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Diario di Viaggio: a Torquay, come studente, di Rebecca Quasi

Il primo impatto con la lingua inglese avvenne tra anni fa, quando il mio livello era un pallidissimo A1.
I livelli d’inglese sono sei: A1, A2, B1, B2, C1, C2. Il contrario del calcio, in poche parole.
Avevo intrapreso lo studio della lingua da zero per motivi di lavoro e per una forma di infantile incoscienza che mi perseguita da sempre.
Alla fine del primo corso frequentato in Italia, ero in grado di declinare le mie generalità (I’m Rebecca) e fare una succinta dichiarazione d’amore (I love you).
In condizioni di massima calma, ero in grado anche di dire quale lavoro facessi (I’m a teacher… non d’inglese) e di indicare i colori delle cose. Poca roba, ma chiara.
Giunsi quindi a Toquay (*), nel Devon, con una strizza pazzesca perché ritenevo assai improbabile che mi venissero buone le dichiarazioni d’amore e i colori. Su nome e professione ero più ottimista.

(*) La città di Torquay si trova sul Canale della Manica, a circa 35 km a sud di Exeter e a circa 61 km a nord-est di Plymouth.

Torquay – lungomare
(foto Wikipedia)

All’aeroporto mi aspettava Jenna, la mia driver, una signora rossa di capelli e con un fisico che s’aggirava intorno al quintale. Questo primo impatto mi fece sorridere, perché per convincermi a partire per questa vacanza-studio (avevo 41 anni, ma non ero mai andata all’estero da sola), mio marito s’era inventato ogni genere di motivazione, non ultimo aveva predetto un dimagrimento istantaneo e significativo, una specie di miracolo prodotto dal cibo inglese.

Quindi, incontrare per prima una così ben nutrita persona, mi fece mettere in discussione anche tutte le altre profezie del marito.

Dall’aeroporto di Bristol a Torquay ci vogliono più o meno due ore, durante le quali Jenna fu un fiume di parole. Poiché non mi fece nessuna dichiarazione d’amore e lo scambio di generalità si esaurì nei primi due minuti, passai quelle due ore a familiarizzare con il sound  locale e captare parole qua e là.

Dovete sapere che Torquay, come Roma e Istanbul (la N prima della B è bel vizio!), occupa sette colli che s’affacciano sulla cosiddetta English Riviera (molto English e poco Riviera).

Arrivata in città capii, dopo mezz’ora che stavamo girando su e giù per i colli, che Jenna mi stava mostrando la city. Dopo essere passata tre volte per il porto avevo cominciato a preoccuparmi, ma poi avevo compreso, intuito ad essere precisi, che mi stava illustrando i must del posto.

Scogliera di Babbacombe
(immagine free di Pixabay.com)

In tutto quel carosello di pub, teatri, musei e ristoranti, mi colpì una splendida tea room arroccata sulla scogliera di Babbacombe: in quel momento, i pochi neuroni di cui disponevo  attivarono il google maps interno e memorizzarono il percorso da lì alla mia casa di Torquay. Era vicinissima!

La casa in questione era una fettina di schiera vittoriana in una strada popolare del quartiere di Babbacombe. Ad attendermi c’erano Mark e Sarah, una coppia molto cordiale che accolse il mio livello A1 con pazienza e dedizione. Posso dire di aver imparato di più con loro nelle quindici cene che seguirono, che a scuola.

Quella sera a Torquay c’erano 23°, per loro un caldo torrido, per cui, quando uscimmo insieme per portare fuori Nick, il cane, Mark non si capacitava che alle 7 p.m. ci fosse ancora quella temperatura africana. Provai a dire che in Italia di gradi ne avevamo 40 (si era in luglio), ma non sono sicura che mi abbiano creduta.

Tutto tornò alla normalità il giorno dopo. Di notte venne a piovere e la mattina seguente, sulla lussureggiante English Riviera, c’erano nubi sparse e la colonnina di mercurio segnava 7°.

Torquay-Il porto
(immagine reperita in internet)

Primo giorno di scuola come allieva. Un’emozione che non provavo più da qualche decennio. Arrivai all’ingresso dopo aver disceso a piedi (e senza essermi persa) il colle di Babbacombe. Sostenni il colloquio preliminare (anche lì non ci furono riconoscibili dichiarazioni d’amore, ma solo confusi comandi) e fui indirizzata nell’aula per principianti. La prima elementare, insomma.

Il mio maestro, Adrian, aveva una settantina d’anni (in UK vanno in pensione dopo di noi) e arrivava a scuola in moto. Ho già detto tutto.

Anche lui per fortuna era dotato della pazienza di Giobbe e a furia di ripetere ad nauseam le stesse cose, dopo un paio di giorni cominciai ad afferrare frasi quasi intere e a rispondere a tono.

Dai suoi racconti intuii che aveva avuto una vita piuttosto avventurosa, per esempio seppi che insegnava per arrotondare, ma il suo vero lavoro era il front man in una rock band.

Chi ha esperienza di scuola, sa che la prima elementare è la classe più faticosa. I bambini si stancano facilmente, perché l’impegno cognitivo richiesto è tanto; consapevole di questo dato di fatto, il nostro maestro interrompeva la lezione un paio di volte nell’arco della mattinata, scriveva le parole di una canzone alla lavagna, prendeva la chitarra e ci faceva cantare.

Ho imparato così a memoria Country Roads e Leaving on a Jet Plane di John Denver.

Torquay non offre gli stessi stimoli culturali di Bath, per cui, finite le lezioni, inventarsi come tirare a sera non era facile.

La formazione base del turismo casuale nel sud dell’Inghilterra era costituita da una mezza dozzina di donne provenienti da Europa, Asia e America Latina con differenti livelli di inglese che si incontravano nella student room per decidere, cartina alla mano, come ammazzare il tempo.

Angels Tea Room Logo

La tea room Angels fu spesso la nostra meta favorita, ma visitammo anche il museo dedicato a Francis Drake e alle sue gesta contro l’Invincibile Armada. Non mancarono “gite” al percorso vittoriano e al delizioso quartiere di Cockington, così lezioso che sembrava di entrare nel quadro dipinto sul marciapiedi del film di Mary  Poppins.

Come ho spesso avuto modo di notare, gli inglesi per aprire un museo non aspettano di avere dei reperti da metterci dentro. Dispongono di fantasia e inventiva per cui riescono intrattenere i turisti per una paio d’ore con ricostruzioni, video interattivi, rappresentazioni teatrali (in quelle sono imbattibili) e collezioni di vario genere.

Museo di Torquay
(www.torquaymuseum.org)

Nel museo di Torquay, per esempio, dopo un primo piano dedicato alla ricostruzione degli atti eroici del corsaro Francis Drake, c’era da riempire anche un secondo piano. In alcune stanze ci hanno messo dei quadri, in altre ceramiche e tabacchiere e poi si arriva alla mia room preferita, una piccola stanzetta con una teca dedicata alle miniature, acquerelli e riproduzione in ceramica della vita di due gemelle vissute a Torquay nella prima metà dell’800, le quali non si sposarono perché il fidanzato di una morì e l’altra non si sentì di abbandonare la sorella. Dopo il lutto nessuno a Torquay le vide mai separate.

Ciliegina sulla torta le due intrepide vantano la maternità di un’invenzione: un rialzo anti fango per scarpe da donna. L’attrezzo, di cui si conservano due paia di esemplari nel museo, consisteva in una suola di legno con fibbie da legare alle proprie scarpe e una parte inferiore in tubolare di ferro: ciaspole per il fango in buona sostanza.

La seconda puntata: 10 gennaio 2018.

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