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Giappone: Haiku, tanka, jisei. Facciamo conoscenza con la poesia giapponese

L’haiku è una poesia di cinque strofe, ciascuna delle quali è composta da un numero fisso di sillabe nella sequenza: 5-7-5-7-7.
Ancora più breve il tanka, tre sole strofe di 5-7-5 sillabe.
Queste poesie in Giappone sono molto apprezzate e moltissima gente ne compone, anche solo per proprio piacere o per esprimere, sublimandole, le emozioni più importanti della loro vita.
Esiste anche il jisei, poesia di morte: l’ultima che viene composta ed é il testamento spirituale di quella persona. Come quella terribile di Yukio Mishima, composta poco prima di eseguire il suicidio rituale (seppuku):

Masurao ga
Tabasamu tachi no
Sayanari ni
Iku to setaete
Kyou no hatsushimo

che vuol dire pressapoco (cercando di rispettare anche in italiano la sequenza di 5-7-5-7-7 sillabe: il risultato non é un granché, ma accontentatevi):

Il samurai
Per moltissimo tempo
La sua spada
Non ha sfoderato, ma
Oggi, la brina.

Yukio Mishima

L’ultimo verso, che ho tagliato per ragioni metriche, in realtà vuol dire ‘oggi, la prima brina’ ed è il richiamo stagionale, un elemento caratteristico di questo tipo di poesia. In haiku e tanka non può mancare un riferimento alla stagione, che si tratti di fiori, neve, brina o altro. Mishima si è suicidato in dicembre e forse quel giorno la prima brina c’era davvero, non solo nel suo animo.
La poesia giapponese ha anche da noi una cerchia di estimatori, e ahimè di imitatori che compongono haiku in italiano. Grandi poeti come Ungaretti che ne hanno tratto ispirazione.
Con buona pace di tutti, io penso che non si possa chiamare haiku una poesia scritta in italiano.
Chi vuole mettersi a comporre haiku farebbe bene a imparare il giapponese e studiare i meravigliosi esempi delle poesie di autori come Matsuo Basho, Yoshino Ideo e altri, cosa che potrebbe arricchire il loro animo. Dopo averli studiati a fondo cominciare a imitarli, introducendo piccole varianti sulle loro poesie: e alla fine magari avrebbero imparato a comporre haiku veri, non imitazioni che sembrano i sushi dei cinesi.
Scusate la digressione, ma non c’è niente che mi faccia andare in bestia quanto la superficialità e la presunzione di chi si impadronisce di qualcosa che non gli appartiene, senza avere prima studiato con attenzione e rispetto ciò che hanno fatto gli altri.
Quello che volevo fare stamattina, in realtà, è citare un tanka di Matsuo Basho:

NATSU KUSA YA
TSUWAMONO DOMO GA
YUME NO ATO

Si può tradurre così (rispettando la sequenza di 5-7-5 sillabe anche in italiano):

Erba d’estate
Degli antichi guerrieri
Tracce di sogni

Matsuo Basho

Questa poesia fa parte di un diario di viaggio di Basho e fu composta quando il poeta visitò il campo di battaglia di Kawanakajima, che si trova dalle parti di Nagano (ci siamo passati davanti l’altro ieri).
A Kawanagajima, nel 16° secolo si svolse una battaglia tra i due ‘signori della guerra’ Uesugi Kenshin e Takeda Shingen.
Alcuni episodi di questa lunghissima battaglia, raffigurata nell’ukyoe di Utagawa Yoshikazu (copertina dell’articolo) sono entrati nella leggenda e hanno ispirato innumerevoli opere letterarie e teatrali.
Matsuo Basho visita Kawanakajima in un giorno d’estate: è trascorso oltre un secolo dalla battaglia. Il campo è coperto dall’erba alta. Tutte le imprese leggendarie di samurai, non vi hanno lasciato che qualche esile traccia.
Tracce di sogni.
La vita è un sogno, in fondo. A volte bello, a volte brutto, ma dopo non rimarrà altro che una traccia nell’erba.
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Le immagini utilizzate sono di pubblico dominio.

Grazia Maria Francese è nata il 30 luglio 1955. Laureata in Medicina, esercita la professione di medico di Medicina Generale. Ha sempre amato leggere romanzi storici… al punto che ha finito per scriverne qualcuno! Il primo, Roh Saehlo – sole rosso è stato pubblicato a gennaio 2015 dalla Casa Editrice Soldiershop: il secondo è stato L’uomo dei Corvi, uscito con EEE. Sempre con EEE, ha pubblicato Arduhinus.

I suoi interessi culturali sono rivolti soprattutto a due argomenti (storia dell’alto Medioevo e cultura giapponese) che possono sembrare molto distanti tra di loro, ma inaspettatamente hanno parecchi punti in comune.

Vive in un cascinale ristrutturato nel Piemonte orientale dove ha creato un centro per la pratica di due discipline tradizionali giapponesi: Kendo e Zen. È affiliata al monastero buddista di Daihonzan Katsuzenji  (Nagano, Japan). Presiede l’Associazione “Sorriso Nuovo – ONLUS” che si occupa del rapporto tra stile di vita e salute.

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2 Commenti

  1. Macrina
    22 ottobre 2017 at 10:58 — Rispondi

    Interessante. A quanto ne so, ci sono diversi poeti italiani che hanno cercato di imparare l’arte degli Haiku. Qualcuno è molto bravo, come il mio caro amico Gianluca Ricci.

  2. 22 ottobre 2017 at 12:25 — Rispondi

    Grazia Maria Francese ha aggiunto queste righe.
    Rileggendo l’articolo, mi sono accorta di non essere stata abbastanza esauriente sul perché un vero haiku non possa essere che in giapponese. Non si tratta di snobismo, ma di qualcosa che è connesso alla struttura di questo tipo di poesia.
    Essa di solito non viene scritta in ideogrammi, ma in segni sillabici. Che differenza c’é? Un ideogramma definisce la parola in modo chiaro, mentre il segno sillabico lascia sempre un margine di incertezza. Ci sono molte parole che si pronunciano nello stesso modo ma hanno significato diverso, e se non si sa con che ideogramma è scritto non si può essere sicuri. Inoltre all’interno di un verso mancano le spaziature tra i segni, per cui non si sa dove finisce una parola e ne comincia un’altra.
    Faccio un esempio, tratto dalla poesia di Mishima citata nell’articolo. L’ultimo verso: KYOU NO HATSU NO SHIMO, in segni sillabici sarebbe KYOUNOHATSUNOSHIMO (perché non ci sono spaziature). SHIMO vuol dire brina, mentre SHI vuol dire morte. L’ultimo verso perciò si può tradurre: “oggi, la prima brina” ma anche “oggi appare la morte”. La seconda lettura è un po’ forzata, ma aleggia nell’aria come una possibile interpretazione.
    Non sono affatto un’esperta di poesia giapponese, ma credo che il genio di Mishima si sia espresso, nell’ultimo giorno della sua vita, proprio nel fatto di racchiudere nel KIGO (elemento stagionale) il messaggio che voleva trasmettere. Non so se sono riuscita a farmi capire.

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