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GianLuigi Armaroli, la storia del giornalismo (2)

Ricordiamo che la prima parte dell’intervista è stata pubblicata il 4 aprile.

Gianluigi Armaroli, giornalista, 65 anni, è nato a Bologna. Dal 1984 fa parte della redazione delTG5, dando il proprio contributo anche alle altre testate del gruppo(alloraFininvest). Da oltre 20 anni è corrispondente  dall’Emilia Romagna e inviato speciale. Ha lavorato  sotto la direzione di Guglielmo Zucconi, Enrico Mentana, Carlo Rossella, Clemente Mimun,Paolo Liguori, Emilio Fede, Mario Giordano e Alessandro Banfi. Una storia giornalistica che ha spaziato in tutti i campi: dai programmi di Agricoltura, alla Cronaca, alla Politica sino a distinguersi nell’affrontare i temi di Costume. Campo Aperto, Sabato 5 (servizi e regia) Domenica italiana (con Paolo Bonolis), Dentro la notizia (il primo telegiornale di Mediaset), Big Bang, (conduzione, servizi e documentari), Verissimo, Terra (con Tony Capuozzo), Tg4, Studio Aperto e Tg5. Caratteristica di GianLuigi Armaroli: la voce. Un timbro riconoscibile, sapientemente modulato. Nasce, professionalmente, infatti come scenografo e attore. Diplomato alle Belle Arti e all’Accademia d’Arte drammatica di Bologna, ha al suo attivo una decina d’anni di lavoro come interprete, in alcune Compagnie primarie di Teatro: Sergio Fantoni, Giancarlo Sbragia, Ivo Garrani, Valentina Fortunato, Luigi Vannucchi, Bruno Cirino, Valeria Ciangottini, Giulio Bosetti. Protagonista di “Interviste impossibili” per Rai 1: Il Passatore e Giosuè Carducci. Attore in numerose produzioni radiofoniche di prosa a Milano, Torino e Firenze. Per numerosi anni è stato speaker radiofonico, presso la sede Rai di Bologna. È stato protagonista e ha attraversato il fenomeno  delle tivù locali. Dal 1977 conduttore del tg TeleCarlino, il notiziario quotidiano de Il Resto del Carlino a Video Bologna, ricoprendo il ruolo di presentatore, scenografo, firmando numerose regie, dai programmi musicali, a rubriche, a talk show. Ospiti, Ornella Vanoni, Vasco Rossi, Donatella Rettore, Adriano Pappalardo, Hengel Gualdi, etc. Negli anni ’80, fonda la Compagnia del Teatro Padano, ricoprendo il ruolo registico, affrontando Moliere, Goldoni, Cechov, etc. Nel 1989, contemporaneamente al lavoro giornalistico sulle reti Mediaset, ritorna sul palcoscenico, mettendo in scena come protagonista e con la sua regia,”Il cardinal Lambertini” (versione in italiano) di Alfredo Testoni.

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Con il boom dei social network, come pensi sia cambiata la comunicazione e che direzione pensi che prenderà in futuro?

Prendo ad esempio mia moglie, una nonna, come del resto “anziano” lo sono anch’io. Sino a due anni fa la solita tiritera “mi piacerebbe mandare messaggini, ma non sono capace!…Mi piacerebbe fotografare quello che mi piace, i miei nipoti, ma non ce la faccio!” Non so cosa le sia scattato. Una incubazione di anni. Poi il coraggio a due mani. Da pochi mesi sa digitare un messaggio. Da poche settimane riesce a scaricare e a inviare le foto da WhatsApp (non sempre al primo colpo). Da una settimana una delle sorelle della mia metà ha iniziato a mandare foto su foto di quello che combina nel bergamasco dove abita. Il boom dei social e delle applicazioni tecnologiche sta facendo affiorare la creatività e l’espressività interiore delle persone. Con il “tuo” telefono, spari immagini e testi in tempo reale. Per gli affetti una boccata di ossigeno. Oggi si possono esprimere i sentimenti in tutti gli stili, a tutte le ore… un abbraccio virtuale te lo vedi rimandato dopo un secondo. Siamo oramai nella condizione di Michelangelo, quando diede un colpo di mazza sul marmo della statua di Mosè, appena scolpita: “Perché non parli?”. Già, oggi guardiamo il visore dello Smartphone e pensiamo: “Perché non sei qui?”. A parte le mie paure o la prudenza, gli uomini hanno un rapporto sempre più da Striscia la notizia, “dobbiamo stare vicini, vicini!”. L’unico timore è il risvolto della medaglia. Da una parte la verità, la sincerità, dall’altra le possibili truffe o bugie che non stanno mancando e che possono avvelenare e minare la fiducia.  Un paio d’anni fa realizzai un servizio sugli occhiali-computer  che una Start Up bolognese ebbe direttamente da Copertino, perché pensasse ad ulteriori funzioni tecnologiche. È incredibile come si possa dare un occhio a un minuscolo visore e proseguire senza problemi la visione del mondo circostante. Siamo già bionici e non ce ne accorgiamo…

Tutti abbiamo un romanzo nascosto in un cassetto, magari dimenticato, lasciato a impolverare con il proposito di riprenderlo in tempi più propizi e provare a terminarlo. Anche tu ne hai uno?  E se sì, di che genere?

Mi rimproverano di avere tutto in testa. Vale a dire che i cassetti della memoria li tengo stretti nella mente. È più forte di me. Devo confessare che è da tempo che mi sento colmo di parole, a volte ho il rigurgito dei pensieri, delle immagini che mi si affollano davanti. Vedo come se stessi affrontando la realizzazione di un film: vedo tutto, volti, situazioni, mi sembra di avere già pronte anche le parole, ma divento “balbuziente” quando decido di mettere su carta tutto quel ben di Dio che ho in testa da tanti anni. Un giallo dove il protagonista è un ex “capitano” della Polizia Romena, che svolge il ruolo di un investigatore sui generis, vivendo per necessità  tra i connazionali più sfortunati, gli zingari e la malavita comune. Un “barbone” investigatore. Per i bambini ho in mente una “saga” delle gru edili che tanto affascinano i pupetti nel percorso di avvicinamento alla scuola elementare. Sono attirato ovviamente dai prodotti televisivi. Qualche idea su Gioachino Rossini ce l’ho. Un uomo che ai suoi tempi era famoso in tutto il mondo come una rockstar. Adesso che abito a Pesaro, dove il musicista è nato, ogni bar, ogni ristorante porta qualcosa della sua inventiva e delle sue passioni, esclusa la Musica. Il caffè con lo zabaione. La pizza con la maionese, perché l’uovo era il pallino del compositore. Potrebbe apparire oggi al posto di Cracco, lo chef stellato che si è piegato alla pubblicità delle patatine e dei mobili. Rossini  ospite di Antonella Clerici, farebbe la sua figura.

Riporti da anni, in televisione, al telegiornale, i fatti di cronaca più eclatanti e sconvolgenti. Cosa ti ha insegnato lavorare sulla cronaca e cosa ti è rimasto dei fatti su cui hai indagato, e dalle persone che hai conosciuto?

Sono flash quello che ti porti dentro. Un atrio invaso dal sangue di una madre uccisa dal figlio per soldi sull’Appennino bolognese. Un odore che non si dimentica. Come l’uscita lentissima da una galleria di un vagone ferroviario sul quale lenzuola candide, macchiate qua e là di rosso coprivano i corpi maciullati dall’ennesimo attentato esplosivo sull’Appennino tosco-emiliano. Io che corro tra i binari assieme a colleghi, cameramen, fotografi perché il magistrato aveva dato l’ok di far avvicinare l’orda della stampa alla carrozza dei morti. Minuti concitati e febbrili. Dopo ore di attesa, potevamo scaricare la tensione della tragedia. Ebbri di brodo vegetale ingurgitato bollente, distribuito dagli uomini di quella che non era ancora la protezione civile, l’unico metodo per combattere il freddo invernale dell’ispida montagna emiliana e il tempo che non passava mai. L’acqua del Po che entra dall’argine aperto con ruspe e picconi per allagare i campi delle golene. Un gesto di estrema ratio perché l’acqua del fiume stava per superare l’altezza dell’argine e perché l’onda lunga del fiume si sarebbe abbattuta come un maglio contro le difese dell’uomo. La gente prega, si commuove con pudore. Meglio far invadere  dall’acqua la golena mandando alla malora i raccolti, mantenendo incolumi gli argini di terra e salvare gli edifici dopo aver messo in salvo uomini e animali. Attenuando, così, la forza del fiume. Il vento e  il flusso dell’acqua riempiono questo momento irreale. Il fiume entra creando un fruscio, un suono che nel silenzio diventa sempre più forte, più pauroso. È la testimonianza della cancellazione di una vita di sacrifici, di una resa temporanea, perché ci vorranno almeno un paio d’anni o più per riportare la normalità su queste terre che la piena del Po stava trasformando in un deserto di fango.  Quel giorno grigio le voci di uomini, donne e bambini, ma anche dei carabinieri si alzarono all’improvviso dall’argine maestro all’indirizzo di una figuretta lontana, un cameramen che follemente si era avvicinato al taglio dell’argine. Ancora qualche minuto e l’acqua lo avrebbe raggiunto. Sotto un tifo da stadio di centinaia di persone che assistevano al rito dell’inondazione controllata, il ragazzo fece dietrofront, correndo forte per mettersi in salvo. Le parole che non uscivano dalla gola di Biagio Antonacci e Gaetano Curreri degli Stadio, quando li ho chiamati al telefono per commentare la notizia della morte di Dalla. E il feretro di Lucio, proveniente dalla Svizzera, che mi passa alle spalle mentre sono in diretta con Studio Aperto. Nessun brivido, solo un grande vuoto e una incredulità che mi ha perseguitato anche nei giorni seguenti. Gorbaciov al Grand Hotel di Rimini. Mentre lo intervistavo, non riuscivo a staccare lo sguardo dalla sua voglia amaranto sulla fronte. Lady Diana che mi passa accanto con il viso splendente, mentre sale le scale sempre dell’Hotel felliniano. Come anni prima salutai Carlo D’Inghilterra, durante una mostra di Architettura a San Giorgio in Poggiale a Bologna, costruendomi una frasetta in inglese, un inglese emiliano. Lui l’aspirante al trono inglese si fermò e seguì la voce che gli veniva da destra e inquadratomi mi sorrise, aggiungendo con la sua voce calda da basso: “Thank you!”. Passandomi oltre. Un pomeriggio da cani sotto la casa di Romano Prodi, quando era a capo del Governo. L’imperativo era stargli sotto, raccogliere le sue dichiarazioni, qualsiasi esse fossero, anche sul tempo. Ero presente anche quel pomeriggio in cui andò dal barbiere di Piazza Santo Stefano, con i capelli sulla nuca a forma di nido di uccelli, che diventò un tormentone per settimane su Striscia. Dunque, le Agenzie di stampa riportavano che Rutelli, in sintesi, sottolineava che a Roma comandava lui e non Prodi. Il presidente scontroso aveva preferito andare in bicicletta invece di rispondere ai giornalisti presenti davanti all’abitazione di Via Gerusalemme. Da Roma le redazioni pretendevano una risposta, una dichiarazione e il tempo stringeva. Luisa Gallignani dell’Ansa commentava che era troppo incazzato per fargli una domanda così. Guardai i colleghi e proposi di fare il rompighiaccio. “Presidente- gli dissi – avvicinandolo, dopo che la scorta fece un “complice” passo indietro – Abbiamo una domanda da farle, anche se può infastidirla. Lui sornione si fermò appoggiandosi alla bicicletta mezzo sudato: “Sentiamo…Dica mo’!”

“A Roma Rutelli ha sottolineato che a guidare la politica è lui”. Prodi fece il solito sorrisino, poi sottovoce, divertito: “Ma scusi!.. Ma chi deve guidare sono io, non c’è nessun altro! Il capo… sono io!”. L’atmosfera da tragedia greca si sciolse e le domande diventarono cento, mille. L’ultima immagine che mi sale alla memoria, l’uscita dall’ospedale degli infermi di Rimini di Federico Fellini nel 1993. Pur segnato dall’ictus che lo aveva colpito riusciva a parlare. Per trasportarlo in una clinica privata ferrarese per la rieducazione non lo fecero passare per una uscita secondaria,  la barella con il regista uscì da una porta sul grande cortile interno. I portantini dovettero affrontare anche alcuni gradini per raggiungere il marciapiede. Nel frattempo da decine di finestre  i fotografi e i cameramen iniziarono a scattare e riprendere. Da una finestra dell’ammezzato, alle spalle del grande Federico, un fotografo si sporse. Il regista riminese se ne accorse subito e pur sdraiato e sofferente con la sua classica voce, venata di ironia gli disse: “Guarda caro, che l’inquadratura verrebbe meglio… se vai al piano di sopra!”. Un brusio divertito seguì il maestro sino all’ambulanza. Cosa rimane dentro? La gente ha voglia di vivere, ha tanto ottimismo. Anche nel dolore, perché la rabbia è un sintomo di riscossa.

E alla luce di quanto sopra domandato, come vedi, tu, il prossimo futuro di questo nostro malandato mondo?

Cosa devo dirti. Lasciamo stare il giornalismo. È ovvio, siamo in un momento di trapasso. La società mondiale sta cambiando, soprattutto l’Occidente. Possiamo limitare l’immigrazione, ma la nostra società sarà sempre più variegata, forse, più interessante. Sta nascendo un nuovo popolo.

Una tendenza che già gli Stati uniti hanno conosciuto, così come l’Inghilterra. È giusto invocare la democrazia, ma da sempre nel mondo esistono i Caino e gli Abele, è più forte di noi, è connaturato in noi. Le armi della solidarietà e dell’intelligenza e della mediazione  sono le armi che l’Occidente ha costruito in questi secoli.  Speriamo che bastino per attendere che il ruggito del terrorismo diventi solo un miagolio.

Progetti futuri?

Un progetto televisivo che riguarda un metodo scolastico. Si chiama “Scuola senza zaino”. Un docufilm per illustrare un metodo che svincola i bambini dai luoghi comuni della scuola, per un apprendimento  con nuove regole non solo scolastiche. Devo fare ancora qualche sopralluogo, poi si parte.

Grazie, Gianluigi, per avermi concesso quest’intervista. Ciao Amne… ti abbraccio, corro a far fare la pipì a Stella! Saluta quel bel tomo di Maurizio.

(adc)

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