RubricheTaffetà, darling

Cuccette per signora, di Anita Nair

Stazione ferroviaria di Bangalore, India. Akhila, single quarantacinquenne da sempre confinata nel ruolo di figlia, sorella, zia, è a un passo dal realizzare il suo grande sogno: salire su un treno gloriosamente sola, sistemarsi in una delle cuccette riservate alle signore e partire alla volta di una meta lontana, il paesino in riva al mare di Kanyakumary. Con le cinque donne con cui condivide lo scompartimento – Janaki, moglie viziata e madre confusa; Margaret Shanti, insegnante di chimica sposata con un insensibile tiranno; Prabha Devi, la perfetta donna di casa; Sheela, quattordici anni e la capacità di capire ciò che le altre non possono; Marikolanthu, la cui innocenza è stata distrutta da una notte di lussuria – si crea subito una profonda intimità. Nelle confidenze sussurrate durante la lunga notte Akhila cerca una risposta alle domande che la turbano da quando era bambina, gli stessi dilemmi che caratterizzano il viaggio intrapreso da ogni donna nella vita.

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Akhila è single. Single in India, meglio specificare. In India una donna single è come un elefante bianco: fa scalpore, attira l’attenzione, è troppo strana. Akhila ha dovuto scegliere: alla morte del padre, su cui contava tutta la sua famiglia, le hanno offerto il suo posto all’ufficio delle tasse. Akhila è diventata il capofamiglia, ma solo quando deve pagare i conti. Deve ancora seguire i ‘maschi consigli’  dei fratelli, i quali, senza di lei non potrebbero finire gli studi o mangiare. Akhila s’impone una rigida disciplina: benché donna, la sua famiglia, che di regola la vorrebbe sposata e fuori dalle balle il prima possibile, senza di lei morirebbe di fame. Per questo Akhila si nega tutto, persino il matrimonio. Però è l’India, gente, Akhila è una ‘fuori-schema.

A quarant’anni l’impulso irrefrenabile di prendere un treno qualsiasi e andare lontano, magari a vedere il mare. Ecco allora le ‘cuccette per signora’, che hanno una biglietteria separata, alla stazione:  per donne sole, anziani e portatori di handicap. E’ una forma di cortesia: in India, le donne sono deboli, non autosufficienti, equiparate a chi non sa badare a se stesso e ha bisogno di una corsia preferenziale.

Il vagone con le cuccette per signora, nella corsa notturna verso il mare, si trasforma in gineceo, harem, mondo solo femminile dove Akhila cerca di scoprire se è possibile, per una donna, vivere senza un uomo. Cala la notte indiana, afosa e pesante come una coperta d’acqua calda e ci si conosce, per vincere il tedio. Ci sono altre cinque donne nello scomparto, altre cinque storie di donne, che sì sono indiane, ma potrebbero essere anche italiane da come parlano. Provengono tutte da una cultura maschilista e fortemente oppressiva nei confronti della donna, e hanno trovato tutte un modo per conviverci, chi adeguandosi, chi combattendo con le armi concesse  loro.

Fila via come un treno questo bellissimo testo della Nair, suddiviso in parti narrate dal punto di vista di ognuna delle occupanti delle “cuccette”.  Ogni donna una storia diversa, un’esperienza personale, una scheggia d’India negli occhi scuri di bellissime dame con la sari oppure vestite all’occidentale. Ci si riconosce, e si conosce ciò che è nuovo per noi. O molto vecchio.

Che ne sarà di Akhila, quando raggiungerà il mare: scoprirà di aver sacrificato la sua felicità e di aver fatto di sé una outsider? Forse. O forse si libererà dai sensi di colpa per aver mancato ai suoi doveri di donna. Non sarà il mare a dirle questo, sarà il viaggio stesso.

Un ottimo libro.

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