Casa D'AscaniRubriche

Casa D’Ascani: Che mondo sarebbe senza Matesi? (Ci va la virgola, dopo Matesi?)

Oggi Marito è al lavoro (a lavoro non si dice, remember, ché mi pare sia moto a luogo – il ché sta per perché, quindi vuole l’accento altrimenti sarebbe che: ari-remember) e quindi mi ritrovo (o trovo? Sarebbe più corretto forse) a scrivere e ad elucubrare (d eufonica, porcaccia zozza: no!) per conto mio sui mali del mondo e sui taccuini (mi ha sempre affascinato – o affascinata? – ‘sta – apostrofo per elisione – parola, perché è strana, con due c – ricordarsi di chiedere a Matesi perché: non mi va [e non và o va’, perché sono cose diverse] di cercare sul dizionario).

In ogni caso, oggi si parla di analfabetismo, e non funzionale, ma (la virgola prima del ma è un must!) proprio nel senso letterale del termine. Ché (me so imparata!) qua (ho visto gente scriverlo con l’accento, ma basta ricordarsi dei tre nipotini di Paperino) ormai scrivono tutti, e (qua Matesi mi fa il culo, però sto cambiando periodo e la virgola ci sta [tu chiamala se vuoi: una pauuuusaaaa], senza neanche pensare se sia (e ho letto gente che scrive è) giusto o sbagliato ciò che sta mettendo su carta (uso figurativo).

Ha ragione, mannaggia la paletta, ragione da vendere. Finché non sono arrivata al punto di poter selezionare i testi che giudico meritevoli di essere pubblicati (giusto l’altro giorno mi chiedevo quanto sarebbe interessante rendere noto alla prof di italiano e latino questo mio mestiere. Impallidirebbe? Direbbe: “Ah, ma lo sapevo!”? Uhm…) ho corretto il mondo (sempre uso figurativo, colloquiale [devo andarmi a cercare la regola della c e della q, perché mentre scrivo io dimentico facilmente e invece MI PIACE SAPERE cosa e perché]) e ancora mi chiedo: perché? Perché si è perso di vista il concetto: “Scrivere non è per tutti!”?

Fare il semplice lettore non basta: chiunque può narrare la propria storia, ormai, e se include un paio di manette e una mutanda da strappare ancora meglio. Tutti hanno dato la colpa alle Cinquanta Sfumature, e da (dà è verbo) una parte ci sta, è così (basta, l’anima da romana sta emergendo e io me so’ [elisione] rotta de sta’ [ari-elisione] a guarda’ [idem] er capello de quello che scrivo!), (la virgola dopo la parentesi sarà corretta o no? Queste so quelle pippe mentali che non mi si tolgono manco se me apro il cervello: c’è chi dice de sì [sì con la i accentata, altrimenti non è più affermazione: remember] chi dice di no… La verità ‘ndo [elisione] sta [e non stà o sta’, ché sono cose diverse]?), ma in effetti da dove è nata la convinzione di saper e poter divulgare storie manco fossero tutti menestrelli alla corte del Re?

Ai tempi si sarebbe parlato di giullari, per la maggior parte delle persone che ruotano e gravitano intorno al mondo dell’editoria, ma oggi? Oggi trovi “Pinca Palla Autrice” su una delle innumerevoli pagine di Facebook, e mica c’è scritto “mestiere – giullare di corte” nel sottotitolo, ma proprio “scrittrice” (due punti? No? Tornare sopra per la seconda rilettura prima di inviare). Dove sono le definizioni? Le scissioni? Qualcuno parla di meritocrazia, ma non è proprio così. Qui siamo andati oltre, temo. Qui (e non quì, dovrebbero saperlo tutti, e invece…) si tratta di mancanza di realtà, di obiettività (c’è chi ormai usa la doppia b, ma le correnti di pensiero sono labili come i cervelli).

Una volta un tizio mi ha chiesto se per scrivere un libro fosse proprio necessario sapere bene la grammatica. Ancora sto cercando gente per aiutarmi a risollevare la mandibola da terra (e non Terra, perché stiamo parlando del suolo che calpestiamo, non del pianeta su cui [o in cui?] viviamo. Si (e non sì) è perso di vista lo studio (matto e disperatissimo [e qua la gente capirà il riferimento a Giacomino solo perché c’hanno – e santiddio: hanno e non anno – fatto dei “meme” sui social… beata ignoranza]) il piacere di sapere, se non quello che si sta dicendo, almeno quello che si vuole divulgare. Ah! (e non ha, per cortesia), e (qua la virgola ci sta, perché ah! è un’esclamazione [apostrofo perché femminile: remember) non dimentichiamoci il fatto più importante: gli scrittori 2.0 (i numeri qui non solo hanno valore simbolico, ma rappresentano un riferimento al linguaggio moderno) non vogliono divulgare niente, scrivono per farci sapere che fanno di notte con i loro mariti (e mogli) facendo sfoggio della propria (o loro?) sapienza nei sapori e odori dei rispettivi corpi. Oppure hanno letto talmente tante volte Dylan Dog che si cimentano in improbabili gialli – noir – horror con le croci “affisse” sulla fronte (quando poi non mi chiedono di leggere un loro soggetto per proporlo alle case editrici di fumetti, ché io so femmina e non s’è ancora capito come cavolo ho (abbia) fatto a sta là [e non la – che poi magari se pensano che ho visto La la Land]).

Insomma: Matesi ha ragione? Certo che sì, ma il contagio dei “mestieranti” è talmente vasto che, temo, abbia (e non ha) perduto ogni possibilità di essere circoscritto. Colpa di internet? Colpa delle Sfumature? Colpa di Facebook e di tutti i mille mila gruppetti che non solo creano mostri, ma osannano vere e proprie coattelle che se la sentono così “calla” da andare a parlare con gente ben più grande di loro come se parlassero con la vicina? (Federica, a mamma, si dà del “lei” sempre, anche se si sta parlando con una persona più giovane o coetanea. Si tratta di rispetto: aspetta sempre che siano loro a invitarti a passare a un dialogo più informale [se avevo cinque anni era già tanto]).

Non so.

Di certo il problema è esteso a tanti, troppi campi (d’interesse, non da arare [anche se qualcuno a zappa’ ce lo manderei volentieri, de ‘sti – elisione – tempi]) e il fatto che chat e messaggi abbiano (e non hanno) appiattito il linguaggio e normalizzato i vari livelli di interazione sociale non gioca certo a favore della nostra lingua (scritta o parlata che sia). Però io ho una missione: dire alla gente analfabeta che lo è, a quella maleducata che lo è, a quelli che non si pongono il problema di chiedersi con chi stanno (stiano) parlando che sono idioti. Lo faccio, a costo di passare da stronza, perché per costruire una sola frase passo per Inferno, Purgatorio e Paradiso (rif. a Dante, a maggior ragione maiuscolo) e non tollero che chi non sa fare un semplice processo mentale osi mettersi al mio stesso livello. Presuntuosa? Be’, cavoli: sì.

Ok, è tornato Marito e mi tocca normalizzare l’ego (e non il mio ego, perché c’è già mi) ché m’ha pure sgamato un refuso sull’ultimo romanzo, porcaccia la miseriaccia!

namo puro noi a “sgamà” i refusi nei romanzi della D’Ascani?

 

Post precedente

Il Taccuino di Matesi: Siamo in maggioranza semianalfabeti?

Post successivo

Bologna Eventi: Roberto Carboni presenta la "sua" follia

Federica D'Ascani

Federica D'Ascani

1 Commento

  1. Federica D'Ascani
    28 febbraio 2017 at 14:29 — Rispondi

    Aahuahaua sull’ultima riga, giuro che sono rotolata dalla sedia! ahuahauah

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *