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Genesi di un romanzo: Joyce, di Cristiana Pivari

Joyce nasce un pomeriggio d’estate di qualche anno fa, durante un sonnellino pomeridiano. Non era la prima volta che i personaggi dei miei romanzi mi apparivano in sogno, memorabile la vecchina di un racconto che non riuscivo a finire. Una notte, indispettita, si è presentata sul mio palcoscenico onirico ordinandomi di dare un finale decente alla storia che la riguardava. Ordine eseguito al risveglio, avevo alternative?
In quel caso mi arrivò una ragazzina bionda e gracile che mi chiese perché non scrivevo di lei. Ricordo che le dissi che non avrei saputo cosa scrivere e lei mi rispose: scrivi di te.


Eh no, cara, mi risposi da sola al risveglio, basta note autobiografiche nei miei scritti, ché poi va a finire che rimango esordiente a vita. Non si dice forse che siano gli scrittori in erba quelli che ficcano se stessi nei romanzi e così risolvono le loro paturnie, ammorbando i lettori?
Già in Crisalide rosa ricercavo il senso della vita e della felicità attraverso la povera Silvia, in Ne sarà valsa la penna condividevo le paranoie da scrittrice, e infatti non tutti l’hanno capito anche se per me resta comunque un gran bel romanzo (non a caso, è stato pubblicato dopo aver vinto un premio indetto dalla casa editrice).
Ma andiamo avanti.

La ragazzina bionda mi rimane in testa per un po’ e poi svanisce sullo sfondo e la vita continua con altri racconti che non la riguardano. Me ne dimentico pure finché, un giorno, si affaccia alla mia mente un incipit che ritengo bellissimo. Poi non sarà quello definitivo, ma intanto a qualcosa è servito, ed ecco il “la” per parlare di lei.
Mi riprometto di rimanere distaccata il più possibile, parlo di lei e non accenno minimamente a me. Cerco di fare la parte della narratrice neutra e non onnisciente come sempre faccio, e la storia ha inizio.

Come chi scrive sa, quando si inizia qualcosa, seppur con un accenno di trama in testa, i personaggi ai quali hai dato un dito per venire fuori dall’ombra, non si limitano a prenderti il braccio: si impossessano della tua mente e ti portano per sentieri di trame che non avresti mai supposto.
L’importante è non parlare di me, era il mio mantra, stavolta non ci metterò nulla che mi riguardi. Sarò spettatrice dei sentimenti altrui e in questo romanzo di mio ci sarà solo la scrittura che è pure diversa dal solito, per niente ironica, o forse solo un po’ perché ironica lo sono di natura.

Ho chiamato la ragazzina Agnese e intorno a lei ruota tutta la storia. E allora perché il titolo è Joyce? Perché Joyce, che poi è uno pseudonimo, è la chiave di volta del romanzo, il personaggio che amo di più, in assoluto.
Finalmente ho messo la parola fine, l’ho mandato a Ioscrittore e sono arrivata fra i 200 semifinalisti. Non ho vinto e i commenti finali andavano dalla stroncatura totale (molti), al plauso entusiasta (uno).
Preso e rimesso nel cassetto, ma il romanzo spingeva per uscire a farsi dare una bella rinfrescata. Mi sono decisa e l’ho ripreso in mano: faceva acqua da tutte le parti e poi, nel frattempo, il mio modo di scrivere si era evoluto, in meglio o in peggio non lo so, e quindi in certi passaggi non mi riconoscevo più. L’ho dato pure in lettura ad Amneris di Cesare, del cui giudizio mi fido ciecamente; non era ancora rifinito per bene, ma nonostante ciò le è piaciuto.  Ho faticato un po’ a non stravolgerlo del tutto ma, alla fine, ce l’ho fatta ed eccolo qua. Sulle prime volevo auto-pubblicarlo poi, una gentile editora me l’ha chiesto sulla fiducia; aveva già letto gli altri due, ecco che ora esce con Amarganta di Cristina Lattaro.
Non parlare di te, non parlare di te mi ripetevo ed ero convinta di non averlo fatto fino a una settimana fa quando, durante una tappa del percorso di crescita personale che ho intrapreso, ho capito che ci ero ricascata. Non in maniera eclatante, ma sottile e inconscia.
Agnese perde la madre e non versa una lacrima; Cristiana ha perso la madre a cinque anni e non ha mai pianto.
Donatella, madre di Joyce, si sente invisibile agli occhi del mondo; Cristiana ha passato un momento di rifiuto del passare del tempo e si sentiva proprio così.
Tutto qua, non è poco, ai lettori non cambia nulla, ma per me qualcosa sì. Rendersi conto dei propri vuoti emozionali è imprescindibile dalla ricerca della serenità interiore e quindi qualsiasi sia il mezzo va bene.
Agnese mi è arrivata in sogno quando ancora non ero pronta a parlare di lei e, in verità, non ne avevo tutta questa voglia. Poi qualcosa è accaduto ed ecco che il romanzo ha preso forma.
Potrà piacere o meno, non importa, quello che importa è che nessuno potrà dire che è autobiografico, a parte quelli che leggeranno questo scritto, perché le orfanelle fanno parte della letteratura da sempre e chi non vorrebbe fermare il tempo?

OoO

In un paesino del nord, Agnese e Joyce, due adolescenti, si incontrano per caso. Diverse per inclinazioni e educazione, tra loro si instaura un legame empatico che va oltre l’amicizia. La successiva sparizione di Agnese mescola la vita di una miriade di personaggi, innescando un vortice di combinazioni e fatalità, di corsi e ricorsi in un continuo alternarsi tra presente e passato. Mentre Joyce segue la sua pista per ritrovare Agnese, spinta dall’istinto e dall’eccezionale intelligenza, i pezzi di un puzzle complesso si incastrano e si disperdono in una trama in bilico continuo tra il thriller e il giallo, il rosa e il dramma. Sul finire di una calda estate degli anni ’90, Adele, Joyce, Betti, John e il capitano Adami affrontano un viaggio quali moderni Ulisse, recuperando attimi dati per persi, consolidando legami improbabili e, sulle tracce di Agnese, ritroveranno, infine, la parte più vera di se stessi.

Il romanzo esce oggi, 18 ottobre.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

1 Commento

  1. 18 ottobre 2016 at 7:31 — Rispondi

    Allora ho visto giusto, Cristiana!!! E’ “quel” libro! Di cui ancora io non conosco il finale! ALLORA… allora mia cara, mi sa che mi rivolgerò a una “certa gentile editora” per acquistarlo… Perché immagino che con l’editing di Cristina sia diventato un capolavoro, visto che era già bello!
    In bocca al lupo, Amica carissima, e… sempre, sempre viva il lupo! SMACK!
    A.

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