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Giappone: Una settimana al santuario, di Grazia Maria Francese

Quarta puntata: il monastero zen di Daihonzan Katsuzenji.

Ieri siamo arrivati a Nagano, città che si trova nella zona centrale dell’isola di Honshu a circa 300 km da Tokyo. Nella foto, vedete uno dei templi più importanti della città. Nel monastero dove mi trovo non è possibile fotografare. Cercherò di carpire qualche immagine… abbiate pazienza, se non ci riuscirò.

Ci fermeremo qui per una settimana, durante la quale si svolge una Sesshin (stage full immersion) al monastero zen di Daihonzan Katsuzenji.
Nei prossimi giorni, se ci riesco vi parlerò dello zen e del suo fortissimo influsso sulla cultura e la vita quotidiana.
Se ci riesco, perché la gatta mi sorveglia…

Santuario Togakushi, a Nagano
Foto Fffkk

La gatta è una signora antipatica che piomba addosso a tutti quelli che riesce a beccare mentre usano il cellulare o il tablet, cosa che qui è proibita. Sono riuscita a depistarla dicendo che il tablet mi serve a prendere appunti, ma mi tiene d’occhio.
So già cosa mi chiederete. Ma i rompiscatole ci sono anche nei monasteri buddisti?
Ahimè, ci sono dappertutto: tra i musulmani, i cristiani, i buddisti, gli adoratori del fuoco e i cannibali.
Per fortuna qui ce n’è una sola, gli altri sono tutti squisitamente gentili.
A domani…

Della campana gigante… ho potuto registrare solo il suono, quando é finito il Gongyō di mezzogiorno.

Grazia Maria Francese
Foto EEE

Gongyō vuol dire la recitazione di quelli che in sanscrito sono chiamati sutra, e in giapponese o-kyō. Sono la trascrizione di parole pronunciate da Gautama Siddharta, il Buddha Sakyamuni (in giapponese si dice Shaka) 2600 anni fa.

Inoltre vengono recitati diversi mantra (go-shingon, si dice in giapponese): parole che non hanno un significato, ma possiedono una peculiare energia, da applicare alle diverse situazioni della vita. Ci sono go-shingon per allontanare il male, guarire le malattie, scongiurare incidenti; altri da recitare prima di mettersi al volante, o di salire su un aereo o di fare un esame… ce n’è perfino uno per far scendere la febbre.

Oltre alle parole da recitare, si apprendono dei gesti (in sanscrito mi sembra che si chiamino mudra, in giapponese IN) che hanno analoghi poteri. Insomma, volendo metterla giù facile, incantesimi. Sempre e assolutamente rivolti dalla parte del bene e della felicità, sia propri che altrui.
Io ci credo?
Certo che no… li imparo e basta, non faccio male a nessuno se mi metto a recitare sottovoce parole incomprensibili o fare gesti strani quando nessuno mi vede.
Sarà una cosa stupida (ne dubito, n.d.r.), ma ci si sente protetti.

Lo Zen giapponese, o almeno, quello che si fa qui, ha anche una grossa componente di queste pratiche derivate dal Buddhismo esoterico, che in giapponese si dice Mikkyō.
Oggi ci é stato distribuito un sutra molto commovente, che si chiama Il Sutra importante di ricambiare le premure ricevute dal padre e dalla madre. Se avrò tempo, una volta finita la Sesshin lo tradurrò in italiano.

Il grande Buddha di Nara
Foto reperita su Wikipedia

La cerimonia di ‘Hyaku Sen Man Ben Mandala’ che si svolge una volta all’anno, è il cuore pulsante di questo luogo: non si può fare altro che lasciarsi travolgere dalla sua energia.
Sembra che questo rito abbia avuto origine nella setta Jodo, e che sia stato tramandato nello Zen all’inizio dell’era Meiji, attorno al 1870. Per intenderci, il periodo in cui è ambientato il film ‘L’ultimo samurai’, di cui vi parlerò in un altro post.
A quell’epoca il Giappone subì un processo di modernizzazione forzata. Allo scopo di consolidare l’unità nazionale, il governo decise che la religione nazionale era lo Shinto, mentre il Buddhismo andava cancellato in quanto inutile anticaglia. I monasteri furono saccheggiati, i libri dei sutra e le statue dati alle fiamme.
Edoardo Chiossone (anche di lui vi parlerò in un altro post) un genovese che si trovava lì in quegli anni, riuscì a salvare parecchi tesori dei monasteri, che adesso sono esposti al Museo Chiossone di Genova.
In quel momento alcuni monaci riuscirono a salvarsi fuggendo sulle montagne e portando con loro il ‘Hyaku Sen Man Ben Mandala’: un juzu (specie di rosario buddhista) come quello della foto, ma lungo una decina di metri e con i grani di legno.
Il rito si svolge così. Le donne siedono all’interno, gli uomini all’esterno: tenendo il juzu tra le mani lo si fa girare in senso orario, recitando il sutra per estinguere il karma negativo.
Dura circa 40 minuti.
Io dopo un po’ mi sono addormentata. So che non è possibile dormire seduta sui talloni, recitando un sutra e facendo scorrere i grani di legno, ma l’ho fatto. Dormivo… o ero caduta in trance, sotto l’ondata di tutte le mie pendenze che venivano spazzate via? Chissà…

Somewhere over the rainbow
Skies are blue
And the dreams that you dare to dream
Really do come true.

Il Monte Fuji
Foto wakeupnews.eu

Oggi si è conclusa la Sesshin al monastero di Daihonzan Katsuzenji e siamo tornati a Tokyo, sotto la pioggia battente di un tifone estivo che si lasciava dietro arcobaleni.
Nella cerimonia conclusiva mi è stato assegnato il grado di Osho, che pressapoco vuol dire monaca buddhista.
Pur ringraziando della gentilezza, non me ne importa un fico di diventare monaca. Né buddhista, né di Monza o che altro.
Non è questo che sono venuta a cercare qui.
Cosa sono venuta a cercare, allora?
Quel “somewhere” che sta oltre l’arcobaleno.
Il luogo dove la mente tace e, nel silenzio di questo mondo misterioso, si realizzano i sogni che ho osato sognare.
Questo luogo, nello Zen si chiama ‘Satori’.
Il luogo dove è possibile risentire la voce delle persone care che abbiamo perduto, vedere i loro visi, abbracciarle. O ancora più lontano, sentire lo scalpitio di zoccoli al galoppo, le grida: sentire che riaffiorano le tracce di uomini e donne del passato, come è accaduto a volte nei miei romanzi.
Satori è il luogo della folgorazione che ti attraversa come una certezza improvvisa facendoti sentire che le cose sono andate così, che la luce di quell’istante è proprio così.
È il luogo da cui provengono i quadri di Giovanni Segantini, i romanzi di Daphne du Maurier o di Arturo Perez Reverte, tutte le cose belle che danno sapore alla vita.
Vale la pena di cercarlo, anche se nessuno dovesse capire.
Ci sono cose che si fanno per se stessi, non per avere diplomi o per arrivare primi nelle classifiche di amazon.

Ritratto di Dōgen, conservato presso il tempio Hōkyō-ji (宝慶寺) in Giappone, Prefettura di Fukui.
Wikipedia

Tra i monaci che andarono in Cina per apprendere lo Zen, la figura più importante è quella di Eihei Dōgen (1200-1246) fondatore della setta Soto, oggi la più importante dello Zen giapponese e internazionale.
Il viaggio in nave attraverso il tempestoso Mar della Cina, a quell’epoca era un grosso rischio. Approdato vivo, per un paio di giorni Dōgen si fermò a riposare sulla nave prima di inoltrarsi all’interno del paese. Nel porto fece conoscenza con un vecchio che si trovava lì per acquistare funghi. Nella conversazione, il vecchio spiegò di essere Tenzō (vale a dire il responsabile dei pasti) di un monastero zen.
Dōgen restò sorpreso da questo. “Tu che sei vecchio, come mai non ti dedichi alla preghiera e allo studio anziché perdere tempo con una mansione umile come cucinare?” gli domandò.
La risposta del vecchio si trova in un libro straordinario, Tenzō Kyōkun, scritto in seguito da Dōgen. È stato pubblicato anni fa in Italia con il titolo di ‘Istruzioni a un cuoco zen’, mi sembra da Ubaldini. Però non aspettatevi un libro di cucina. È un inno all’amore e al rispetto verso il cibo, considerato come vita tolta ad altri esseri viventi: i monaci zen sono vegetariani, ma considerano esseri viventi pure gli ortaggi e i cereali. “In ogni singola foglia di verdura devi vedere il Buddha”, dice a un certo punto il vecchio.
Anche qui a Katsuzenji i pasti sono considerati come parte della pratica. Li si consuma tre volte al giorno con grande rispetto, stando seduti sui talloni, e senza mettersi nel piatto più di quanto si è certi di poter consumare: avanzare il cibo significa sprecare la vita di altri esseri viventi. Strano, vero? Anche i nostri nonni ci facevano un mazzo così sul non sprecare il cibo, pur senza essere buddhisti…
A differenza da altri monasteri, qui non si dà troppa importanza alla forma (ci sono posti dove ti fanno diventare pazzo con il fatto che si devono usare tre ciotole prendendo i bocconi in una sequenza fissa) ma solo al senso di gratitudine per il cibo.
Tra i testi di Dōgen, però, il più importante non è Tenzō Kyōkun ma Shōbōgenzō, che significa ‘L’occhio e il tesoro della Vera Legge”. Io ne ho tradotto in italiano una versione abbreviata, lo Shushōgi… ve ne parlerò un’altra volta…

Māhavīra, sopporta il proprio karma con equanimità e ottiene la liberazione
Wikipedia

Daihonzan katsuzenji, rito per cancellare il karma negativo.
Nello Zen si considera la sofferenza come il prodotto di azioni sbagliate compiute in passato, in questa o in altre vite. Il male fatto torna a noi come un boomerang, inevitabilmente, prima o poi.
Dopo avere girato questi video clandestini, chissà se mi toccherà rinascere come scarafaggio…
Proprio perché potrebbe toccare a chiunque di rinascere come animale o pianta, nello Zen c’è grande rispetto e considerazione per tutti gli esseri viventi.

 

 

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L’immagine di copertina rappresenta il Torii sul mare al Santuario di Itsukushima (foto reperita su Wikipedia).

Grazia Maria Francese è nata il 30 luglio 1955. Laureata in Medicina, esercita la professione di medico di Medicina Generale. Ha sempre amato leggere romanzi storici… al punto che ha finito per scriverne qualcuno! Il primo, Roh Saehlo – sole rosso è stato pubblicato a gennaio 2015 dalla Casa Editrice Soldiershop: il secondo è stato L’uomo dei Corvi, uscito con EEE. Sempre con EEE, ha pubblicato Arduhinus.

I suoi interessi culturali sono rivolti soprattutto a due argomenti (storia dell’alto Medioevo e cultura giapponese) che possono sembrare molto distanti tra di loro, ma inaspettatamente hanno parecchi punti in comune.

Vive in un cascinale ristrutturato nel Piemonte orientale dove ha creato un centro per la pratica di due discipline tradizionali giapponesi: Kendo e Zen. È affiliata al monastero buddista di Daihonzan Katsuzenji  (Nagano, Japan). Presiede l’Associazione “Sorriso Nuovo – ONLUS” che si occupa del rapporto tra stile di vita e salute.

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E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

1 Commento

  1. Babette Brown
    1 ottobre 2017 at 14:54 — Rispondi

    Sempre più intenzionata a partire per il Giappone. Quando? L’ideale sarebbe l’autunno del 2018, finanze permettendo (il viaggio è costoso).

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