La Belle ÉpoqueRubriche

Émilienne d’Alençon

 

Tra le donne che stregarono la Belle Époque

Il 18 luglio 1869, in una Parigi ancora più brillante e animata sotto il caldo sole estivo, viene alla luce una neonata bellissima. Nata come Emilia André, la d’Alençon fa il suo ingresso nel mondo e i genitori, un bidello e una portinaia che abitano in Rue des Martiri,  non immaginano che la loro figlia assurgerà agli onori delle cronache mondane, acclamata e corteggiata dagli esponenti della nobiltà e della ricca borghesia.

Incantevole e soprattutto spregiudicata oltre ogni limite, con le altrettanto famose  Otero e  de Pougy, Émilienne si aggiudica  infatti il podio della celebrità e diventa tra le  protagoniste in assoluto più ricercate e osannate di uno scorcio di secolo in cui l’umanità impazza tra divertimenti, avventure amorose, invenzioni che stanno rivoluzionando la tecnologia e l’industria, il progresso e la corrente impressionistica di artisti come Degas, Monet, Toulouse- Lautrec, Picasso, Boldini, Van Gogh e molti altri esimi pittori loro contemporanei. Ovviamente Émilienne non si distingue soltanto come personaggio degli spettacoli che gli uomini, con rare eccezioni, corrono ad applaudire. Lei è una delle Grand Trois che ammaliano la capitale francese e l’Europa intera nel periodo più scatenato della Belle Epoque.

46eda3fed6c47e53fe15e9baad277b73Più che ballerina, fa la cortigiana di lusso pagata a caro prezzo da chi vuole ottenere i favori e la disponibilità sessuale di lei. Duchi, principi, banchieri e affaristi depongono ai piedi di Émilienne i propri patrimoni, incuranti di rovinarsi, pur di averla una sola notte. Va detto che, come la Otero e la de Pougy, simili trionfi al femminile rappresentano indubbiamente la rivincita   delle donne sullo strapotere maschile imperante, benché, come le altre due, Émilienne sia reduce da un’infanzia di privazioni. Insofferente alle regole e alla disciplina, mal sopportando le ristrettezze cui è soggetta, evade dalla mediocrità quotidiana e a soli 15 anni prende il largo con un violinista zingaro. Insegue la notorietà e la ricchezza, consapevole che nella Parigi di quel tempo non è affatto difficile arraffare entrambe, con un po’ di audacia e di spirito di iniziativa.

Sarebbe stata una certa Laura Chiffreville, prostituta, a ribattezzare la nostra eroina come Émilienne d’Alençon. Si racconta che a costei bastò una sola occhiata alla sensuale fanciulla per predirle una sfolgorante carriera. Non è dato sapere se si riferisse al giro delle demi-mondane o a quello delle sciantose. Émilienne  fa comunque un regolare debutto al Cirque d’été nel 1889 prima di apparire al Casino de Paris, al Menus-Plaisirs, alle Folies Bergère, alla Scala di Parigi e al Théâtre des Variétés. Si mette in mostra in spettacoli quali Boulevards di Parigi, Vénus d’Arles, La Belle et la Bête. Si esibisce senza problemi in un balletto in cui ha come partner un serpente, ma danza anche nel balletto The Red a Londra, acclamata a gran voce dagli spettatori che assistono incantati a quel tipo di serate.

Combattiva, calcolatrice, priva di inutili pudori, corruttrice senza scrupoli, la d’Alençon è destinata a primeggiare sulla spietata concorrenza con la sua avvenenza al di sopra dei soliti cliché. E sa presentarsi come nessun’altra: fuma con disinvoltura sigarette che infila  in lunghi bocchini dalla fattura esotica, si veste con estremo gusto e ai piedi calza morbidi stivaletti di vitello, adeguati agli inchini degli ammiratori che sgomitano per renderle il dovuto omaggio: pittori, ministri, intellettuali, poeti, banchieri, nobili, musicisti e arricchiti signori i quali, mentre attendono pazienti il loro turno per accedere alla sua alcova, fanno a gara nel ricoprirla di costosi regali. Émilienne diventa una habitué dei salotti più a la page, delle sfarzose dimore dell’aristocrazia, dei palazzi lussuosi dei capitalisti. Non ha neppure  remore a entrare nelle taverne di infimo ordine che pullulano di artisti all’avanguardia squattrinati e affamati di gloria, oltre che ubriachi di assenzio. Sono locali che fanno tendenza e moda e lei è la musa preferita di parecchi di loro, offrendosi in modo equanime sia all’elite che alla feccia. È orgogliosa di essere così contesa, preda ambita delle brame maschili, che si tratti di corteggiatori di sangue blu o di avanzi di galera. La città è gremita di femmine sfrontate e procaci disposte  a tutto per agganciare l’attenzione delle persone che più contano nell’alta  società: lei non ne teme nessuna, consapevole di brillare di luce propria e determinata a tagliare i traguardi che ha sognato nel suo scomodo lettuccio della portineria. i

402_001“Dormi con un borghese e sei una puttana, dormi con un re e sei una favorita” dice alle amiche con cui passeggia nei boulevard, facendo ruotare il parasole bordato di merletti. Per Émilienne l’eleganza non ha misteri e sfoggia con classe i cappelli di Coco Chanel, sfruttando con abilità il ruolo di demi-mondane in rigogliosa espansione. Vive nel momento più adatto a fare ciò che fa: la libertà dei costumi che contraddistingue la Belle Epoque le consente di trarre ogni vantaggio possibile dall’uso strategico del suo corpo. Il sesso, d’altronde, è l’unica forma di indipendenza per chi non ha un pedigree di appartenenza a un rango sociale elevato, e a lei non servono eccessivi sforzi per piazzarsi non ai margini, bensì al centro della casta più privilegiata, costringendo coloro che  ne fanno parte ad accettare una che in definitiva è una paria. Da quando ha iniziato a comprendere che al mondo i ricconi sono al di qua delle barricate e i miserabili dall’altra,  ha voluto sino allo sfinimento accedere a quegli  ambienti chiusi e raffinati,  preclusi a chi è di povera estrazione come lei. Ha invidiato da morire le sue coetanee più fortunate e i loro abiti tutta seta, fiocchi e trine che non poteva permettersi. Emergere è dunque una priorità imprescindibile e sa esattamente quali sono i gradini che deve salire: da un pezzo ha davanti agli occhi la sostanziale differenza che corre tra le disgraziate che si vendono sui marciapiede, e una donna capace di farsi desiderare da principi, duchi e conti.

Paga una insegnante perché le impartisca lezioni di comportamento idonei a correggere i modi a volte un po’ grossolani che le vengono naturali, e che possono tradire le sue umili origini. Imposta altresì la sua esistenza non sullo scarso talento artistico, bensì sul raggiro del prossimo perpetrato con le maniere chic delle dame altolocate che sfilano altezzose a Longchamp, nonché sulla seduzione.

Riesce a entrare al Conservatorio di Parigi con l’aspirazione di fare l’attrice, ma l’attitudine alla recitazione è scarsa. Naturalmente bazzica i luoghi del demi-monde: Maxim, il Bois de Boulogne, i locali notturni più in voga. Tra il 1889 e il 1892 è la cortigiana più in vista di Parigi, grazie alla relazione con il giovane duca di Uzès, Jacques, talmente innamorato di Émilienne da decidere di sposarla. Jaques viene spedito in Congo dalla sua famiglia, che si oppone ferocemente a tale mésalliance. Forse è a causa del mal d’amore che l’erede al prestigioso casato degli Uzès muore prematuramente nel 1893, senza alcun rimpianto della d’Alençon.

ALENÇON,_Emilienne_d'_SIP__845-10__Variétés__Photo_ReutlingerLei anzi consolida la sua nomea di seduttrice irresistibile conquistando il re del Belgio Leopoldo II, il principe di Galles e futuro re Edoardo VII, il Kaiser Guglielmo II, e se ne infischia di essere in aperta competizione con delle agguerrite rivali come la Bella Otero, la fascinosa Cléo de Merode, la spregiudicata Liane de Pougy, le quali  si alternano nello stesso reale letto che accoglie lei, quando il re la convoca a corte.

 I cronisti influenzano le folle scrivendo cose fantastiche sulla reputazione di questa deliziosa “grande orizzontale” (così i francesi definiscono le cortigiane più ambite ) e i fotografi concretizzano il successo internazionale esaltandola con le cartoline illustrate che valicano rapidamente le frontiere della Francia. La diffusione di ritratti fotografici è qualcosa di essenziale per quelle come Émilienne . In mancanza di un reale talento si punta tutto sui canoni estetici e le altre virtù, se ci sono, passano inosservate. Oltre agli amanti ricchi, le demi-mondane hanno bisogno di una folla di adoratori  anonimi che, attraverso la raccolta di riproduzioni della loro immagine accrescono a dismisura l’aura di “femme fatale” che le circonda.

L’ascesa di Émilienne è inarrestabile e rappresenta  un riscatto esistenziale che la proietta come una star nell’olimpo delle dee più adulate e inseguite del pianeta . Si sposa con il fantino Percy Woodland, concedendosi però anche una cospicua serie di relazioni eccellenti, tra cui un legame molto  discusso con La Goulue nel 1889, e con la poetessa Renée Vivien nel 1908. Cammin facendo accumula un patrimonio di entità impressionante, inclusi i favolosi gioielli di famiglia degli Uzés che il buon Jaques le aveva donato prima di levare il disturbo. È accorta nell’investire il suo denaro e acquista case e proprietà terriere, quadri firmati dai maggiori impressionisti del suo tempo, oggetti di valore come un’importante collezione di porcellane e dei preziosi mobili decorati che saranno venduti all’Hotel Drouot nel 1931.
Morirà a Nizza nel 1946 all’età di 77 anni, e sepolta poi nel cimitero di Batignolles. I suoi cappelli sono stati i primi creati da Coco Chanel, che la scaltra e lungimirante d’Alençon contribuì a lanciare come straordinaria stilista. Émilienne stessa fece tendenza e le parigine cercarono di imitarne il portamento, abbigliandosi con i colletti di pizzo che lei prediligeva, i lunghi guanti di raso nero, le mise attillate che le scolpivano i fianchi prosperosi. Era un modello cui si voleva somigliare,  grazie alla straordinaria bellezza e alle tante leggende che si raccontavano su di lei, alimentate  dagli amanti illustri e dalla diffusione, ovunque potessero essere mandate, delle fotografie che la ritraevano nelle pose più disparate.

il_570xN.818141747_ocz4Durante la Belle Epoque la Francia era relativamente priva dell’ipocrisia edoardiana, e l’arte delle cortigianeria fiorì senza limiti, agevolando la scalata ai vertici di donne dotate di enorme grinta come Émilienne e socie. Le imprese , le rivalità, gli uomini facoltosi cui si accompagnarono, la ricchezza, la capacità imprenditoriale  delle Tre grazie conclamate – la Otero, la  d’Alençon, la de Pougy – fecero scuola, vere icone della società di allora,
accaparrandosi privilegi e posizioni che fino al loro avvento erano state appannaggio delle classisuperiori. Si spostavano su carrozze trainate da quattro cavalli come le nobildonne, mostrandosi come loro al Bois ogni pomeriggio, durante la stagione parigina. Partecipavano anche alle gare di Auteuil e Longchamps, assistendo alle partite di polo a Bagatelle, aderendo ai bazar di beneficenza, comparendo al Teatro dell’Opera di lunedì e cenando poi nei ristoranti del teatro con il fior fiore dell’aristocrazia. Era un’attività redditizia essere la favorita di quelli che dettavano legge, e la d’Alençon fu addirittura oggetto di ossessione per re Leopoldo II del Belgio e per Jacques d’Uzès, figlio della duchessa d’Uzès, ereditiera della fortuna Veuve Clicquot. Il sovrano la invitò ad accompagnarlo nelle sue visite reali e la presentò a Edoardo VII come la contessa Songeon. L’espressione più eclatante del successo di una cortigiana erano i gioielli, e lei ne possedeva a chili. Nella fase d’oro della sua carriera una cortigiana poteva aspettarsi di raccogliere milioni, se non decine di milioni di franchi. L’accorta Émilienne aveva scrigni colmi di diamanti, perle, zaffiri, rubini, smeraldi, tutti profusi tra diademi, bracciali, collane, parure, orecchini, ovviamente più appariscenti di quelli ostentati da una duchessa o da una principessa. Si narra, a questo proposito, che una sera la Bella Otero si recò da Maxim con tutti i propri gioielli addosso, tra i quali una favolosa collana di diamanti appartenuta alla regina Maria Antonietta.  ( Al giorno d’oggi non sarebbe consigliabile girare per le strade di una città come Parigi o altre, con la chincaglieria in bella vista ).

La Otero, Émilienne  e la de Pougy incrociarono le loro vite nella Parigi della Belle Epoque, trovarono i loro protettori e fecero la propria fortuna grazie all’intraprendenza che le animava. Erano i capitani d’industria di se stesse e tutte e tre conobbero il successo nel music-hall, e non per bravura, bensì perché rispetto alle altre ballerine  grondavano una tale sensualità  da incantare il pubblico. C’è chi afferma  che senza di loro la Belle Époque non sarebbe esistita: in effetti senza Les Grandes Trois, come furono etichettate dalla società parigina, non ci sarebbe stata l’atmosfera che venne creata da primedonne quali furono. Considerate le pin-up dell’epoca, dalla ribalta deliziavano la platea con movenze erotiche che nessuna danzatrice prima di loro aveva osato rappresentare, e con chi poteva permetterselo, si intrattenevano anche privatamente. I benpensanti le disprezzavano, ma l’intera società francese ne rimase inconsciamente sedotta.

Émilienne d’Alençon si ritirò nel 1906, dilapidando i suoi averi tra le corse di cavalli, la droga e il gioco d’azzardo. Nel 1931, ormai costretta a vendere l’ultima delle sue case e i sontuosi arredi in essa contenuta, adatti a ricevere ospiti che per lei si sarebbero uccisi, si arrese ai creditori che  bussavano insistentemente alla sua porta. La favola si era conclusa e la d’Alençon ripiombò suo malgrado in quella povertà dalla quale aveva a ogni costo tentato di sfuggire. Sfiorita la bellezza, le restavano solo i ricordi dei fasti passati, quando era il clou delle notti parigine e faceva spasimare nugoli di entusiasti estimatori che, pur di strapparle uno sguardo e un sorriso, si accontentavano di offrirle un fascio di fragranti rose rosse, nella speranza di un incontro più intimo con lei.

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Mariangela Camocardi

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