Diario di ViaggioGli amici del MagRubriche

Diario di Viaggio: Delhi, tutto e il contrario di tutto, di Manuela Minelli

Delhi, la città dalle mille contraddizioni. Misera e forte. Coloratissima e oscura. Popolosissima, ma dove puoi sentirti terribilmente solo. Sorvegliatissima da severi poliziotti che sono un po’ ovunque, ma dove il tasso di microcriminalità è altissimo. Città dove tutti corrono e vanno velocissimi, ma sanno essere anche di una lentezza esasperante. Delhi è gioia e disperazione, Vita e Morte, è tutto e il contrario di tutto. Qui lente e pacifiche mucche sacre, cani randagi, nugoli di piccioni, cuccioli d’uomo e di cane e gli ultimi tra gli ultimi convivono per strada dividendosi i rifiuti. A Delhi anche la donna più povera tra i poveri, nel suo sari coloratissimo, puó assumere l’eleganza di una principessa.

Connaught Place, nel centro di New Delhi, è uno scintillante centro commerciale, pieno di negozi illuminati, Babbi e alberi di Natale. Le insegne di H&M e tanti altri brand europei invitano la folla a fare compere, l’atmosfera è quella della frenesia degli ultimi acquisti. Del resto è il 24 dicembre e, tra brahmini, indu, sikh, e fedeli di altre religioni, i cattolici rappresentano una buona fetta della popolazione. Scorgo anche un presepe, grande e illuminato, quasi quasi mi sento a casa… Poi mi sento tirare per un braccio. È un bambinetto che chiede l’elemosina, vicino a lui per terra è seduta sua madre (oppure è sua nonna o, molto più probabile, una “comparsa” messa lì dal racket che gestisce i mendicanti), con intorno altri bambinetti sporchi, scalzi e con i vestiti laceri. Comincio a distribuire le matite e i pastelli colorati che mi sono portata dall’Italia in quantità industriale. Ridono, qualcuno con un sorriso sdentato, fanno a gara per accaparrarsele, poi chiedono money money, coins coins, soldi, monete. Anche Amit, il giovanissimo amico che mi accompagna, mi raccomanda di non dare soldi, ma già l’avevo letto nelle raccomandazioni delle varie guide, proprio per non foraggiare il racket di mendicanti gestiti da associazioni criminali. Vengo richiamata dal pianto straziante di una bambinetta bellissima, potrebbe avere otto o dieci mesi, che gattona sul marciapiede nei suoi stessi escrementi, mezza nuda, vestita solo di una camicetta corta e sporca. Una cucciolotta bellissima, coi ricci neri e gli occhi nerissimi e disperati che urla come un’ossessa. Mi blocco – che posso fare? – sono indignata, arrabbiata, mi viene voglia di prenderla in braccio, ma Amit mi tira via e mi dice di lasciar perdere.

Non mi toglierò più il pianto e la visione di quella bambina per tutto il viaggio; la notte  di Natale non riesco a dormire. È Natale, appunto, e ci sono esseri umani che non hanno da mangiare e forse nemmeno una casa; e se ce l’hanno, sarà una catapecchia sulle fogne a cielo aperto, negli slum… e dove stanno i diritti umani? e mille e mille altre cose mi rattristano. Soprattutto la mia impotenza. Nel mondo c’è gente che non ha da mangiare e neppure un tetto sulla testa, l’abbiamo sempre saputo. Però è quando ci inciampi in mezzo, sei lì con loro e li vedi e li tocchi, che la cosa ti fa davvero male.

Il giorno dopo è Natale. Nel Birla Temple, uno dei più belli di Delhi, un magnifico tempio rosso e oro, fatto di scale, corridoi, arcate, una specie di labirinto dove potrebbe essere facile perdersi, incontro un Sikh che sta parlando delle caste e dei poveri con un giovane turista tedesco. Non posso fare a meno di ascoltare e poi mi inserisco nel discorso, raccontandogli quello che mi ha sconvolto la sera prima e ad ogni angolo delle strade, e ho le lacrime agli occhi mentre parlo e faticosamente cerco di ricacciarle indietro. “La domanda è – chiedo – cosa posso fare io per loro?” “Niente, semplicemente amarli”.

Dice che c’è un detto: in India nessun essere vivente, uomo, bambino, cane, mucca sacra, va a letto a stomaco vuoto. E, devo dire, che continuando a girare per questa nazione incredibile, ho modo di constatare che è proprio così. Poi mi spiega che loro sono i paria, gli ultimi tra gli ultimi, che lui e quelli della sua religione non li toccano neppure. E che ci sono associazioni benefiche che si prendono cura di loro. Che loro, i paria, sono nati e moriranno in quella casta, non potranno progredire, non in questa vita almeno, perché quello è il loro destino, e non potranno cambiarlo. È l’ineluttabilità della loro vita. Mi dice che loro sono comunque grati di essere vivi e che sono già fortunati e godono di questo. Perché gli indiani – imparerò via via – sanno godere del fatto di essere vivi. Noi occidentali abbiamo perso questa gratitudine che, invece, dovrebbe farci riflettere parecchio.

 

Ma Delhi è anche la città di Indira Gandhi, colei che per la sua patria ha dato la vita. Se passate per Delhi (perché qui difficilmente ci si ferma, Delhi è il… passaggio), non mancate di visitare la residenza dell’eroina di tutte le donne indiane, oggi trasformata in un museo sorvegliatissimo, in cui attraverserete un metal detector e dovrete lasciare persino gli accendini, dove potrete ammirare la sua casa, sobria, elegante e incredibilmente piena di libri, ma anche – e a me ha colto impreparata, io ve lo dico prima… – il sari che indossava quando è stata uccisa ancora macchiato di sangue e le sue scarpette nere, quegli inconfondibili sandaletti che ricordavo dalle foto dei giornali di quando ero ragazzina. Così come sotto teca e in bella mostra ci sono anche i brandelli del pigiama e i calzini indossati dal bellissimo e affascinante Rajiv Gandhi al momento dell’attentato. Oggi, mentre attraversavo il parco di casa Gandhi, con il laghetto e le ninfee, avviandomi all’uscita, una folla di principesse impazzite, giovani, anziane e bambine, cercavano di fotografare qualcuno protetto da quattro guardie del corpo e due segretarie.

È stato il grande regalo che Delhi mi ha fatto prima di salutarla, l’incontro bellissimo e fortunato con la signora Edvige Antonia Albina Maino, detta Sonia, vedova di Rajiv Gandhi, Presidente del Partito del Congresso Indiano, con cui sono riuscita a scambiare solo poche parole in italiano, ma mi hanno piacevolmente colpito la sua calma e il suo sorriso pacato. Anni fa lessi la sua storia in “Sonia Gandhi, il sogno spezzato”, un libro avvincente del mio vecchio amico, il giornalista Enzo Fiorenza, che con lei ebbe una lunga intervista (se non conoscete la sua romantica storia che sembra un romanzo, ve la consiglio vivamente).

 

In questi tre giorni deliranti qui a Delhi ho avuto incontri con occhi e anime che porterò sempre con me, come il giovanissimo Amit Adlaan, che mi ha scortato per due giorni, mi ha prestato il suo wi-fi quando la mia sim indiana non era disponibile, raccontandomi la sua vita e i suoi obiettivi, e mi ha spiegato cosa c’era nel cibo che stavamo mangiando.

O il mio driver di oggi che, per il nome impossibile da pronunciare, Jaspreeth Singh, chiameremo Jazz. Un signore di religione Sikh, con grande turbante rosso, grande come il suo cuore e la sua pancia, di una gentilezza, pazienza, dolcezza, simpatia, empatia e rispetto che non riesco a descrivere a parole. Mi ha portata a pranzo in un posto per niente turistico, come in Italia la trattoria della sòra Gina, cucina casareccia,  mi ha fatto parlare con la maggiore delle sue tre figlie al telefono e quando ci siamo salutati tutti e due avevamo gli occhi lucidi.

Come quelle simpatiche canaglie dell’agenzia di viaggio che vogliono organizzare una festa per il mio imminente compleanno (cosa non farebbero per aggiungere altri tour, e quindi guadagnare altri soldi, all’itinerario che mi stanno organizzando!), o la ragazza che mi ha fatto la foto e che ho rincontrato dall’altra parte della città e mi ha riconosciuta con un sorriso che puó illuminare il cuore, e tutti gli altri occhi e sorrisi con cui ho avuto a che fare in questi giorni.

 

Vi posto un po’ di foto e, per chi non conoscesse l’inglese, anche la traduzione della frase di Indira Gandhi che incombe sulle coscienze di chi legge lungo un passaggio verso l’uscita della casa- museo. “Io oggi sono qui, posso non essere più qui domani, ma quando morirò posso dire che ogni goccia del mio sangue ha reso l’India un Paese più forte”.

Manuela Minelli, giornalista e scrittrice, ha collaborato a quotidiani quali Il Messaggero,  La Repubblica, Il Tempo, a settimanali e mensili con interviste a personaggi del mondo dello spettacolo internazionale, della politica e dello sport, con numerosi reportage di viaggi, pubblicando più di duemila articoli.

È direttore responsabile e video giornalista della tv web Hto.tv e direttore editoriale di Elisir Letterario-servizi editoriali per autori e libri.

Vive con cinque gatti e una bassotta ed è in prima linea nelle battaglie per la difesa dei diritti di tutti gli animali.

Post precedente

Premio Letterario Internazionale Voci-Città di Roma

Post successivo

News: Infinito stupore, di S. M. May

Gli Amici del Mag

Gli Amici del Mag

Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

Nessun Commento

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *