La Belle ÉpoqueRubriche

Cléo de Mérode, prima icona del Novecento

Cléopȃtre-Diane de Mérode fu una celebre protagonista della Belle Epoque, anche se lei optò per Cléo de Mérode, il nome d’arte con cui presentò al mondo. Nacque a Parigi il 27 settembre 1875 e la madre, la baronessa austriaca Vincentia de Mérode, era dama di Corte dell’Imperatrice Elisabetta d’Austria (Sissi). Il padre era un nobile viennese che preferì mantenere l’anonimato e che non riconobbe la bambina, frutto della relazione tra lui e Vincentia. Quest’ultima si era recata nella capitale francese a tempo debito, così da dissimulare una maternità extra-coniugale troppo scabrosa per essere ostentata come se niente fosse nella rigida corte di Vienna. Il caso volle che lei e la figlia restassero per sempre a Parigi. Imparentata con il ramo belga dei Mérode, Vincentia,  soprannominata Zenzy, trasformò la piccola in una superba rivincita sociale. La bellezza verginale di Cléo era la splendida testimonianza di un amore appassionato e reciproco, anziché la conseguenza di un volgare adulterio. Il successo della figlia fu dunque una risposta adeguata, nella Parigi che contava, a chi in patria le aveva sbattuto le porte in faccia, escludendola dagli esclusivi salotti della nobiltà. Dulcis in fundo, la devota vicinanza di un monarca, Leopoldo II del Belgio, restituirono a Zenzy le credenziali di appartenenza a una casta, l’aristocrazia, che nulla e nessuno potevano scalfire, neppure lo scandalo suscitato dalla nascita al di fuori del matrimonio di Cléo.

222_002Le prime immagini della futura primadonna ce la fanno conoscere a tre anni, scattate da Félix Nadar, il re dell’obiettivo, il ritrattista degli scrittori, l’inventore della foto d’arte. Zenzy non è affatto una sciocca e sa perfettamente come valorizzare la figlia: illegittima o no, nelle vene di Cléo scorre il medesimo sangue blu dei genitori, le spettano perciò i relativi privilegi di classe. La cornice in cui la piccina emette i suoi primi vagiti non può ovviamente rivaleggiare con i fasti riservati all’élite asburgica, ma per la pratica Zenzy  prendere dimora in un appartamento borghese di Parigi non è altro che una scelta dettata dalla necessità e del tutto transitoria. Viene scontato desumere che questa donna, tanto  combattiva da plasmare una sconfitta personale in una sensazionale vittoria, probabilmente non rimpianse mai un simile cambio di condizione.

A sette anni Cléo è già uno dei “topolini” dell’Opéra, e fin da subito dimostra una buona inclinazione alla disciplina cui è stata avviata da Zenzy. Queste precoci danzatrici in erba, oltre a esibirsi in balletti creati appositamente per loro da abili coreografi, sono altresì oggetto di ambigue attenzioni da parte dei maturi gentiluomini che vanno ad applaudirle a teatro. Tali signori, in quanto abbonati, assistono alle prove, le incontrano nei foyer e non sono sicuramente avari di omaggi e cadeau. Un bonarietà del genere non è disinteressata, ovviamente, e cela, dietro il paravento di un’ingannevole allure paterna e paternalistica, una più sostanziale passione pedofila che apre la strada a una successiva carriera di cortigiana, cocotte, mantenuta.

Cléo possiede però qualcosa che manca a tutte le altre compagne della scuola di danza: una naturale fotogenia. La sua capacità di incantare chiunque la guardi, supportata da un corpo acerbo ma estremamente femminile, sono le stigmate che faranno di lei una sorta di fenomeno, un unicum ammirato dal mondo intero.

“Io ero al singolare, e le altre al plurale“ scriverà nelle sue memorie.

8680323973_7ac98d9147_bEletta reginetta di bellezza in un concorso indetto da una rivista illustrata, l’adolescente Cléo debutta a soli undici anni e bastano quelle sue apparizioni a irretire la platea, che apprezza la spontaneità e il candore ancora fanciullesco di lei. L’eccezionale avvenenza e leggiadria della Mérode diventano un solido punto di riferimento per le donne del suo tempo, che ne imitano l’atteggiamento signorile e il modo di vestire. In particolare Cléo  ideò una pettinatura a bande piatte sulle orecchie, destinata a identificare lo stile della Belle Époque. L’ascesa verso il successo di lei, inarrestabile, si dipana come una favola: la sua duttilità sulla scena induce gli impresari a contendersela a colpi di ingaggio, così da scrivere il nome di lei nel cast degli spettacoli in programma. Le luci della ribalta ne esaltano la straordinaria bellezza, nonché la facilità con cui riesce a interpretare i più disparati personaggi che le vengono affidati. Non c’è balletto nel quale non sia notata: non per come volteggia sulle punte, ma per quanto sa essere seducente.

A vent’anni è una certezza della danza, ma è consapevole che non potrà mai diventare una Sarah Bernardt: non sa cosa significhi il fuoco sacro dell’arte, ma questo è un dettaglio irrilevante per lei. L’incontro con lo scultore Alexandre Falguiére si rivela determinante, facendo di Cléo la prima icona moderna, una diva osannata ovunque e che lascerà un segno indelebile tra le divine di inizio Novecento. Dalla dotata ma alquanto mediocre ballerina, Falguiére fa scaturire un ideale femminile che da quel momento in poi renderà la Mérode un’artista inimitabile.

Falguiere-Cleo-de-MerodeCome? Al Salon du Printemps, Falguiére espone la sua Danseuse: nuda, esteriormente virginale, il viso inconfondibile di Cléo illumina il seno di marmo della statua, il ventre, le gambe. Tutti si chiedono: sublime o peccatrice?

Esplode uno scandalo enorme. La Mérode nega di aver posato per Falguiére e l’artista non si azzarda certo a smentirla, ci mancherebbe! L’opinione pubblica si divide fra chi non smette di ritenerla sublime, chi la giudica sfrontata, chi reputa che il suo fascino sia dovuto proprio a questo suo dualismo nell’essere divina e nel contempo peccatrice: una divina impurità, o un’impura divinità, si chiedono i suoi contemporanei.

Lo scalpore si esaurisce lentamente, ma alcuni mesi dopo lei torna di nuovo su tutte le bocche e sulle prime  pagine dei giornali. Leopoldo II del Belgio ha perso la testa per Cléo e si comporta come il più tenero e romantico dei corteggiatori: la sommerge di fiori e di gioielli, non perde una sua esibizione all’Opéra, l’accompagna nelle tournée, seguendola persino oltreoceano. La relazione segreta con l’anziano re,  ribattezzato nei salotti del vecchio Continente “Cleopoldo”, alimenta le malignità della gente sul conto del sovrano e della bellissima ballerina. Il sovrano se ne era innamorato assistendo a una rappresentazione dell’opera di Verdi, Aida, in cui lei, appena quindicenne, impersonava un’egizia. Leopoldo ha più di sessant’anni, è afflitto dalla pinguedine e potrebbe esse il nonno di Cléo, più che l’amante, ma la differenza d’età non è un cruccio che opprime la coppia, evidentemente. I due continuano a frequentarsi senza problemi.

benque-studio-cleo-de-merode-dancing-a-17th-century-danceLe cronache ci raccontano che la Mérode, più che il talento, ereditò dalla madre la rara e incredibile capacità di sfruttare al meglio il proprio invidiabile aspetto, ottenendo ricchi ingaggi sui palcoscenici di mezzo mondo, universalmente ammirata da immense folle di estimatori, il che allargò la sua fama addirittura in Russia e negli Stati Uniti. Nel 1914, quando il mondo che era ai piedi di Cléo agonizzava, i trionfi della danzatrice erano viceversa al culmine, Anche perché nel frattempo lei si era data al cinema e all’operetta. Durante il conflitto prese parte agli spettacoli della Croce Rossa, organizzati per i feriti delle Nazioni Alleate della Francia. Sentimentalmente, dopo la morte del re dei Belgi, si legò a un nobile francese che purtroppo morì in giovane età. Da allora la Mérode passò di relazione in relazione, senza mai sposarsi.

Era una creatura incantevole che posò come modella per diversi pittori, tra cui Giovanni Boldini, Edgar Degas e Toulouse-Lautrec, simbolo di un periodo storico fortemente godereccio che acclamava con fiumi di champagne le dive che si esibivano nei grandi teatri d’Europa e negli affollati locali notturni. I fotografi dell’epoca se la contesero con somme enormi e fecero a gara nel riprodurne le fattezze, che finirono, nonostante Cléo  fosse una demi-mondane (era la prima volta che accadeva) sulle cartoline illustrate di allora. I dagherrotipi che mostravano Cléo in varie pose raggiunsero i più remoti angoli della terra, eccitando la fantasia di migliaia di uomini adoranti che non ebbero mai la soddisfazione di poterla vedere davvero in persona: lei non visitò mai quei luoghi situati agli antipodi del pianeta.

167615_600Al grande Cecil Beaton, che la fotografò novantenne, Cléo raccomandò nel salutarlo: “Ricordatevi, sono molto civetta. Mi promettete di distruggere le foto venute male?“

Nell’abitazione parigina di rue de Téhéran, quella che era stata la donna più fotografata del primo Novecento, si era posizionata davanti all’obiettivo come se il tempo non fosse mai trascorso: di profilo, occhi bassi, labbra chiuse, le dita strette a sostenere il mento. Il viso non aveva perduto la grazia della gioventù, in effetti.

Beaton scrisse poi che non avrebbe barattato quell’ultima immagine “di una romantica stella“ con “nessuna delle nuove star del firmamento contemporaneo.“  L’affermazione di lui, fatta negli anni ’60, quelli cioè in cui il divismo cinematografico imperava e le star erano la Monroe, la Bardot, Audrey Hepburn, esplica un suo significato che rende ogni altra parola superflua. Perché Cléo fu soprattutto l’oculata manager di una carriera  costellata da gratificanti successi, sulla quale era stata indirizzata da Zenzy, la madre.

Cléo impiegò nella costruzione del proprio personaggio e nello sfruttamento della sua immagine, un’intelligenza e una sensibilità impareggiabili, tali da incarnare un’epoca e cristallizzare se stessa in un simbolo femminile assolutamente perfetto.

Quando morì, quasi dimenticata, era largamente sopravvissuta al mondo di cui era stata l’idolo incomparabile. Diede l’addio alla vita a Parigi, in un appartamentino modesto nei pressi del Parco Monceau.

OOO

biografiaMariangela Camocardi è nata a Verbania nell’immediato dopoguerra e ha sempre vissuto nella sua bella e amata Intra. Decide di cimentarsi nella scrittura, che rappresenta una sua grande passione, quando resta  priva di occupazione a causa della grave crisi industriale che colpisce l’alto novarese nel 1983.
C’è un sogno che da anni accarezza: riuscire a pubblicare un romanzo, perché scrivere è un’aspirazione cui ambisce fin dalla giovinezza. Finalmente le circostanze, seppure avverse, le consentono di verificare se possiede realmente le doti indispensabili a intraprendere un mestiere non certo facile.

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2 Commenti

  1. 15 marzo 2016 at 10:50 — Rispondi

    La vita fiabesca di una diva simbolo del suo tempo. Cleo, immagino, avrebbe applaudito questo nostro omaggio a lei e al mito che ha rappresentato.

    • Babette Brown
      15 marzo 2016 at 12:11 — Rispondi

      Mi affascinano queste donne che vivevano sopra le righe. E ho trovato incredibile la fotografia che la ritrae vecchia, ma indomita.

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