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Così è se mi pare: Storia di un lavoro tipo

Trovi un lavoro.
Dio sia ringraziato: ci riesci! Sono mesi che cerchi, cerchi, ti disperi e guardi intorno, ma alla fine eccolo: IL lavoro.

Finalmente avrai uno stipendio come Cristo comanda – be’, non del tutto, ok, ma non puoi proprio pretendere anche un salario nella media nazionale – potrai far quadrare i conti nel limite del possibile e, notiziona, potrai permetterti di andare a cena fuori “quella” volta al mese. Sì, proprio quella: quella che ti farà uscire dall’anonimato, dall’universo asociale in cui ti sei rinchiusa, quella che i tuoi amici si concedono tutte le settimane e che tu sei costretta a rifiutare per “mi spiace, ma domani mi devo svegliare presto” e invece non hai un soldo.
Umiliante.
Insomma, finalmente hai trovato un lavoro e il capo ti sembra un tipo ok. Certo, ti ha guardata un momentino di troppo, ma ehi: a caval donato non si guarda mica in bocca. Per fortuna non hai figli e un mutuo da pagare, anche se c’è l’affitto in nero e non è poi tanto diverso, però meno responsabilità. Insomma, non sei una disperata che deve PER FORZA portare la pagnotta a casa per le boccucce da sfamare. Devi mettere qualcosa nel TUO stomaco e tu puoi accontentarti di poco. Pure di una pasta in bianco tutte le sere.

Cominci. Passa un mese, ne passano due, e tolto il fatto che il lavoro è pesante, che torni a casa tutte le sere stanca morta e che ti impegni il doppio per fare in modo di guadagnarti la stima del tuo superiore, la vita ti sorride. Hai un lavoro, la storia col ragazzo di cui sei infatuata, per non dire innamorata, procede a gonfie vele e hai i soldi per l’affitto puntuali per il fine mese.
Vai alla grande.
Passano altri quattro mesi e, nonostante tu abbia percepito qualcosa di inquietante nel capo, sei ancora contenta. Hai iniziato a fare straordinari su straordinari, hai la fiducia di chi ti ha dato il posto di lavoro e sei orgogliosa di te.
Lui ogni tanto fa qualche apprezzamento del tutto fuori luogo, ma potrebbe essere tuo padre e in fondo la prendi per quello che è: un complimento alla tua persona. No? E poi mica tutte le ciambelle riescono col buco, diamine!

È passato un anno da quando hai firmato, il tuo ragazzo ti chiede di andare a vivere con lui e tu sei al settimo cielo. State cercando una casa insieme, si parla di futuro e di fiori d’arancio, qualunque cosa voglia dire (tu adori altri fiori, ma amen) e gli straordinari ti permettono non solo di prendere parte a quelle famose cene, ma anche di acquistare qualche vestito nuovo. Cose che fanno tutti, una vita normale a cui aspiravi da quando sei uscita da scuola.
Il capo ha iniziato a trattenerti sempre più, sei diventata una colonna importante della società e senza che tu te ne sia resa conto prendi parte a decisioni vitali per il benessere dell’azienda. I tuoi genitori sono fieri, il tuo ragazzo anche, pure se non ti vede mai, e tu cammini a cinque metri dal suolo.
Sei figa, sei forte, lavori alla grande. Lo sapevi che valevi qualcosa!

Dopo un anno e mezzo inizi a chiederti se non sia il caso di battere cassa, di chiedere al capo un aumento e un grado in più. Sei stata assunta con il più basso, ma adesso gestisci tante cose e un apprezzamento su carta non ti farebbe schifo.
Sondi il terreno. È così che si fa, giusto? Non hai esperienza, i lavori che hai fatto finora non ti hanno mai portata a pensare che saresti potuta essere qualcosa in più di una semplice operaia, quindi se il capo sorride, ti promette e intanto ti guarda e ti dice che sei bella, che non ha mai visto nessuna come te, la reputi una cosa normale.
Ti dà fastidio, te ne dà tanto, e infatti non ne parli a casa, non ti confidi con il tuo ragazzo. Per quanto l’atteggiamento ambiguo del tuo capo sia strano, forse hai fatto qualcosa per indurlo a comportarsi così. Sei stata accomodante, gli hai dato fiducia e corda.
Dovevi essere più distaccata? Sì, probabile, ma non sei capace. Tu ti fidi.
Non sei piccola, no, con i tuoi 22 anni sei grande, adulta e responsabile delle tue azioni.

Arriva un giorno in cui il tuo capo ti abbraccia e tu ti irrigidisci. Cominci a pensare che non sia poi così normale, ma a casa intanto le cose sono progredite e si parla non solo di matrimonio, ma anche di un figlio.
Il tuo sogno: lavoro, casa, amore.
Tutto.
Sei realizzata, ma vuoi esserlo ancora di più perché, diavolo, ti fai un mazzo così e pretendi, adesso, che i tuoi meriti vengano riconosciuti.

Man mano che passa il tempo, però, noti dei cambiamenti. Se chiedi un permesso il capo non te lo concede, stai sempre più lontana dai tuoi cari e lui si prende libertà che tu non sai neanche come si è preso. Il caffè obbligatorio la mattina, la telefonata la sera, mentre torni a casa, per sapere com’è andata, sempre più complimenti e proposte ambigue che non sai mai quanto siano scherzose.
A te non piace come si sono messe le cose, ma sai che è colpa tua se sei arrivata a quel punto. Gli hai concesso troppa confidenza e sul lavoro non si fa. Tuo padre te lo ha sempre detto, il tuo ragazzo anche. Ed è a lui che pensi quando ti dà fastidio il comportamento del tuo superiore: se gli dici cosa succede, quanto ti diano fastidio certe frasi, lui ti dirà che è stata colpa tua.
Lo ha già fatto, qualche settimana fa, vero? Perché il capo ti ha chiamata alle dieci di sera per “chiacchierare” di lavoro e lui si è arrabbiato.
«Il mio capo mica mi chiama nel tempo libero!»
Ha ragione. Sì, ne ha, però se tu tronchi i rapporti non hai più la stima di cui godi, sei sotto scadenza di contratto e qualcosa ti ha fatto capire che se dai un taglio netto a tutto non ti verrà rinnovato.

Che fare?

Stringi i denti, vai avanti. Cavolo, c’è la prospettiva di un contratto a tempo indeterminato e poi il capo ti ha promesso che ti farà avere quello scatto che hai chiesto. Ti serve: stai provando a rimanere incinta e i preparativi per il matrimonio ti succhiano soldi più di un buco nero.
Stringi i denti.
Non hai mai concesso nulla, non ti sei esposta, eppure non sei in pace con te stessa. Ti senti sporca e cattiva.
Perché? Mica hai fatto niente di male, cavolo!
Se tu fossi un uomo queste cose, comunque, non dovresti subirle. Lo vedi il trattamento amichevole che il capo ha con gli altri colleghi: non è come il tuo. E loro prendono pure di più.
Finalmente ti sposi, finalmente rimani incinta.
Il capo si è detto felice per te, ma ha uno sguardo così ambiguo che ti chiedi se lo sia davvero.
Continui a non avere permessi, sbagli un sacco di cose e i “cazziatoni” sono all’ordine del giorno.
La situazione in breve diventa insostenibile e ringrazi il cielo di avere la possibilità di rimanere a casa per il resto della gravidanza. Posto di lavoro a rischio: maternità obbligatoria.

«Amore, dopo il parto al lavoro non ci torno. Faccio qualcos’altro. Magari mi invento qualcosa, faccio la cameriera… e poi col bambino piccolo mica possiamo sbatterlo a destra e a manca.»
Ed è così. Tu prendi e rimani a casa. Il tuo ragazzo continua a lavorare, il tuo capo anche, e tu, dopo sacrifici e mille salti mortali, ti ritrovi a fare la mamma a tempo pieno.
Per che cosa cazzo hai studiato, allora? Certo, ami il tuo bimbo, ma tu?
Tu sei una donna.
Punto.

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Federica D'Ascani

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2 Commenti

  1. Babette Brown
    17 ottobre 2017 at 14:24 — Rispondi

    Sentivo la mancanza dei tuoi articoli, Federica.
    Ti sei presa qualche settimana di vacanza, ma sei tornata in grande spolvero, con un argomento di stretta attualità.

    • Federica D'Ascani
      17 ottobre 2017 at 18:56 — Rispondi

      Grazie, Baab. Mancava anche a me, dico la verità!

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