica è stata molestata, ho preso per la cravatta lo stalker e l’ho portato dai carabinieri. Ognuna di voi ha un’amica che è stata stalkizzata, molestata, allora scendete per strada, chiamate i Carabinieri, fate cordone intorno alla vostra amica. Vorrei vedere colonne di donne con l’uomo preso per le palle, camminare verso la questura. Invece vedo solo tante donne sole che subiscono. Nel mio spettacolo “Le due vergini” un avvocato dice “e nelle notti di urla e di vetri rotti, ci mettiamo il cuscino sulla testa per non sentire. Le tragedie degli altri non bastano a tacitare le nostre tragedie”. Troppe donne lasciate sole dalle donne. Le scarpe rosse sono solo una scusa per non aiutare chi ti sta nella camera accanto.

Come dobbiamo prendere allora il discorso della letteratura ‘al femminile’? È un dato inoppugnabile che romance ed erotico sono appannaggio delle donne. Ma davvero esiste una ‘letteratura al femminile’, ha senso parlare di questo?

Ci lapideranno, sì (ridiamo, nda)! Penso che ci attireremo gli strali di tutta una serie di pseudo femministe che hanno improntato la loro fortuna artistica su spettacoli con ‘ste cazzo di scarpe rosse in scena. La mia risposta sarebbe “che se la tengano”, però capisco che sia un grosso problema per chi invece li scrive.

Perché si parla di frontiere sessuali e sessiste, però qui rimane un baluardo di esclusiva. Cosa possiamo dire?

Questa è difficile…

Ok, allora parliamo di poesia?glibro

No ti spiego perché mi è difficile, non amo né il genere erotico, né il genere romance, anche se ci sono in giro tre miei ebook erotici! Per cui non trovo erotica la letteratura erotica .

Ma li hai scritti tu, o hai solo posato nudo?

No, no, li ho scritti e mi sono pure divertito; però ovviamente erano porno alla fine! Se li avessi firmati Lulù Dechartè avrebbero venduto milioni di copie.

Ecco bravo, parliamo un po’ di questa storia del divertirsi mentre si scrive.

Parliamone. Tu ti diverti?

Io? Macché. Soffro come un condannato ai gironi danteschi. E infatti ti riporto ciò che mi disse il mio amico Luigi Mancini, scrittore di un erotico molto dark, personaggio tormentato, che mi disse: “scrivere è un continuo affrontarsi, un mettersi di fronte a se stessi. Se non hai un cazzo di demone da esorcizzare, che tu parli di fiori o ferraglia arrugginita, la scrittura è nulla.” Come la vedi tu?

La gente credo non sappia cosa vuol dire davvero scrivere. Io ho a che fare molto con gli attori, che entrano nei personaggi ed escono dalle prove sfiancati psicologicamente, perché magari quel personaggio è profondo, sofferente, che scuote la loro coscienza

Intendi dire che chi scrive per divertimento, non scrive davvero?

Noi scrittori, fermi e immobili sulla nostra sedia, viviamo dieci vite e non usciamo da quella trance finché il romanzo, il racconto o lo spettacolo che stai scrivendo, non è finito. E questa sensazione di essere tanta gente ti dura ancora per qualche giorno. Sei proprio dentro la storia, le descrizioni le vedi, i personaggi li vivi, con tutti i loro limiti che diventano i tuoi, le loro sofferenze che diventano le tue, le loro storie in cui sei dentro ventiquattr’ore al giorno. E’ molto stancante, almeno per me, proprio psicologicamente.

Non voglio dire che chi si diverte non scrive davvero. Poi divertirsi è un termine molto ampio. Se divertirsi è immergersi in un’allucinazione, allora anch’io mi diverto. Se divertirsi è cazzeggiare due ore al giorno, quando non si ha niente da fare, forse non è scrivere

Mi raccontò una volta Massimiliano Santarossa: “Ora dicono che le storie distopiche sono antiletterarie. E io mi dico ‘Benissimo: scriviamo storie distopiche’. Seriamente. Non ho mai scritto una sola riga pensando al pubblico o per andare contro qualcosa o qualcuno. Scrivo. Tutto qui. Arrivano le voci nel buio e io sono chiamato a portarle su carta. Ogni voce ha un suo suono, quindi un suo stile”. La domanda è d’obbligo: ti ritieni un artista ‘contro’? E quali rischi, veri o presunti, si corrono a essere ‘contro’?

La parola “contro” mi fa venire in mente il verso di Gaber “chi era contro era comunista”

Me lo ricordo, in ‘Qualcuno era comunista’: un’antitesi all’antitesi, non credi?

Non so se sono un artista contro, sono sicuramente un uomo contro. Ma prima di tutto contro me stesso, poi contro certe cose. Essere contro sé stessi per me è guardarsi profondamente, capire i propri limiti, le azioni che portano sofferenza a te e agli altri e tentare di essere migliore. Fare la propria rivoluzione umana quotidiana. Attraverso la vita, viverla e soffrire per questa. Inevitabilmente questo si vede da quello che scrivo e da quello che porto in scena. Non penso di essere distopico, già raccontare la realtà è raccontare una distopia oggi. E questo è un grave segnale! Sono contro un sistema fatto di ammanicamenti e di amici degli amici. Un giorno ero in posta, in coda. C’era un impiegato che non faceva il suo lavoro. Da dietro la fila mi sono messo a gridargli che lui era pagato per lavorare non per parlare al telefono con la moglie. Ero l’unico. Questo è essere contro?

Antitesi all’antitesi…non ci avevo mai pensato ma è così. Rischi ce ne sono tanti. Rischio di non lavorare, o di lavorare meno di altri, rischio che mi forino le ruote della macchina, rischio che quando i Carabinieri mi fermano nella mia città leggano il documento e dicano “ah, lei è Giovanni Gentile” quasi con sdegno. Sono rischi superabili

A questo punto, non posso esimermi dal parlare di poesia, dato che tu ne seigpalco un’espressione. E’ forse quella la vera forma d’arte ‘contro’, visto che quasi nessuno la legge seriamente? E la letteratura, per essere davvero tale, deve per forza sostenere l’impegno sociale e civile? Così almeno sosteneva Giovanna Mulas, già candidata per la letteratura al Nobel, pochi anni fa.

La poesia è una disdetta e lo dico davvero. Tutti ne fanno gran sfoggio ma a nessuno frega un cazzo se va in malora.

La poesia è vista come una cosa superflua, come una forma di scrittura che se c’è la leggo ma se non c’è non importa. La poesia invece è il nutrimento dell’anima, è una religione, è una dea. Dovrebbe essere la forma d’arte più ricercata, più studiata, più sperimentata. Invece è quella che effettivamente è meno considerata dal mondo culturale occidentale. Per non parlare degli editori che non la considerano e non la spingono,del le presentazioni fatte male, insomma scrivere poesie è veramente una cosa da sfigati!

Per quello lo fai anche tu? Ti ritieni uno ‘sfigato’? (ridiamo, nda)

Io sono in cima agli sfigati, perché davvero pensavo che la poesia in Italia fosse considerata, visto che siamo patria di poeti tra i più letti nel mondo. Ma niente da fare!

Tu che scrivi opere teatrali e hai le idee chiare di come deve essere un vero attore (nonché una sceneggiatura degna di tal nome) cosa faresti se ti proponessero di sceneggiare qualcosa per le TV, qualcosa di commerciale, roba tipo ‘un medico in famiglia’, ‘don Matteo’, o ‘squadra antimafia’?

Allora, ti ringrazio per “le idee chiare”, hai troppa fiducia in me. Se me lo proponessero accetterei, o salvo poi, come ho sempre fatto, far virare il progetto su altri lidi. La mia scrittura è rivolta all’essere umano, anzi, al lato oscuro dell’essere umano. Alla diversità, alla mostruosità, allo storpio che c’è in ognuno di noi. L’essere umano mi affascina, mi ci perdo, lo osservo e ci entro dentro. Accetterei il lavoro, ma non sarebbero più quelle cose che avete visto in TV. Diventerebbero mie, quindi totalmente diverse.

Temo allora verresti licenziato in breve…

Sì, lo temo anch’io (sorride). Ma hai lasciato in sospeso una domanda, quella sull’impegno civile e sociale della letteratura, ed era una domanda interessante: ti vorrei rispondere.

Certo. Vai!

Io non parlerei di letteratura ma parlerei di arte in genere. Penso che l’arte abbia dei diritti ma abbia anche dei doveri. Non voglio dire che non può esserci arte senza impegno, ma l’artista ha il dovere di migliorare la società in cui vive. L’artista è politico e non può scappare da questo. Anche quando fa cose che di “politico” in senso stretto non hanno niente, fa politica. ‘Colpo Grosso’ ha fatto costume, quindi ha fatto politica. Era un pessimo programma, ma ha segnato un epoca. A volte sento miei colleghi che scrivono o mettono in scena delle cose perché piaceva a loro farlo. E quando chiedi “sì, ma a che serve”, loro ti guardano inebetiti perché non hanno neanche capito la domanda. Ecco, quando inizio a scrivere uno spettacolo o una poesia io mi chiedo sempre “sì, ma a che serve?”

Già, la politica… Sembra assurdo, ma ha un ruolo ben preciso nella cultura italiana. Per esempio, tu sai cos’è la Legge Bacchelli, vero?

Certo.

Bene. Per spiegarlo ai lettori che non lo sanno, diciamo che è una sovvenzione pubblica erogata dallo stato italiano agli artisti particolarmente meritori. Sai però, che è preclusa ai pregiudicati?

Pensa te che il Parlamento invece non lo è (stavolta rido io, nda).

Esatto. Con queste premesse, già si sancisce un limite, si elimina l’uguaglianza intrinseca nella parola ‘arte’, o trasversalità, come diremmo oggi. Veniamo al dunque, siamo pragmatici: con quali gesti e/o azioni la cultura italiana potrebbe influire davvero sullo sfacelo che sta capitando al nostro Paese, fatto di disuguaglianze e pregiudizi?

Intanto, tornando a essere indipendente: basta finanziamenti, basta mettersi a pecoroni per avere soldi, basta il rapporto tra cultura e Stato. Libera cultura in libero Stato.

Sì, ma come bisognerebbe agire? Una petizione tipo quelle di change.org, manifestazioni, o cosa?

No, credo che il dimostrare a questo Stato di essere liberi faccia già paura. Diceva il secondo presidente della Soka Gakkai, un ente buddista di cui faccio parte da vent’anni “la rivoluzione nel carattere di una persona, porta alla rivoluzione nel suo ambiente e poi alla rivoluzione del mondo intero”. Dobbiamo fare cose, più cose possibili, rendere belle le nostre città, vive, creare legami umani, relazioni, ognuno di noi esattamente nel posto in cui è. Poi nessuno può dirci quanto è grande il posto in cui siamo. Più si allarga la nostra vita, più grande sarà questo posto. Mettere loro paura, dimostrare che non li vogliamo, che non abbiamo bisogno di loro, creare bellezza per contrastare lo schifo che hanno fatto di questo Paese.

Esiste una narrativa ‘di regime’ e, se sì, qual è? Chi la rappresenta?

Esiste una narrativa appiattita. Appiattita come l’encefalogramma di un morto. Gramellini, Lagioia, Veltroni, c’è uno di cui non ricordo il nome che ha scritto una bella favoletta sul caso Moro in cui smentisce l’infiltrazione dei servizi segreti, poi Fabio Volo è molto radical chic vendoliano, la Mazzantini.

Tanto per capire con chi abbiamo a che fare: sei uno di quelli  che considera ‘Guerra e pace’ un pietra miliare, o un insopportabile drammone sopravvalutato?

(pausa: si fa pensieroso). Sono uno che osanna Dostoevskij perché lo considero di una modernità inarrivabile, adoro Bulgakov, ma Guerra e Pace non ce la faccio… mi dispiace.

E ‘Il nome della rosa’,  sei riuscito a leggerlo tutto?

‘Il nome della rosa’ è l’unico libro di Eco che sono riuscito a finire, gli altri li ho mollati dopo la zona che lui considera di guado. Che era l’unica cosa leggibile. Mi sono fatto un nemico importante?

Mah, dopo Lagioia, Mazzantini, Veltroni e tutti quanti, ha importanza?

No, figurati.

Ultima domanda per chiudere. Giovanni, qualcuno potrebbe insinuare, dopo averci letto, di essere i soliti ‘compagni di merende’ che se la cantano e se la suonano da soli, tanto per criticare gli altri che hanno avuto più successo di loro. Perciò, dimmi cosa ti ha fatto schifo di questa intervista, o suggeriscimi come rispondergli…

(risatona sua). Io le merende le faccio da solo. In realtà noi abbiamo criticato un costume, anzi un malcostume, di cui purtroppo i signori nominati fanno parte. Però abbiamo dato una nostra visione delle cose, non ci siamo limitati alla distruzione. A volte penso che quelli che dicono “ah, potete criticare solo quando venderete 100.000 copie del vostro libro” sono quelli che comprano il libro di Vespa. Penso che in una critica di costume non ci sia niente di sbagliato, è un modo per riflettere ad alta voce, non per dare regole o comandamenti. Per me, che ho un nome e cognome, è così. E siccome l’altro modo di comportarsi ha portato alla distruzione culturale ed artistica di questo Paese, forse ho ragione io.

Non fa una piega. C’è qualcos’altro che ti brucia sulla lingua, e che non ti ho dato l’opportunità di dire?

Sì, una cosa c’è: andate a teatro, al cinema a vedere la danza, uscite di casa, riempite le strade della vostra città, incontratevi!

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E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

2 Commenti

  1. Dario Stefano Villasanta
    1 febbraio 2016 at 1:20 — Rispondi

    Avrei giurato che le parole di Giovanni meritassero qualche commento, ancorché di critica, ma forse, in effetti, tanto bisogno di repliche non c’è.

    • Babette Brown
      4 febbraio 2016 at 9:46 — Rispondi

      Le lettrici sono stramazzate alla centoventicinquesima riga.

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