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Giampaolo Spinato e il Metodo dell’Idiota

Giampaolo Spinato (Milano, 3 dicembre 1960) è uno scrittore, drammaturgo e giornalista italiano. Amneris Di Cesare l’ha intervistato per noi.

Domanda di rito: Chi è Giampaolo Spinato? Io?

Perché scrivere? Quando nasce questa passione in te? Non ne ho (più?) alcuna passione: devo, punto.

Come scrivi? Carta e penna, moleskine sempre dietro oppure ipad o iphone, computer? Adopero strumenti normali, quelli più a portata di mano, tastiera, pc, qualche annotazione talvolta, ma i supporti per la scrittura sono solo un accidente e, anche se possono avere parecchia influenza sull’attività (mi è capitato di invitare qualche allievo a smettere di scrivere su supporti tech che opprimevano invece di dispiegare la sua “voce”) non penso che il discorso sugli oggetti che si adoperano esaurisca la questione del “come” si scrive.

Quando scrivi: mattina, pomeriggio, sera, notte inoltrata? Cerco di dare spazio e preservare un ritmo, un “respiro” nella quotidianità e nel tempo, poi qualche volta si contratta con il bisogno di farlo, compatibilmente con il “sentirsi” e “trovarsi”.

Scrivere ti procura gioia o sofferenza? La gamma delle sensazioni può essere molto più vasta, ma la bellezza sta nel cogliere quanto siano false finché non trovano compiuta trasfigurazione in racconto.

Quando scrivi, lo fai navigando a vista oppure pianificando opportunamente tutto prima? Il mio “faro” da sempre è Il Progetto e la Sorpresa, che poi è il nome dei laboratori di scrittura del progetto Bartleby che conduco da più di vent’anni. Si tratta di saper osservare cosa succede fra quello che ho progettato e le risposte della scrittura, per essere pronti ad accogliere quello che accade nei testi. Dopo lo studio pubblicato su New Writing (1) aggiungerei solo un pizzico di Metodo dell’Idiota, che realizza compiutamente lo scambio di cui sopra ed è mutuato da uno che ne sapeva qualcosa, Dostoevskij.

Scrivi metodicamente un po’ tutti i giorni oppure ti lasci trascinare dall’intemperanza dell’ispirazione? Anche se può capitare di esserne sopraffatti, l’“intemperanza” è sempre deleteria. L’“ispirazione”, invece, come suono, parola, stilla ancora rotondità, morbidezze e calore che ben predispongono, peccato però che nel linguaggio comune abbia a tutt’oggi il limite del cliché, dello stereotipo più stantio per via del cascame romantico che la connota. Questa domanda investiga un’altra sfaccettatura del “come” si scrive. Io credo che anche la programmazione o la precipitazione, insomma i presupposti che preparano o apparecchiano il momento della scrittura ne facciano parte integrante e che, dunque, chiedano di essere a loro volta gestiti, compresi, governati. Se dovessi impegnarmi in una posizione più precisa su questo tema, direi che questo mi sembra il tempo del metodo, della ricerca di tutto ciò che permetta di funzionare invece che no, della quotidiana battaglia per sottrarsi allo tsunami che mira a infartuare ogni tipo di relazione, compresa quella col Sé, per renderci disfunzionali.

Dei romanzi scritti, ce n’è uno in particolare che senti più tuo, che ti rappresenta di più rispetto agli altri? No. E li sento tutti, al contempo, “altrui”. L’aggettivo possessivo vive e muore nello storico, quindi non posso evitare di riconoscerli come “miei”. Nello stesso tempo, delle storie che che si possono dire “finite” puoi avere ricordi buoni o cattivi ma ti hanno lasciato alle spalle. Proprio come in amore, solo che qui sono sempre loro a scegliere di incontrarti, attraversarti, lasciarti e andarsene.

Scrivi romanzi ma anche testi teatrali: quale dei due stili prevale in te? Il teatro di solito è frutto di incontri con registi, attori, produttori, ultimamente anche con altri autori, almeno, nella mia vita si è sempre alternato alla letteratura e al romanzo in questo modo.

Che tipo di letture generalmente prediligi? Dipende. Se sono finalizzate a una ricerca in funzione di un progetto che sto portando avanti possono spaziare fra moltissimi generi e ambiti. Nello scorcio di indagine condotta in anni più recenti sui gesti dello scrivere e del leggere (e sulle loro relazioni) mi sono per forza di cose immerso in una massa enciclodepica di antologie critiche e studi a carattere prettamente scientifico.

Scrittore/scrittrice italiana/o preferito/a? Puoi citare due nomi? No, questo gioco preferirei non farlo, passo.

Gli ultimi due anni hanno visto il boom del self-publishing e dell’ebook. Tu stesso ti sei cimentato in un esperimento editoriale di auto-pubblicazione con il tuo ultimo romanzo “La Bambina”. Com’è andata, prima di tutto?

Bene. In assenza totale di promozione e senza sostegno alcuno, fin dal suo annuncio, il libro ha ricevuto centinaia di download in formato ebook e al momento continua a essere richiesto anche in formato cartaceo online e presso il circuito delle librerie. Naturalmente, in tutto ciò hanno avuto e hanno un ruolo importante i precedenti letterari.

Cosa ti ha portato a fare una scelta del genere, visto che hai pubblicato in passato con grandi case editrici quali Mondadori, Fazi e Baldini e Castoldi? L’argomento del romanzo e il desiderio di esprimere con un gesto provvisorio e simbolico un disagio che avverto molto diffuso in tutti i soggetti della catena editoriale, dal lettore all’editor, dall’autore al libraio, etc. L’ho spiegato a suo tempo con l’Annuncio e congedo per un nuovo romanzo in cui preannunciavo l’uscita della Bambina.

I pro e i contro di quest’esperienza? La semplicità e la limpidezza del gesto, così come l’ho inteso e preparato, mi sembrano possano rientrare fra le cose positive. Le controindicazioni, invece, prima che riferibili alla vicenda in sé – e cioè per esempio a come lavora o come ti sei trovato con l’operatore online a cui ti affidi o che so io – mi sembrano strettamente connesse con l’idea stessa di comunità e di rielaborazione dei principi di auctoritas condivisa e credibile, in grado di scegliere, assegnando spazi e ruoli per valori e meriti che, a mio parere, devono in qualche modo tornare a scompaginare con il senso l’ossessione del consenso.

La rifaresti/la rifarai? Mai dire mai, ma è molto improbabile. Anzitutto perché dovrebbero ricorrere tutte le coincidenze che mi hanno indotto a farlo per “La Bambina”. E cioè la particolarità del romanzo, la contingenza editoriale e quella frattura prospettica che negli editor che l’avevano letto tradiva uno smarrimento emblematico dei tempi.

Secondo te l’auto-pubblicazione e il digitale si espanderanno ulteriormente oppure si tratta solo di un fenomeno temporaneo che si esaurirà in breve tempo? Il primo è un fenomeno che sazia un bisogno di riconoscimento diffuso e convivrà con le procedure preesistenti, si spera, rinnovate; al netto delle dinamiche di cui sopra, il digitale, in quanto supporto concepito in termini di facilitazione e agevolazione all’acquisito e alla fruizione, si spera continui ad affiancare con tale funzione i canali e supporti tradizionali, anch’essi riorientati secondo i nuovi scenari.

A cosa sta lavorando adesso? Quali sono i progetti letterari del prossimo futuro? È un progetto che abbraccia più secoli e richiede un po’ di tempo.

Un consiglio a un aspirante autore? Se proprio devi…

1 Giampaolo Spinato. The Project and the Surprise: Invisible, ‘Sensitive Space’ and Meanings in Writing and Reading Stories. New Writing 12, 114-126 (2015).

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Amneris Di Cesare è scrittrice e blogger.

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