I miei occhi sui libriPensieri sparsi

Esci le mani dalle tasche!, di Simona Liubicich

Mercoledì scorso, con Babette abbiamo lungamente discusso di linguaggio applicato alla scrittura.

Come esprimersi quando si scrive un’opera? È bene mantenersi su un piano bilanciato dal punto di vista lessicale oppure osare gerghi e parole dialettali, anche un po’ sgrammaticati, se vogliamo dirla tutta?

Ne è uscita una bella conversazione, equilibrata e, grazie al cielo, senza scannamenti.

Innanzitutto ci tengo a chiarire una cosa importante: in molti confondono gergo con dialetto e qui dobbiamo fare una distinzione. Il primo ha addirittura un’etimologia francese – da jergon (linguaggio degli uccelli… senza malizia) – ed è una lingua che di solito è usata da particolari gruppi che non desiderano essere capiti dal resto di una comunità, quindi un linguaggio volutamente artificioso datato addirittura dal Medioevo quando Antonio Broccardo aveva compilato il gergo del tempo con parole come fortoso che indicava l’aceto o ruspante (ancora usato oggi) il pollo.

Il dialetto, invece, è un linguaggio tipico di un determinato ambito culturale e geografico, cosa ben diversa dal gergo e possiamo definirlo una lingua indigena. Deriva dal latino dialectus, modo di parlare locale.

Durante la chiacchierata, durata addirittura più di una giornata, abbiamo raccolto decine e decine di commenti e opinioni diverse tra loro, tutte degne di rispetto e ugualmente corrette.

Il titolo che ho voluto usare per questo articolo esplica palesemente ciò di cui si parla: come usare determinate espressioni e soprattutto, decidere di volerle usare o meno per arrivare al lettore.

Un esempio classico è il commissario Montalbano di Camilleri: quante di noi, oltre ad aver visto la fiction televisiva, ha letto i libri del grande autore e quante volte ci è capitato di incappare in parole per le quali aggrottavamo le sopracciglia chiedendoci: che vuol dire?

L’autore, che io considero un grande della scrittura italiana, usa volutamente il dialetto e dalla nostra conversazione è uscito che non tutte le lettrici gradiscono quest’uso.

Laura Schiavini, ad esempio cita: io avrei messo “fai scendere il cane”, che non cambiava nulla nella scena proletaria che risulta comunque efficace. Si tratta di elaborazione del linguaggio restituito in maniera corretta pur restando nel contesto. Opinione personale. Io detesto i dialetti nei testi da qualsiasi regione provengano. Per questo non ho letto Camilleri e mi dispiace.

Simona Liubicich (it’s me!) invece è d’accordo con l’uso del dialetto: il linguaggio dovrebbe essere sempre legato al tipo di scrittura che si sta trattando. È ovvio che in uno storico non sarebbe possibile usare una terminologia moderna perché si cadrebbe nel ridicolo, la stessa cosa vale al contrario: un chick-lit ha bisogno di un parlato moderno, leggero e adatto alla situazione. In ogni caso credo valga anche il modo di scrivere dell’autore. C’è chi ama usare un linguaggio più “poetico”, se così vogliamo definirlo e chi invece preferisce le cose semplici, senza fronzoli. No alle cadute dialettali a meno che non si stia trattando un argomento particolare. I dialetti rischiano di non essere capiti da chi non appartiene alla regione d’origine e di essere anche fuori luogo nel contesto della trama, se non si ha bene in mente cosa si vuol far passare al lettore. Per quanto mi riguarda, scrivendo storico, devo adattarmi a una scrittura più “antica” e con terminologie adatte all’epoca. “Esci le mani dalle tasche” lo approvo solo se si sta scrivendo un romanzo moderno e trattando argomenti particolari…

Le opinioni personali si susseguono in un clima molto rilassato e ricco d’input, piccole perle che servono a tutte, in ogni caso, anche se c’è chi, volendo aiutare si è ritrovato insultato (non ce ne stupiamo più) come Flavia Fanelia: Giovanna (si rivolge a Giovanna Barbieri)… mi viene da ridere perché una volta su Wattpad ho discusso con una ragazza cui avevo suggerito che esci la bacchetta dalla tasca… come dire, poteva non essere una forma corretta. Ci sono andata leggera, così, tanto per me. Mi ha coperta di insulti!

Denise Masen, ad esempio non trova del tutto errato usare espressioni dialettali: non piace neanche a me leggere frasi in dialetto o espressioni dialettali… Però non lo reputo un errore, ecco…

Sempre la rompi… Simona Liubicich insiste restando dell’idea che la scrittura come il linguaggio sia in costante evoluzione e che determinate espressioni, poste nel giusto contesto, possano starci. Ovviamente, devono essere perfettamente “piazzate”. Ricordiamoci anche che i ragazzi usano lo slang e non sempre gradiscono la lettura troppo forbita. Mia figlia, ad esempio – una ragazza che legge di tutto – dice che alcuni libri l’annoiano proprio per il tipo di linguaggio troppo aulico, quindi poco credibile.

Una cosa davvero importante è che l’autore, se usa termini dialettali, deve sempre considerare che non tutti i lettori potranno comprenderli, perché di dialetti in Italia ce ne sono davvero tanti e se non si è nativi dello stesso posto, be’, capirli diventa complicato. Dovrà quindi specificare, tradurre in qualche modo ciò che vuole trasmettere al lettore.

Amarilli Settantatre Moro ribadisce l’amore per un linguaggio ricco di sfumature, soprattutto per un buon uso di aggettivi e sinonimi. Non le piacciono le frasi dialettali -dice- specie quando un autore o autrice parte dal presupposto che tutti conoscano il suo dialetto, e non traduce…

Giovanna Barbieri incalza: ho corretto una serie di gialli molto carini, scritti in dialetto toscano, ambientati nel 1900 circa e senza quei dialoghi in dialetto (sono molto comprensibili), i romanzi non sarebbero stati altrettanto belli. Detto questo, però, di solito preferisco un buon uso della lingua italiana con similitudini, aggettivi, verbi azzeccati, pochi avverbi.

Dello stesso parere – bilanciare linguaggio corretto con dialetto – è Luciana Ortu: l’accuratezza non fa rima con pesantezza. Se il dialetto è ben scritto e scorrevole, è molto meglio di un linguaggio sciatto e piatto. Qualcosa in dialetto ci sta, insomma, purché sia conforme al personaggio e usato con giudizio (ovviamente il lettore va messo in condizione di capire il significato).

Laura Gay si schiera: secondo me dipende dal contesto e da quello che è lo stile dell’autore. L’importante è che il testo non risulti incomprensibile o troppo pesante e che non sia anacronistico. Personalmente preferisco un linguaggio semplice, immediato, che arrivi a tutti i lettori senza dover mettere mano al vocabolario.   Nei dialoghi potrebbero essere ammesse anche forme dialettali, a seconda dell’estrazione sociale del personaggio, della sua provenienza, ecc. Sempre purché sia di facile comprensione. Ho letto un racconto molto bello in cui alcuni personaggi si lasciavano andare a espressioni tipiche del loro dialetto e questo l’ha reso molto più credibile, più vero.

Ci sono lettrici che fanno esempi molto accurati citando i grandi classici della letteratura, come Pat Rizio: Calvino e Hemingway sono diventati dei grandi non per il lessico ricco (che appunto, molto spesso Hemingway chiamava “escrementi della prosa”), ma perché usavano le parole al posto giusto. Molti altri, invece, puntavano sulla ricchezza, ma lo facevano bene, in maniera semplice, ma non semplicistica. È la forzatura che crea disarmonia. Se scrivi un racconto fantasy medioevale con un linguaggio troppo sbarazzino, chiaramente farà schifo, ma non è il linguaggio sbarazzino a fare schifo in sé, ma l’effetto che crea con il contesto dove viene messo. Nel “Trono di spade” l’uso delle parolacce è forzato, per esempio, e si percepisce perché si vede il calcare la mano sul fatto che tutti per forza devono dire la ca***ta a effetto che scandalizza o fa sghignazzare; non lo sarebbe in altri contesti.

Sara Purpura concorda (in parte) con le molte altre che sostengono il dialetto: dipende dal tipo di storia che stiamo leggendo o scrivendo. Ho lavorato tanto per eliminare alcuni manierismi dal mio stile e non amo leggerli.
Per un romanzo contemporaneo, mi piace un linguaggio moderno, ma corretto. Spetta all’autore veicolare l’intento nella giusta direzione. Trovare il modo di usare un linguaggio più attuale, senza tralasciare il suo corretto uso grammaticale.

Bello l’intervento di Sagara Lux: il linguaggio è una forma di comunicazione e come tale dovrebbe essere sempre comprensibile a chi legge. Capisco l’adeguare i termini e il registro al contesto della storia, ma personalmente non sopporto le espressioni gergali, le frasi in lingua estera non tradotte e troppe parole ricercate.
La cosa buffa è che quando parlo uso spesso termini particolari, qualche volta qualcuno mi ha anche chiesto cosa significano perché non lo sapeva… Per la scrittura tento di ridurre al minimo l’uso dei termini poco conosciuti e delle parolacce, anche quando il personaggio lo richiederebbe.
Per tratteggiare un buzzurro tatuato che parla in prima persona non serve infarcire il testo di una parolaccia ogni dieci righe: basta usare l’espressione giusta al momento giusto  😊

Marilena Boccola ama una scrittura abbastanza ricercata, ma non pesante, ricca di sinonimi, con un linguaggio credibile che eventualmente faccia ricorso anche a espressioni gergali, soprattutto se si tratta di un romanzo ambientato ai giorni nostri.

Lucia Guglielminetti sostiene il linguaggio realistico. Un dialogo che non rispetti questa regola mi butta immediatamente fuori dalla storia e non c’è più verso di farmici rientrare, quindi quando scrivo sto molto attenta. Per poco realistico intendo un “pistolone” assurdo mentre uno sta per morire, per dire, o roboanti dichiarazioni d’amore da parte di uno con la sensibilità di uno zerbino. Dialoghi a parte, dipende tutto dal contesto, dal tempo in cui è ambientato il racconto e da mille altri fattori. In generale sono una di quelle che si cullano nella bellezza delle frasi, anche delle singole parole. Mi capita di sottolineare alcuni periodi per la scelta meravigliosa che è stata fatta in quel momento. Le parole sono gemme. Non amo il linguaggio troppo pomposo quando non serve, così come quello troppo colloquiale. Insomma, amo l’equilibrio, la giusta misura, e anche la semplicità, i periodi brevi e fulminanti. Per questo adoro Stephen King, ma apprezzo anche – a piccole dosi – Anne Rice con le sue frasi barocche.
Io? Mi piace pensare di essere una buona incantatrice di parole. Le chiamo e loro arrivano senza eccessiva difficoltà. È raro che mi fermi perché “non mi viene la parola”. Devo essere molto, molto stanca. E ho la presunzione di pensare che i miei dialoghi siano efficaci, ma non lo dico troppo forte se no sembra che mi stia dando delle arie.

Lidia Calvano viaggia un po’ sul mio stesso binario: dipende dall’autore, dipende dal genere, dipende dall’ambientazione.
Tutto giusto. Ma dipende pure da un’altra variabile importantissima e troppo spesso sottovalutata: il target di lettori a cui ci si rivolge, che non sempre si sovrappone al genere trattato. La scelta del linguaggio adoperato, tuttavia, avrà conseguenze enormi sulla rispondenza o meno del pubblico che abbiamo immaginato per la nostra opera. Un lettore molto colto ed esigente sarà invogliato da un lessico sofisticato e ricco; un lettore alla ricerca di evasione pura si rivolgerà a un testo semplice e scorrevole, con molti dialoghi e azione, e un linguaggio a presa immediata, adiacente al parlato quotidiano. Una modalità può essere attrattiva per una categoria di persone e respingente per le altre, indipendentemente dal genere trattato.
Dunque, ancora una volta, prima di prendere la penna in mano, domandiamoci non solo quale storia vogliamo narrare, ma chi vogliamo che la legga.

La “proffa” Maria Masella ci regala una perla genovese (zeneize): la scelta del linguaggio dipende molto dalla storia (in un romance storico non scrivo come in un noir), dalla personalità dell’autore (la mia scrittura è sempre “poco aulica”). L’uso del dialetto? Qualche parola, sia nei romance storici sia nei noir.
Frasi “non corrette”? Se funzionali alla storia, per esempio in un dialogo. Parole ripetute? Sì, spesso parlando si riprendono le ultime parole dell’altro interlocutore.

In attesa che arrivi il prossimo noir, vi do una piccola “lezione” di lingua genovese. Troverete
sćiupun de futta.
Che cosa vuol dire? È quell’attimo in cui collera, irritazione, anche delusione, montano pronte a scoppiare; pensate a una pentola sul fuoco, il coperchio si alza perché il latte sta bollendo.
Rapido, forte, di breve durata.
Per sčiupun de futta si può anche mollare un pugno.
Lascia l’amaro in bocca.

Mariangela The Queen Camocardi ci parla di linguaggio adattato all’opera: il linguaggio dovrebbe già da sé dare un’idea dell’epoca. Almeno, è quello che cerco di fare io con le mie storie. Per esempio, in epoca napoleonica post rivoluzione francese il tu era d’obbligo. Negli anni del fascismo era imperativo il voi anziché il lei. In genere nelle classi elevate nei secoli scorsi si usava il voi praticamente sempre, anche nell’intimità. Era normale che fossero così formali. Senza esagerare, nei romanzi che ho scritto i personaggi si parlano come immagino colloquiassero negli anni in cui si svolge la trama. Personalmente faccio anche una ricerca sui nomi in voga nel Settecento, o nell’Ottocento. Insomma, un testo deve aderire alla realtà del tempo che fu.

Ho trovato molto efficace e d’effetto l’intervento di Laura Costantini: la lingua italiana è una lingua ricchissima. Ho appena intervistato uno scrittore che mi ha mostrato una rubrica sulla quale, divisi per argomenti, appunta vocaboli e frasi interessanti che pesca nei libri (moltissimi) che legge. “Sai, mi ha detto, è per non usare sempre le stesse parole”. Arricchire il vocabolario è arricchire il proprio pensiero. Io adoro imparare parole nuove. E usarle. E ritengo una dimostrazione di rispetto e di fiducia nei confronti del lettore crederlo perfettamente in grado di aprire un vocabolario (sul Kindle basta un click) e di scoprire qualcosa di nuovo. È come quando si usa il navigatore per trovare una strada. Io faccio in modo che la prossima volta non mi sia necessario farmi guidare da uno strumento elettronico. Memorizzo la strada. Detto questo, mi allineo a tutti coloro che hanno fatto dei distinguo sul genere. In un romanzo contemporaneo la contaminazione con la lingua parlata ha un motivo d’essere e una sua necessità, anche per adattare i registri alle ambientazioni (periferia, quartieri alti, fabbrica, studio notarile etc.). In un romanzo storico ho la pretesa di adattare la lingua e le espressioni all’epoca prescelta. Ritengo che il più grande complimento che mi sia stato fatto da alcuni lettori del “Ragazzo ombra” sia “Ho dovuto usare il dizionario per capire alcune parole”. Forse un editore non ne sarebbe contento, ma io sì. Abbiamo a disposizione decine di migliaia di parole bellissime. Usiamole!

Altri interventi interessanti sono di Marco Canella: io preferisco una “lingua più quotidiana”, ovviamente senza cadere nel tranello di italianizzare termini dialettali (mi è capitato spesso, ahimè, di farlo).
Lo preferisco da scrittore, perché -lo ammetto- non sono in grado di scrivere in modo forbito e con termini ricercati; lo preferisco da lettore perché la lettura mi risulta più semplice, dal momento che non devo soffermarmi troppo a lungo su termini di cui non conosco il significato. Il che mi spezzerebbe il ritmo.
Badate bene, però, che scrivere in modo non forbito non significa scrivere in modo scorretto; anche se si utilizza una “lingua più quotidiana” si deve curare lo stile e, soprattutto, la grammatica. Questo per dire che, a prescindere dalla scelta, non ci si può improvvisare scrittori né in un caso né nell’altro.

Anche Raffaella R. Poggi (Velonero) dice la sua: come lettrice apprezzo la coerenza del linguaggio usato con il periodo storico in cui è ambientato il romanzo. Cerco di attenermi a questo anche quando scrivo, anche se nello storico uso un linguaggio maggiormente legato al periodo nei dialoghi e più moderno nella narrazione. Nei contemporanei in terza persona, invece, cerco di essere più attenta alla prosa nel narrato e più libera e sciolta nei dialoghi per avvicinarli al parlato.

Amneris Di Cesare: linguaggio alto, forbito o colloquiale senza la caduta del dialettale?
Ehm…
La mia “Zannuta” in “Nient’altro che amare” parla calabrese stretto. La mia Nivea invece parla portoghese brasiliano…
Ma tutti i miei personaggi hanno una voce e un linguaggio che li inquadra direttamente nell’epoca e nei luoghi dove vivono. Nel mio inedito – ancora in cerca di editore – le voci e il linguaggio di una madre di quasi quarant’anni e quella del figlio di diciassette si contrappongono.
Quindi sì, per me “sciallah” piuttosto che aulico e forbito là dove serve e dove è necessario.

Concludo gli interventi con LEI, la nostra mitica, quella che CE FA RIDE, che ha sempre la battuta pronta… Di chi parlo?

Ma di… – squilli di trombe e rulli di tamburi – Federica D’Ascani.

Shalla, bello. (young adult)
Statte carmo, ciccio. (romanzo criminale style)
Non farti prendere dall’ANSIAH, caro. (simil fine ‘800 con virtuosismo)
Take it easy, bro. (Bronx style… young adult, of course)
Si sta innervosendo anche troppo, non crede? (Clark Kent style)
Ao, ma datte na carmata, ni. (Il fu Natale in casa D’Ascani)
Un defibrillatore, presto! (teatrale, ma d’effetto. Adatto a qualsiasi occasione)
Esci st’adrenalina che.. (no, mi spiace, non ce la posso fare…)

Ecco, a seconda di dove sei, con chi sei, cosa sei: scegli la formula adatta, ma sceglila.

Insomma, care lettrici e scrittrici, io sono dell’idea che il nostro bisogno di comunicare sia incastrato da sempre dentro di noi, alla continua ricerca di contatti più adatti all’epoca.

Alessandro Manzoni di questo si fece portavoce, asserendo che l’esperienza napoleonica insegna che gli Stati possono nascere e morire nel giro di poco tempo poiché sono stati fondati con le armi, ma che le nazioni, formate da popoli consapevoli di sé e delle loro potenzialità, non posson svanire nel nulla. Giacché la lingua e la cultura, malgrado chi la consideri incapace di dare il pane, è molto più potente dei fucili e dei cannoni, e alla lunga avrà ragione di essi.

Come tutte le cose, anche la lingua si veste di forme diverse, vuole crescere, evolversi, cambiare così come cambiamo noi nel tempo e nello spazio. Ben venga allora, secondo il mio modesto parere, una graffiata dialettale nello scritto, senza mai spostarsi però da quelle che sono le regole di un’opera seria.

Concludo con una rima poetica di Gian Battista Marino che esprime quelli che già allora avrebbero potuto rappresentare nuove svolte: è del poeta il fin la maraviglia, / parlo dell’eccellente, non del goffo: / chi non sa far stupir vada alla striglia.

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Eccomi qui, come il prezzemolo sempre in mezzo!
Chi sono? Una pazza che passa la giornata a rincorrere la figlia tra lezioni di danza, stage, concorsi e nel tempo che le rimane, dopo aver sistemato tutto il resto (come Cenerentola, però senza il culo di essere principessa)... scrive!

3 Commenti

  1. Iaia
    17 novembre 2017 at 7:36 — Rispondi

    Articolo molto interessante. Sono una lettrice e spesso mi è capitato di leggere frasi che non mi sono piaciute. Quelle che mi danno fastidio sono le “traduzioni” o “italianizzazioni” dei dialetti. Non mi disturba per niente l’espressione dialettale, anzi, io adoro i dialetti, ma bisogna scriverla così com’è (con una traduzione in fondo pagina per far capire cosa significa). Molto spesso il dialetto dà, in un paio di parole, l’essenza di quel che si vuol dire, cosa che alla lingua italiana non sempre riesce perché necessita di una frase più lunga. Faccio un esempio: in napoletano la parola “schizzichea” vuol dire che pioviggina, ma non è proprio un piovigginare, è quella pioggia sottile che viene giù e che a tratti dà l’impressione che non piova, ma invece le gocce ci sono, ancora più sottili. Quindi questa espressione, come tante altre in tutto il territorio, danno un sapore fantastico. Ecco perché se si usano parole dialettali e hanno una spiegazione particolare e specifica dovrebbero avere una collocazione per informare il lettore del loro significato. Ho letto alcuni libri di Camilleri e proprio le frasi, se non ricordo male, scritte in corsivo, mi sono piaciute moltissimo. Però leggere “lo scatolo”, “esci le mani” mi fanno venire i brividi. Il dialetto è sacro, ma italianizzare certi modi di dire mi disturbano enormemente.

  2. Lidia Calvano
    17 novembre 2017 at 8:08 — Rispondi

    Grazie del ricchissimo articolo, Simona, e della citazione che mi onora! <3

  3. Laura Schiavini
    17 novembre 2017 at 18:54 — Rispondi

    Bellissimo articolo Simona! Grazie per avermi citata e per aver raccolto i pareri delle colleghe. Confrontarsi è sempre utile e positivo. Sono d’accordo che bisognerebbe segnalare la parola o la frase in dialetto col corsivo e magari con la traduzione.Ne gioverebbero sia la lettura sia la divulgazione. Hai visto mai che un lettore giovane non pensi: ma allora è giusto dire: “esci il cane”. Mi è piaciuto molto l’intervento di Mariangela, quando cita quello scrittore che si appunta le parole che trova nei libri, per non usare sempre gli stessi termini. Dovrei farlo anch’io – spesso annaspo alla ricerca di quella giusta – ma sono troppo disorganizzata. Quanto al significato delle parole, a volte mi capita di usare il dizionario di kobo, che immancabilmente mi dice: termine non trovato, usa un altro dizionario. Forse il kindle è migliore in questo senso.

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