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Fantasmi, sì…, Linda Lercari

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Una storia di fantasmi, di medium e di fidanzati. Chissà come andrà a finire… A proposito: vi piacciono i coleotteri? E gli scarafaggi?

La storia che sto per raccontarvi potrebbe non giungervi mai. Rinchiuso in questa schifosa soffitta attendo che il mio destino si compia. Solo il Cielo sa cosa stia facendo qui, e l’unica risposta che posso darmi è che l’amore fa fare delle cose stupidissime alla gente.
Il tempo non mi manca, o meglio, terminerà solo quando l’inedia mi avrà stremato, ma, sino a quel momento posso dedicarmi in tutta tranquillità alla stesura degli avvenimenti accaduti in questo allucinante fine settimana.

Mi chiamo Richard Norton e sono un modesto contabile nella ben nota azienda dolciaria del paese di XXXX, detesto qualsiasi cosa sia un minimo irrazionale o impulsiva, provo disgusto per qualsiasi forma di superstizione e, nonostante tutto, sono, o meglio, ero, innamorato di Beatrice Wells, mia collega e, sino a poco fa, fidanzata.
Nei miei trentacinque banali – a detta di Bice che ora non può più parlare –  anni di vita ho sempre mantenuto uno stile freddo e distaccato nei confronti del mondo che mi circondava e forse è stato questo a farla innamorare di me.
Lei, così euforica, così esuberante e così condizionata dai miti della magia e delle superstizioni si è, anzi era, invaghita di me tanto diverso dai suoi standard…. E fui perduto.
La sua bellezza e dolcezza furono più forti dell’astio verso i suoi frivoli interessi: abbiamo trascorso insieme quattro piacevoli anni fatti di scorrerie nei castelli abbandonati della contea di YYYY e di ricerche bibliografiche su ogni tipo di evento soprannaturale possibile.
Bice adorava le storie di fantasmi.

Mi ricorderò sempre la luminosità dei suoi occhi quando, venerdì scorso entrò di corsa nel mio ufficio annunciandomi che una sensitiva di sua fiducia aveva avvertito presenze spettrali in una villa abbandonata a qualche miglia della città.
I suoi capelli biondi e scarmigliati, le guance rosse e il respiro affannato mi fecero capire immediatamente che era sovreccitata per la notizia più che stanca per la corsa fatta.
Accettai di accompagnare lei e Madame Rouge – frequentatrice abitudinaria di  casa Wells – in quel luogo così tanto, per loro, interessante. In ogni caso avevo sempre trascorso pomeriggi rilassanti in aperta campagna mentre Bice e quella strega a caccia del denaro degli allocchi frugavano fra la polvere e vecchie assi di legno putrefatto.
Ciò che apprezzavo della mia fidanzata era la precisione con cui annotava ogni fenomeno e ogni ricerca. Portava sempre con sé un taccuino, una sorta di diario, dal quale avrebbe tratto un libro tanto era sicura del successo che avrebbe riscosso.

È su questo libriccino, ultimo ricordo della mia amata, che vergo il resoconto breve, ma esatto, di ciò che ha sconvolto per sempre le nostre esistenze. Credetemi, voi che leggerete, questo non è il vaniloquio di un pazzo, di un esagitato illuso alla ricerca del sovrannaturale, ma la testimonianza di un poveraccio trascinato in un evento sordido più grande di lui.
Preparai la macchina caricandola con varie provviste e la tenda; di solito rientravamo sempre a casa, ma non avrei mai corso il rischio di dover passare la notte all’addiaccio nella brughiera.
Madame Rouge ci fece viaggiare parecchio sulla statale, evidentemente la villa non era poi tanto vicina e questo mi mise di malumore.
Appena arrivati notai la fatiscenza dell’edificio e pregai Bice di non avventurarvisi: ormai stava imbrunendo – la sua cara medium aveva calcolato malissimo i tempi del viaggio ed eravamo giunti troppo tardi – e certamente non avrebbe trovato un granché col “favore delle tenebre” e un paio di torce elettriche.
Le due donne mi dissero che ero un povero stolto, che le apparizioni prediligono il buio e che quello era un luogo ricco di avvenimenti sovrannaturali. Spettri, fantasmi e chissà quant’altro si annidava fra quelle mura sforacchiate e cadenti.
Le seguii: non potevo permettere a Bice di farsi del male, non avrei assicurato nulla, invece, sull’incolumità della veggente.

Notai immediatamente quanto tutta la casa fosse sporca e abbandonata da anni: il terreno sconnesso fra le piastrelle sbreccate e i ciuffi d’erba lasciavano ben poco al ricordo dell’ingresso.
Un grosso scarabeo nero mi attraversò la strada e Bice emise un urletto disgustato. Anche la Rouge la imitò notando, su un muro, un’intera colonia di larve.
Procedendo, mente l’oscurità si faceva più fitta, osservai parecchi ragni grassi e nerastri appesi ai soffitti, ma non scorsi traccia delle ragnatele. La torcia elettrica robusta e di ottima marca che tenevo in pugno mi permetteva di rilevare parecchi particolari schifosi in quella casa miseranda.
Il sofà era invaso da grossi coleotteri marroni e biancastri, mentre nel lavandino della cucina qualche centinaio di scarafaggi neri e lucenti si dibattevano allegramente. Le donne sarebbero quasi svenute se non fosse stato il loro amore per la ricerca paranormale.
I pavimenti erano comunque abbastanza solidi e mi distrassi quindi a contemplare uno stupendo esemplare di “testa di morto”, la falena necrofaga, che si era posata su un polverosissimo paralume: non c’era pericolo che Bice cadesse fra qualche trave marcia e pericolante.
Una grassa mosca mi si posò sulla mano e la schiacciai: insetto schifoso e sporco. Raggiunsi Bice che, con una ramazza trovata in un ripostiglio, stava uccidendo diversi bachi che avevano fatto il nido fra alcuni libri: era interessata a sfogliare quei volumi e quelle bestie le facevano senso.
Mentre era impegnata in quell’attività la Rouge entrò e calpestò con rabbia e disgusto un grosso scarabeo verdastro.
Fu allora che avvertimmo quella specie di pianto.

Ci bloccammo…. Ci guardammo negli occhi: pensai a un bambino che si stava nascondendo da qualche parte, ma da dove poteva provenire visto che eravamo del tutto isolati per chilometri? La mia fidanzata e la veggente sorrisero sperando in una tanto agognata apparizione….
D’un tratto il pianto cessò.
L’orrore esplose.

Dal nulla – ve lo potrei giurare – dal nulla si materializzò un’enorme mantide religiosa che decapitò di netto Madame Rouge  mentre Bice, la mia piccola sognatrice, il mio fiorellino dalla mente contorta, cominciò a dimenarsi convulsamente: si stava rapidissimamente ricoprendo di milioni di zecche e sanguisughe.
Nonostante il panico cercai di toglierle quello schifo di dosso, ma era impossibile: al mio contatto quelle bestiacce diventavano trasparenti, evanescenti, eppure stavano uccidendo fisicamente la mia Bice.
Scorsi un ragno di dimensioni mostruose che stava caricando contro di me, continuai a tener stretta la mia donna ormai rantolante e mi diressi sulle scale.
Con la scopa tentai di colpirlo, ma il legno gli passava attraverso. Una delle zampe gigantesche mi colpì ed io finii a terra.

Fu Bice a salvarmi: con il poco fiato che le rimaneva mentre veniva letteralmente divorata viva urlò una sorta di frase rituale, qualcosa che mi aveva detto tante volte e che, mi aveva assicurato, serviva a tenere a bada gli spettri.
Dopo quell’ultima frase si accasciò a terra e morì.
Ebbi appena il tempo di afferrare il taccuino che era ruzzolato in un angolo – e che conteneva molte formule magiche – e correre a chiudermi in soffitta.
L’incantesimo di Bice mi aveva protetto, e, nonostante non ci avessi mai creduto prima, ebbi il tempo di effettuare una specie d’esorcismo sulla stanza in cui mi trovo ora; ma posso scorgere migliaia di zampette dall’abbaino e sono sicuro che non mi lasceranno mai fuggire via.

Non sono un mago, non sono uno stregone e ho provato parecchie formule ma, fino a ora, senza successo.
Probabilmente se non avessimo ucciso quegli insetti non sarebbe successo nulla, ma non avevamo capito che il luogo era un santuario, un luogo di ritrovo per onorare i morti della propria specie.
Un culto dei defunti che mi sta costando la vita.
Sorrido amaramente e penso, infine, che quell’imbrogliona della Rouge aveva, per una volta, avuto ragione: in questa casa ci sono i fantasmi.
Fantasmi sì, ma non di esseri umani.

 

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Linda Lercari dice di sé: “Sono sempre stata una divoratrice di romanzi, amici fedeli che mi hanno accompagnata nei mille viaggi che una figlia di marinai deve compiere sin da bambina e, giorno dopo giorno, ho acquisito un amore per la scrittura che si è fatto prepotente sino a che, circa a vent’anni, le mani hanno cominciato a fremere di vita propria: era il momento di cominciare.

Ho coltivato la passione senza tralasciare alcun aspetto. Si scrive di ciò che si conosce, perciò, oltre alle vita quotidiana fatta di amarezze e gioie, ho imboccato altre strade e sentieri sconosciuti. L’arte ha molte forme. Mi diletto quale attrice in una compagnia shakeaspeariana rigorosamente in lingua originale, la Next Artists di Viareggio e ho frequentato corsi tenuti da Federico Barsanti del Piccolo Teatro della Versilia – ora Piccolo Teatro Sperimentale; da Cathy Marchand del Leaving Theatre, da Mark Roberts del di New York, e da Rolando Macrini.”

Potete trovare i suoi libri QUI.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
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