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Dario di Viaggio di Manuela Minelli: India, Geeta – la dolcezza e l’orrore

Varkala Cliff è un immenso, sconfinato mercato, con negozietti e resort senza soluzione di continuità. La stradina sembra infinita, poco meno di dieci chilometri, fino al tempio e all’eliporto dove stazionano i tuc tuc per Varkala City. È assolutamente impossibile non fermarsi a chiacchierare con i gentilissimi commercianti che, dopo avermi fatta accomodare con un sorriso e i soliti Where’re you from? e Wath’s your name? (i più curiosi e chiacchieroni insistono con le domande, sempre le solite ho constatato – Sei sposata? Dov’è tuo marito? Che lavoro fa? Hai figli? Quanti anni hanno?  Cosa hai visto dell’India? – No perché gli indiani sono parecchio curiosi e talvolta possono risultare invadenti), hanno un solo preciso obiettivo: vendermi una statuetta di Ganesh o di Vishnu, una o più pashmine del Kashmir, olii profumati, incensi, cibo, cd di incantevole musica indiana, lezioni di yoga, stoffe, borse, cappelli, massaggi ayurvedici e mille altre gustose e profumatissime tentazioni.

Teli nel negozio di Geeta

Nel secondo negozio a destra del Bamboo Village mi innamoro di almeno tre teli indiani esposti. Entro e mi accoglie Geeta, ventiquattro anni, che nel suo sari turchese ha l’allure di una principessa, i capelli lunghi di seta nerissima raccolti in una coda, un inglese ineccepibile e un sorriso come perle lucenti, con i dentini perfettamente allineati e gli occhi vivissimi che mandano bagliori. Guarda questo, bello quello, sì sì con gli elefanti, no però senza il blu che non mi piace, only joyfully colors please e… Poi, come consuetudine si tratta sul prezzo finché, non so come né perché, si comincia a parlare di figli, mariti, padri, insomma, credo che sia per autentica deformazione professionale, ma cominciamo a entrare in empatia, ci scambiamo confidenze tra donne e lei, con una dolcezza e una serenità disarmanti mi racconta che viene dal Karnakata, regione dell’entroterra dell’India, si è sposata a sedici anni perché le famiglie di due villaggi diversi, si erano accordate. Ha incontrato il marito solo il giorno prima del matrimonio, lui ha quindici anni più di lei e già non le piaceva. Intanto mi porta verso il fondo del negozio e mi offre una sedia. No grazie Geeta, preferisco stare seduta in terra, continua per favore. Parla a bassa voce che diventa ancora più bassa quando il tipo con vistosi baffi, magro e con gli occhi grandi un po’ spiritati che era fuori, rientra e si avvicina per sistemare due pile di magliette con l’immagine del buon Mahathma Gandhi e, forse è soltanto una mia impressione, mi sembra ci osservi con sospetto.

È il marito, quello che le ha dato due figlie, forse l’unica cosa veramente “sua”, probabilmente l’unica ragione per cui Geeta sorride. Ma anche colui che l’ha presa a bastonate in testa, aprendogliela in due, lasciandola svenuta in un lago di sangue, finché qualcuno non l’ha sentita gemere e, priva di conoscenza, l’ha portata in ospedale, dove l’hanno ricucita non prima di averle rasato i capelli. Mi mostra la cicatrice, a destra, fino al centro della testa, tra i capelli di seta. Lui era scappato, poi è tornato a casa come se niente fosse, quando l’hanno dimessa.
E allora chiedo un sacco di cose. Molto stupide, me ne rendo conto, mentre lei mi spiega il suo mondo, le consuetudini di una società che non tutela le donne, il fatto che lei non ha potuto studiare, non sa leggere né scrivere, non ha un computer, non sa cosa significhi avere Facebook né un indirizzo di posta elettronica per comunicare e, tantomeno, un cellulare. Domande stupide quindi, tipo, perché non l’hai denunciato? Hai conservato i referti dell’ospedale? Gliel’hai detto ai medici che ti hanno curata come e perché sei finita in quelle condizioni? Perché non torni dalla tua famiglia? (cretina che sono… perché lui verrebbe a cercarti e i tuoi fratelli sono solo dei bambini e tuo padre… figuriamoci… ti ci ha messa lui nelle mani del carnefice! ) Hai pensato di fuggire, trovando lavoro in un altro paese? Come posso aiutarti? Potrebbe accadere che un uomo di passaggio si innamori di te e, da bravo principe azzurro straniero, ti tolga da questa schiavitù? Possibile che non ci siano associazioni che tutelino le donne maltrattate e quasi uccise dai mariti qui? Guarda te le cerco ora, subito, qualcosa si deve pur fare!

Scena di vita quotidiana

Senti Geeta, sei bella, forte, giovane, intelligente, parli un ottimo inglese, sai trattare con i turisti e credo che a Roma, la mia città, faresti un figurone in certe boutique di via Condotti o alla rèception di un grande albergo. Ah… certo… come fai con le bambine? Due, femmine, sei anni la prima e due mesi la seconda, nata col cesareo, certo. Anche il mio secondo sai? Ah… scusa non ho capito?!? Ah … e certo… il papà non le ama granché perché sono femmine! Lui vuole un maschio. E no, Geeta, no! Non puoi permetterglielo. Digli che il dottore ti ha detto che dopo il cesareo non puoi avere altri figli!

Mi chiede consiglio sul perché a distanza di due mesi dal parto perde ancora sangue.

Lei vorrebbe che lui morisse perché dice che solo così sarebbe finalmente libera e al sicuro. A me viene voglia di fornirle un veleno da somministrare a piccole dosi crescenti nei dosa, nel sambar e nel chutney col riso, serviti al bruto sorridendo di soddisfazione per questo suo ultimo pasto ben condito.  Lei dice che forse prima o poi lo farà. Il problema è dove e come reperire il veleno (ci sarà tra gli innumerevoli commercianti qui intorno un venditore di cianuro? Mi chiedo.)

Geeta adora le sue bimbe, una mamma ragazzina che mentre allatta l’ultima, sbaciucchia l’altra in una maternità sacra, meravigliosa, intrisa di tenerezza, per niente imbarazzante. Purtroppo non difesa né mai protetta. Le dico che se vuole può uscire da questa situazione, blatero della forza delle donne, del potere della volontà, della dignità di donna, fallo per le tue bambine, che non debbano mai subire quello che hai vissuto tu e che ti devi imporre di non vivere mai più. Salvati Geeta! Ma mentre le parlo sento le mie parole inutili scivolare nel vuoto. Non perché lei non mi ascolti, anzi, vedo barlumi di interesse attraversarle lo sguardo, allargandosi sul viso, attorno alla bocca che custodisce quei denti di perla. E – mi chiedo – da che parte comincia? Come? Ce la potrà mai fare da sola, armata di sola forza di madre? Ciao Geeta, passo domani con gli indirizzi giusti. Non temere ti segnerò i numeri di telefono con una freccetta, quelli più utili, dove rivolgerti in caso di emergenza. Mio dio, spero di trovarli. La abbraccio forte. Che altro posso fare?

Poi mi fermo al Darjeeling Cafè, il locale coccoloso, tutto pieno di lucine colorate, poco più avanti per mangiare qualcosa. Sebbene i petali di fiori colorati sparsi sui tavoli, i turisti allegri, la musica lounge giusta, i camerieri gentili, ho lo stomaco chiuso. Ordino due lassi di ananas e mango. Ho bisogno di dolcezza questa sera.

L’indomani ritorno da lei e grazie all’amico telematico che da Roma mi fornisce un elenco di associazioni keralesi che tutelano donne e mogli maltrattate dai mariti, le fornisco di soppiatto tre fogli piegati in quattro. Lei, sorridendo serafica, con uno sguardo malinconico e colmo di gratitudine se li nasconde dentro al sari, spostando la piccola che allatta.

(Per saperne di più sulla condizione della donna in India, vedi il report del LUMSA)

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