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Recensione: Prova ad amarmi ancora, di Sylvia Kant

Titolo: Prova ad amarmi ancora.
Autrice: Sylvia Kant.
Genere: Romance erotico.
Editore: Newton Compton.
Prezzo: euro 4,99 (eBook); euro 8,42 (copertina rigida).

Antony Barker è attraente e tenebroso, sesso e perversione si incarnano in quest’uomo dall’anima di ghiaccio e dallo sguardo magnetico. Angela Palmieri viene da Roma, è timida e troppo lontana dal suo mondo per poterne fare parte. L’incontro con Antony la segna sia nell’anima che nel corpo, perché lui non è un uomo qualunque e gli oscuri segreti che custodisce sconvolgono Angela nel profondo, fino a costringerla ad allontanarsi, ma, ovviamente, non è così facile liberarsi del ricordo di Antony… In un susseguirsi di colpi di scena, intrighi e rivelazioni, Angela imparerà a conoscere meglio se stessa, i suoi desideri e il suo passato, ma soprattutto quello del suo amato uomo dall’anima nera…

Con una scrittura coinvolgente e provocante, torna la scrittrice di culto che ha scalato le classifiche di vendita riaccendendo i sogni proibiti dei lettori italiani con il bestseller Prova ad amarmi.

Lo ammetto: ho letto “Prova ad amarmi ancora” con un velo di diffidenza calato sugli occhi, come mi capita sempre quando attendo con ansia l’uscita di un seguito… Spesso ne rimango delusa, a tratti mi arrabbio perché, equiparandolo col precedente, scorgo un abisso troppo profondo. In questo caso, non riesco a fare molti paragoni, essendo i due libri estremamente diversi e difficilmente accostabili, almeno per me.

A parte qualche esagerazione barocca (l’ultima scena della tortura sadomaso… e non dico altro), che però fa anche parte dello stile di Sylvia, che può piacere o meno e che io personalmente amo alla follia, ho ritrovato molti di quegli elementi autoriali che mi avevano fatto gridare al “miracolo” col primo libro, e di questo sono estremamente soddisfatta. Primo fra tutti il prisma caratteriale che compone il personaggio “Antony”, qui, ancora più che nel primo, frammentato in mille persone/personalità differenti a seconda di chi lo guarda o lo racconta.

Antony infatti, ancor più che nel primo romanzo, ci viene presentato come “immagine” o come “voce” per buona parte del libro. Viene mostrato ad Angela (e quindi a noi lettori) nei filmati a circuito chiuso dove i riti sadomaso si concludono spesso con la pratica del soffocamento, immagini che, accostate agli scatti dei cadaveri ritrovati il giorno dopo, gridano “assassino”, “killer” e pretendono di definire Antony in questo modo; poi lo ritroviamo nelle fotografie di vecchie orge in ville altolocate, attività in cui era stato coinvolto fin da ragazzino, dove ci convinciamo della sua vita totalmente votata al soddisfacimento delle sue perversioni e di quelle degli altri, facendoci porre un’innumerevole quantità di domande: “Perché lo faceva?” “Era consapevole?” “Era coscientemente consenziente?” “Era un corpo sfruttato, o era lui che sfruttava gli altri attraverso il suo corpo?”. Lo riconosciamo infine nello stop motion improvvisato attraverso l’accostamento delle foto amatoriali in cui un giovanissimo Antony, con un gesto di inaspettata timidezza, si ripara dall’obiettivo, lo stesso obiettivo che anni dopo lo colpirà più volte in atti di sesso estremo presentandolo quindi come il soggetto-oggetto del desiderio, dello sguardo altrui.

Antony è un fantasma in molti sensi, una proiezione, un’effige che compare, scompare e ricompare più volte all’interno del romanzo, mentre Sylvia, da sapiente regista, con piccole molliche di pane disseminate in tutto il racconto finalmente ci riporta al vero Antony, ma con un’immagine diversa, l’ennesima maschera: non si tratta solo di una mutazione dell’aspetto fisico (a causa della sua presunta morte, Antony, come una Fenice, muore e risorge dalle proprie ceneri), ma di una trasformazione spirituale e caratteriale.  Un fantasma appunto. Ed è la morte ciò che lo caratterizza di più: se Jean Cocteau parlava del cinema come “morte al lavoro ogni 24 fotogrammi al secondo”, qui siamo al cospetto di un morto che torna continuamente in vita dai racconti e dalle immagini analogiche che sembrano racchiuderlo in una bolla di eternità, un’eterna giovinezza (l’emblematico stop motion di lui ragazzo che si ripara dall’obiettivo-morte) spezzata precocemente. Ed è la morte ciò che sembra causare nei filmati che vengono mostrati ad Angela: si tratta di apparenti omicidi che avvengono durante gli amplessi, per lo più per soffocamento, in un intreccio indissolubile tra Eros e Thanatos degno del miglior Freud. Spesso infatti Sylvia parla di amplessi scrivendo la parola “rantoli”, associando così il culmine del piacere con il culmine della vita (morte) in un sottile equilibrio su cui scivola la narrazione di tutto il libro, come un elastico che si tende, si tende e poi improvvisamente… si spezza. Da qui nasce quel senso di inquietudine che permea in ogni pagina di questo complesso romanzo, quella sensazione di “perturbante” che trasudava anche nei film di Stanley Kubrick (non solo il Kubrick di Eyes Wide Shut, ma mi tornano in mente anche i perversi giochi di potere dell’alta aristocrazia di Barry Lyndon) a cui associo l’atmosfera che leggo nei libri di Sylvia. Mentre Kubrick usava la costruzione dell’inquadratura (messe in scena complesse ma controllate e apparentemente simmetriche, con un sottile decentramento riconoscibile solo da un’accuratissima analisi filmica e che creava un inconscio disagio nello spettatore) e l’utilizzo della musica classica destrutturata e riletta in chiave moderna dal compositore Wendy Carlos, Sylvia fa emergere il “perturbante” dalla sua prosa barocca e arzigogolata, ineluttabilmente avvolgente, che sembra accarezzarti, abbracciarti per poi stritolarti come la morsa di un serpente, esattamente come fa Antony, l’incantatore di serpenti e serpe pericolosa a sua volta. Se quelle di Kubrick erano inquadrature in cui avvenivano due fasi, il “riconoscimento” (l’apparente simmetria/ordine) e l’inaspettato “disconoscimento” (ovvero il riconoscimento del “difetto” inteso come differenza rispetto alla simmetria), la struttura narrativa di Sylvia sembra volerti portare in una direzione per poi destabilizzarti con uno sviluppo inaspettato e irriconoscibile quanto i connotati del suo protagonista.

Se dapprima troviamo la solita New York notturna e mondana e che ci sembra di riconoscere, man mano ci allontaniamo da questo senso di apparente familiarità e la mancanza del suo protagonista rafforza ulteriormente questo concetto di disconoscimento. Fino addirittura a portarci in un “mondo a parte” con un apparente nuovo protagonista, De Silva, un novello Kurtz che molto ha del personaggio di Joseph Konrad in Cuore di Tenebra. È un viaggio ai confini del mondo, anzi nel cuore dell’Amazzonia, nel cuore della “non civiltà”, in netto contrasto con la “ipercivilizzata” New York. Un tripudio di flora e fauna, dove l’istinto ha la meglio sulla ragione e sulle regole sociali, anche per quanto riguarda il sesso: chissà se la moglie di Mathison si sarebbe lasciata andare così anche a New York, o se la natura abbia davvero agevolato la riscoperta di una rinnovata sessualità della donna? È un intreccio difficile e per nulla scontato, talvolta forzatamente erotico, in cui lo sviluppo della trama e dei personaggi viene spesso messo al servizio dell’eros e non il contrario, come se fosse l’eros a guidare la vita di queste persone. È complesso anche il contesto in cui Sylvia ha immerso i personaggi, un habitat in cui è impossibile riconoscere un centro, una geometria, una prospettiva. È un contesto impossibile da governare e da controllare. Contrariamente alla verticalità dei grattacieli e del potere di New York o alla trasparenza delle pareti di vetro delle maestose ville in cui si gioca col sesso come se fosse un servizio da vendere o comprare, qui abbiamo il caos, la confusione, l’oscurità, l’eterogeneità della giungla, messa a disposizione di una liberazione sessuale che non ha nulla a che fare con il potere dei soldi e con le perversioni controllate (riprese e fotografate) di New York.

L’Amazzonia di Sylvia diventa così l’ennesimo riverbero della personalità dei due protagonisti, il simbolo del percorso interiore che compiono entrambi, a stretto contatto con le loro paure, i loro sentimenti scoperti e senza più le costrizioni della città e della società. Sylvia compie quasi un omicidio, estrapolando i due dal loro habitat, che proprio “naturale” non era, e inserendoli in un mondo che forse sarà loro più affine e che li aiuterà davvero a essere se stessi, troncando quei legami e quelle radici così scomode per entrambi. New York era la loro prigione, l’Amazzonia sarà la loro nuova libertà. E quel finale così sfacciatamente romantico (ebbene sì, Sylvia!) immersi nelle torride e pericolose acque del fiume è meno scontato di quanto ci si potesse immaginare: un battesimo di fatto, l’inizio di una nuova vita. Bellissimo e potente.

OoO

Elle è l’autrice della Serie How To Disappeare Completely.

Potete trovarla anche su Facebook.

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1 Commento

  1. Teresa Siciliano
    3 ottobre 2016 at 19:16 — Rispondi

    Premesso che non ho letto questi due romanzi, né mai li leggerò, perché, così a occhio, non potrei sopportarli, siamo sicure che la Kant si meriti tutti questi paragoni con la letteratura e il cinema più alti?
    Spero che nessuna si offenda se personalmente pensavo si trattasse di porno e basta. Davvero sbagliavo tanto?

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