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Fai un salto, Federica D’Ascani

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“Una notte, mentre dormi, la terra trema e tu apri gli occhi di scatto sapendo già come andrà a finire.” Federica D’Ascani si immedesima in un padre che, la notte del 24 agosto, si sveglia. Accanto a lui la moglie. Nella stanza accanto i bambini. E la bassotta Luce, ultimo componente di una famiglia come tante. Intorno a loro, una casa che si sta sbriciolando.

Pensi di essere arrivato, di aver finalmente raggiunto quel grado assoluto di soddisfazione e sicurezza che ti permette di continuare a vivere ciò che ti resta, in grazia al buon Dio o quello che è, in maniera tranquilla e senza scossoni. Certo, ci sono i casi, ci sono le problematiche della vita, c’è lo spauracchio del terrorismo e degli avvenimenti classici che l’esistenza su questo mondo comporta, ma tutto sommato ti dai una pacca sulla spalla e ti fai i complimenti da solo.
Perché è giusto, perché in fondo hai lavorato per approdare a una stabilità, e sei fiero di te stesso. Non importa che tu abbia una famiglia tradizionale o allargata, una relazione più o meno complicata, uno o più figli, oppure nessuno. Arriva un momento in cui decidi di guardarti alle spalle e quello che vedi ti lascia un sorriso caldo e indulgente sulle labbra.
Sei arrivato, hai ancora tante salite e discese da fare, ma al giro di boa ci sei arrivato.
Ok, hai toccato quella palla sferica che galleggia in alto mare, emergi col fiato corto e gridi: “Urrà”. Ma il tempo incalza, sai che non puoi fermarti e ti rimbocchi le maniche, asciugandoti il sudore dalla fronte. Via, si riparte.
Ma che succede se la boa tutto a un tratto svanisce? Se la tua esistenza si trasforma in un grande incubo, se chi ti è stato vicino finora arretra, lasciandosi andare alla deriva? Che succede se ti ritrovi a dar bracciate sempre più affannate, proprio ora che credevi di essere a buon punto?

Una notte, mentre dormi, la terra trema e tu apri gli occhi di scatto sapendo già come andrà a finire. O forse no, non lo sai, ma hai paura di averlo capito e rimani paralizzato tra le lenzuola.
Ci sono i tuoi cari a pochi centimetri, le foto in bella mostra sulle mensole, attaccate magari alle pareti di quella casa che hai tirato su con sforzi e sacrifici (o te l’hanno regalata, ma che importa?) e tu rimani inerte ad ascoltare il cuore accelerare di pari passo con quella danza inopportuna. Inaspettata. Spietata.
Oh, tu lo sai che non è la terra che trema, il problema.
Abiti in una zona sismica? La tua casa è messa in sicurezza? Le pareti reggeranno? E gli architrave? Tra una stanza e l’altra c’è un pertugio nel quale chiunque sarebbe in grado di passare per trarti in salvo? E gli altri si saranno svegliati come ti sei svegliato tu?
Tua moglie dorme sempre come un sasso, non fate altro che scherzarci su, ricordi? Quante volte hai ipotizzato di poter anche morire nel sonno senza che lei se ne renda conto?
Cazzo, ci sei in mezzo: lo stai testando! Si sveglierà? Andrà nella camera dei bambini, cercando di non spaventarli? E riuscirete a non pensare al tetto che frana, al pavimento che manca sotto ai piedi? Hai voluto un letto con il contenitore, quindi non ti puoi rifugiare là sotto, e non sai neanche quale sia il muro portante di quella dannata trappola.

Già, perché ora la tua meravigliosa casa è diventata un loculo dove potrebbe essere facile restarci secchi. Buffo, no? Uno fa tanto per  cercare una casa fuori città, magari con un giardino, ché così il cane può stare in libertà senza preoccuparti troppo di portarlo ogni santa sera a spasso, e adesso… Adesso sei immobilizzato a letto, roso da paure e tremolii. Il tempo passa, la terra trema, e tu sei ancora lì.
«Alzati! Alzati!» ti sprona tua moglie. Diamine, allora si è svegliata per davvero! E tu, uomo di poca fede, che pensavi avrebbe continuato a dormire. Lei… Ma tu sei ancora là, paralizzato.
Non ti eri sempre detto di essere una persona lucida, che quando sarebbe arrivato il momento del bisogno avresti agito senza pensare, con freddezza e pragmatismo? E cos’è adesso, che fai? Stai sdraiato su quel materasso madido di sudore, nonostante l’aria frizzante, a cercare il coraggio di alzarti, di provvedere alla tua famiglia.
Quanto sarà passato da quando hai aperto gli occhi? Tre secondi? Quattro? I pensieri a volte riescono a correre più del tempo, più della logica. E tu non sei una persona logica, a matematica e latino hai sempre fatto schifo. Lo sai tu come lo sa tua moglie, ecco perché è lei che ti sta scuotendo, già seduta e con i piedi per terra.
«Dobbiamo scappare! Dobbiamo scendere! Oddio, i bambini!» esclama. Mirna è tutta un’esclamazione, in questo momento, mentre tu senti un urlo penetrante perforarti  i timpani. I ragazzi! Ecco cosa ti dà la forza di alzarti, cosa ti fa uscire dal torpore, cosa placa quel tremore e ti spinge a tirarti su di scatto. La credenza in cucina è caduta a terra, c’è stato un gran boato, ma non vi badi. Il tuo cervello lo sta registrando per te e sai che, al minimo rumore, te lo riproporrà in maniera arbitraria e infingarda, facendoti sussultare come una lepre al primo sparo del cacciatore.
Sempre che tu riesca a uscire da questa fottuta casa, certo.

Dimentichi le ciabatte, dimentichi i calzini, e corri verso la soglia attratto dalle urla dei tuoi bimbi. Entri in collisione con Mirna, che ha avuto il tuo stesso slancio, ma insieme non ci passate, attraverso lo specchio della porta, e ingaggiate una specie di balletto per andare avanti nonostante tutto. Come se lo spazio potesse dilatarsi, come se anche il tempo potesse farlo. E in questa lunga notte già ti sembra di aver vissuto dieci vite e mille lune, quando sono trascorsi appena sei secondi. Strana cosa il tempo, davvero. E tu che non ci avevi mai fatto caso…
Arrivi in cameretta mentre il lampadario si stacca dal soffitto e lanci un’occhiata nel buio, pregando di riuscire a mettere a fuoco la stanza nonostante le ombre. Non siamo gatti, dannazione, e per abituare gli occhi alla luce delle tenebre ci mettiamo sempre un po’. Ma tu adesso non hai il lusso di poter attendere. Devi agire in fretta: necessiti di quel tempo dilatato di cui stai ancora godendo.
Il corpo si ricorda a memoria la posizione esatta del lettino di Sara, le braccia scattano automaticamente in avanti e afferri il suo corpo piccolo e fragile, scosso dalla paura. La stessa che le stai trasmettendo. La stessa che divora tua moglie che, nel frattempo, si sta occupando di Luca. Luca è più grande, ma non così grande.
Per quanto tempo ti chiederai cosa ti ha spinto verso il lettino di Sara anziché il suo? Per quanto ti colpevolizzerai di aver preferito uno dei tuoi figli all’altro?
Certo, sempre se riuscirai a scappare, cazzo!

«Via, via! Sta crollando tutto!» senti. Chi è stato a parlare? Sei stato tu. Che voce strana hai, non avresti mai pensato di raggiungere toni e vibrazioni simili, vero? C’è il terrore nella tua trachea, ma ti rendi conto solo adesso di cosa significa davvero. E con la tua voce arrivano anche tutti gli altri rumori che il tuo cervello ha registrato, ma che tu hai escluso. Volutamente? No, non credi. Eppure è così, porca puttana!
Corri, corri, Mirna è dietro di te e il corpicino di Sara, abbarbicata al tuo collo, ti infonde un calore strano. Il calore della fretta, dell’ansia, dello sgomento. Ma non finisce più di tremare, questa cazzo di Terra? Perché non è la terra semplice che calpesti tutti i santi giorni, quella che si sgranchisce le ossa, ma quella che ti dimentichi di abitare. Hai visto tante di quelle puntate di Focus, da una vita a questa parte, che potresti scrivere un best seller sull’argomento. Come quel programma che facevano su Rai3 anni fa, te lo ricordi? Quello con il geologo che parlava di Gea e del pensiero sempre vivo che dovremmo conservare in relazione alla sua configurazione naturale.
Oh, ma stai diventando troppo scientifico adesso. Le scale sono scomparse e tu ti sei bloccato in cima. Un salto. Sì, bisogna saltare, ma chi ti dà la certezza di farlo davvero? E se ti stessi soltanto lasciando andare alle scosse? Se spiccassi il volo e non riuscissi ad atterrare? C’è la forza di gravità, è vero, ma il terremoto è così… strano, no?

«Salta, Mario, salta cazzo!» ti sprona Mirna dietro di te, una mano sulla spalla, la fretta in gola. E tu abbassi lo sguardo, dai un bacio sulla testolina bionda di Sara e inspiri. Sono passati dieci secondi da quando hai aperto gli occhi, ma già fatichi a ricordare come hai fatto ad alzarti dal letto. Guardi avanti e vedi Luce che ti guarda. La vostra bassotta, così nera da aver voluto creare un ossimoro divertente col nome. E adesso è lei il tuo faro, con i suoi occhioni di miele e l’espressione che ti esorta a saltare.
E salti. Cazzo, salti davvero, a piedi nudi, sui calcinacci, mentre la Terra ancora trema. Non era così alto, dopotutto.
Ti volti, vedi Mirna che si lancia, mano nella mano con il tuo Luca, e ti senti fiero, orgoglioso. Li ami: ami tutti, in maniera indistinta. Tu e Mirna vi guardate, annuite, vi dite “ti amo” senza parlare, poi correte in strada.
Ed è l’Apocalissi. Davvero, letteralmente. C’è fumo, ma non va a fuoco nulla; c’è la luna, ma non si vede. E ci sono urla, la Terra che trema, la paura che ha odore, sapore, consistenza… Mirna ti prende la mano, quella libera, e ti dice all’orecchio, tra le lacrime, che tutto sommato siete usciti di casa. E allora ti volti.
La casa non c’è più. E ti viene da chiedere come cazzo hai fatto a uscire da là, vero? Come hai fatto a non avere un graffio? Se vedessi quel rudere per la prima volta e qualcuno ti dicesse che era una casa, anche bella, ti faresti una risata niente male. Ti faresti…

«Quanto è durato? È finito?» ti chiede tua moglie. Sì, sembra di sì. Per quanto è andato avanti, però, non lo sai, anche se le orecchie ti ronzano, la maglia è fradicia di sudore e Sara ancora è stretta in maniera convulsa al tuo collo. E Luca? Luca c’è, è accanto a te, sempre mano nella mano con sua madre. È bianco come un cencio, e non solo perché è pallido, ma perché è coperto di calcinacci neanche fosse stato a lavorare in un forno, perdio! Senti la coda di Luce sfiorarti il polpaccio. Sì, tutti salvi: siete tutti salvi.
Non vuoi sentire niente, non vuoi guardare nessuno, ma una voce ti dice che devi farlo, e allora alzi gli occhi arrossati e vedi che c’è bisogno di te. Bambini da salvare, cani che guaiscono, gatti che miagolano, adulti che piangono, vecchi che gridano… C’è bisogno di te.

C’è stato il terremoto, è durato una manciata di secondi, ma la vera sfida inizia adesso.
E hai imparato che il tempo può dilatarsi per davvero, che non è solo una cosa che si è inventato il professor Zapotec. Perché un secondo può durare una notte, e  una notte può scandire l’intera vita che ti resta da vivere. Perché tu ce l’hai ancora, una vita da vivere. E piangi. È adesso che piangi. Perché a guardarti intorno ti accorgi che non tutti hanno quello che hai tu, non tutti hanno toccato la boa, c’è chi neanche ha iniziato a nuotare, in quel cazzo di mare.
Metti giù Sara, dai una carezza a Luca e un bacio sulle labbra tremanti di Mirna. È ore di andare, è ora di vivere anche per gli altri, è ora della colpa e delle lacrime, del sudore e della forza. E del silenzio roboante di qualcosa che c’è, ma che non si vede.

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Federica D’Ascani nasce come scrittrice di genere horror, diventa narratrice di romance contemporanei per Rizzoli, passando per sceneggiature di fumetti – con sua somma soddisfazione – fino ad approdare al pianeta self nel ruolo di narratore LGBT. C.K.Harp è il suo nome de plume, ed è felice così.

Potete trovare i suoi romanzi QUI.

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2 Commenti

  1. 27 settembre 2016 at 9:29 — Rispondi

    Mi hai fatto venire i brividi, Federica.
    E questa volta l’orrore e la paura sono veri.
    Brava.

    • Federica D'Ascani
      27 settembre 2016 at 9:36 — Rispondi

      Grazie di cuore, Viv. Spero davvero serva a qualcosa! <3

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