Così è se mi pareRubriche

Federica D’Ascani ha letto “Penombra”, di Gian Luca Lamborizio

Titolo: Penombra. Cinque racconti.
Autore: Gian Luca Lamborizio.
Genere: Noir.
Editore: Eretica.
Pagine: 194.
Prezzo: euro 10,37 (cartaceo, copertina flessibile).

http://www.ibs.it/code/9788899466091/lamborizio-g–luca/penombra.html

“Puzza di muffa, abbandono e sporco. I tre odori si mescolavano e rendevano l’aria pesante, a tratti nauseabonda. Le finestre erano costantemente serrate e così, negli angoli delle stanze, si erano formate macchie scure, di muffa. Dapprima poche macchioline. Poi, a poco a poco, avevano ricoperto gran parte della tappezzeria. Pochi raggi di sole filtravano attraverso le persiane quasi sempre accostate. Ovunque regnava una penombra opprimente. In fondo al corridoio, una porta era socchiusa.”

Penombra. Mi approccio alla lettura senza sapere neanche di cosa si tratti. Per i lettori “compulsivi” come ormai molti amano definirsi questa sembra quasi eresia, eppure io inizio a trovare del buono e del poetico in questa strana forma di approcciarmi al lavoro altrui. Si scoprono tante di quelle cose, nel leggere ciò che ci è completamente estraneo, rincorrendo continuamente l’idea di quello che vorremmo e rimanendo spiazzati da ciò che invece troviamo. Non sempre è un’esperienza buona. In questo caso lo è stato per metà.

Penombra è una raccolta di racconti giallo/noir, dove Lamborizio esprime, credo, tutto ciò che fino a ora ha imparato dalle sue letture, dai suoi studi, mettendo a frutto le numerose idee che gli sono venute man mano. Sembra in agguato la stangata, ne sono cosciente, ma non è proprio così. Quando ho iniziato questo testo, credetemi, ero stupita e anche galvanizzata. La scrittura è coinvolgente, nonostante la carenza di editing, e lo stile è tutt’altro che impacciato. C’è della stoffa, nell’autore, e lo dimostra in ogni risvolto fatto di frasi giuste, tempi esatti, sensazioni e sentimenti resi anche molto bene, in alcuni casi. E dov’è quindi che la mia esperienza positiva si è interrotta?
Con la fine del primo racconto e l’inizio dei successivi.

Sapete, scrivere racconti, nonostante ciò che si pensi, non è affatto semplice. In poche battute si deve riuscire a creare una storia di ampio respiro, darle connotazioni, abbozzarne i soggetti per poi limarli per bene, come uno scultore farebbe con un pezzo di marmo. Come d’altronde lo scrittore fa  con un romanzo o una pièce teatrale. Ma il racconto è un altro pianeta.
Davvero. È arte pura, è qualcosa che o si ha o non si ha. Si può imparare, dosando i tempi tecnici e lavorando sulla trama, certo, ma non è la stessa cosa.  Può accadere che uno scrittore di racconti si cimenti, e riesca, a scrivere romanzi corposi, ma raramente il contrario. È un po’ come il cantante solista in un coro: difficile trovarne uno che riesca a cantare per proprio conto amalgamandosi, nel contempo, al resto del gruppo. Perché ho fatto tutto questo panegirico sul racconto? Perché Gian Luca ha la stoffa di poter fare tanto e bene, senza però riuscire a cucirla a dovere per poterla indossare. I racconti partono benissimo, coinvolgono, ma lasciano troppi punti interrogativi, troppe speranze disattese, interrompendosi bruscamente quasi per pigrizia. Ecco, la sensazione che si ha leggendo “Penombra” è la pigrizia di trovare un gancio per continuare talune storie, per poterle sviluppare meglio. Tutti e cinque i racconti sono abbozzi di trame dal potenziale enorme, specialmente quelli che riguardano il commissario Molteni, e credo sarebbe una scelta intelligente riprenderli uno a uno, elaborandoli con santa pazienza. La mia, quindi, non vuole essere affatto una stroncatura: D’Ascani non stronca mai, ma un invito a lavorare di più, con maggior lena, senza accontentarsi di cinque storie che, così, non brillano per originalità, ma per potenziale. L’idea di voler descrivere la realtà umana, con le fragilità proprie di fraintendimenti pregressi, di traumi infantili, di conseguenze impensabili che spesso superano la fantasia, è davvero una scelta lodevole, ma anche rischiosa perché per un nonnulla si rischia di cadere nella banalità. In “Penombra” di banale non c’è nulla, semplicemente perché non si ha dato modo al lettore di sondare l’idea globale della storia. Insomma, Gian Luca, ti aspetto con il prossimo libro e pretendo stupore come so che sei in grado di regalare. Continua e studia, scrivi, perché hai tutte le carte in regola per riuscire. E ricorda che non tutto ciò che scriviamo deve necessariamente essere destinato alla pubblicazione. Spesso ciò che ticchettiamo sul nostro pc è l’idea che serve a fare in modo che la vera storia sedimenti e maturi. Questo è un due stelle tendente al tre che ha tutta la voglia di trasformarsi in quattro al prossimo appuntamento!

Post precedente

Massimo Fagnoni: autore locale, realtà nazionale

Post successivo

Abbondanza!, di Linnea Nilsson

Gli Amici del Mag

Gli Amici del Mag

Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

1 Commento

  1. macrina
    24 novembre 2015 at 22:55 — Rispondi

    Mi hai incuriosito, Federica. Certo, un giallo che lascia aperti punti interrogativi è un po’ un controsenso. Del racconto penso che possa essere la base da cui partire, ampliandola, per andare verso il romanzo. Soprattutto se appare incompiuto. Grazie per la recensione.

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *