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Casa D’Ascani: Topolino e Goldoni, due di noi

«Ma tu pensa… Ammazza se so ignorante! Se non fosse pe’ Topolino…»
«Cominci a straparla’ dopo due settimane a casa cor piccoletto?» la apostrofa Marito rientrando dal lavoro.
«Sarebbe na cosa normale, che dici? Dopo una giornata passata a senti’ “mammaaaa” te esauriresti pure te… No, comunque stavo a riflette sur pezzo de Matesi

«Ah, già, è martedì…» commenta lui, incamminandosi verso la cucina per fare merenda. Che rientri alle cinque o alle sei del pomeriggio, la sostanza non cambia. Così come non cambia il fatto che Attila, con o senza febbre, lo segua per cercare di accaparrarsi qualcosa da sgranocchiare.
«Sì… E come ogni inizio settimana, me batte l’occhio» ribatte lei, cercando di resistere all’impulso di cavarsi il bulbo dal’orbita. Sarà n’ictus? O magari qualche cosa brutta? C’ha n’ansia… Che poi le dicono che n’è vero, che n’è possibile, che è troppo giovane pe i tumori, troppo grande per altro… Poi però la gente condivide la gente morta pe questo o quello su internet e a lei je prendono i cinque minuti di depressione nera. Deve stacca’, deve spegne tutto: è quella macchina infernale che je fa male. Fino a che faceva la fruttarola nel lager, ste cose non je capitavano, e manco c’aveva er tempo de pensacce. Deve smette, cambia’. «Comunque oggi se parla de rusteghi…»

«Roba che se magna? Sete passate alle ricette?» chiede lui, girandosi, mentre sulla fronte si formano tantissime rughe di espressione. Oddio, ma che so le sue? Sta a invecchia’? No… stanno a invecchia’ tutti e due…  Oddio, ansssssia.
«Pure se so mezzi veneti e rusteghi potrebbe assomija’ a “rosicotti” come li chiamate voi, Goldoni pensava a quarcos’arto… Pe capisse, er corrispettivo moderno de “burinozzi”» spiega lei, anche se è cosciente del fatto che la definizione sia poco esaustiva e fin troppo semplicistica. «Però  ammetto che è na fortuna er fatto de parla’ spesso e volentieri co tu nonna: capisco tutto quello che scrive Goldoni senza bisogno de andamme a cerca’ er significato delle parole. Tu nonna me fa scuola, tra mantovano e lingue ibride» ridacchia lei, scuotendo la testa.
«Eh… Questo perché i maccaresani ne sanno sempre una più der diavolo… ‘Nsomma, che c’entrava Topolino?»

«C’entra che come ar solito io la commedia citata da Matesi se l’ho letta, l’ho fatto in primo o secondo superiore e non me ricordo na mazza, tranne tutta la spiegazione der canovaccio ideato da Goldoni…»
«Faceva il lavapiatti sto tizio?» chiede lui, ma ride: ma le battute spassose, proprio…
«Mejo che manco te rispondo» replica lei, con una smorfia; Attila le si è messo in braccio, in piedi, per meglio cincischiarle i capelli. Sente che sta per esplodere, ma respira una, due, tre volte: è suo figlio, lei è una madre. Il piccolo sono due settimane che sta a casa malato, è normale… Normale… Normale… Santiddio, un altro “mamma” e lo frulla come un milkshake!

«Vabbe’, allora?» riprende Marito, sciacquando le posate. Lei quasi non se ne è resa conto, ma lui ha lavato tutti i piatti del pranzo. Col piccoletto attaccato come un koala era quasi impossibile.
«E niente, praticamente m’è venuto in mente che la storia raccontata da Matesi io la conosco comunque… e grazie a quei santi sceneggiatori de Topolino! C’hai presente l’enciclopedia dei classici Disney co cui tu fijo fa la pista pe le macchine dalla porta al divano?» chiede lei, scoccando un’occhiataccia al figlio al pensiero di come tratta le SUE cose.
«Mbe’?» incalza lui, passando a tagliare un po’ di melanzane per la cena.
«Eh… c’è tutta la commedia de Goldoni in chiave topesca! So’ dei fenomeni… E quindi, praticamente, nonostante non me ricordi una mazza dell’opera originale, conosco la storia» ride lei, soddisfatta.

Carlo Goldoni

«Scusa se te lo dico, ma non me sembra la stessa cosa…»
«Lo so pure io» ribatte lei, indispettita. Ogni tanto Marito somiglia alla sua profdi latino, e la cosa non le piace. Sto continuo ribatte… Uff! Ma un sano rustego come lei? Perché lei è proprio come quei tizi, lo riconosce. Cioè, magari non in tutto e per tutto, ma na bona parte. Oddio, no, Marito un rustego anche no. Pure se fosse come sostiene Matesi, che alla fine so persone innamorate delle mogli, ma convinte de potessela comanda’ come vonno sempre e comunque… Ma tu pensa se Marito prova a daje na bastonata. Ma un calcio in culo, sai ndo te lo manna? No, no, ha già dato in passato… Non c’è confronto, proprio. Meglio avecce la rivisitazione della professoressa Gallio, piuttosto che un… rustego.

«Senti, a me me batte l’occhio» se giustifica lei dopo un po’. Marito, giustamente, non capisce che c’entra, e la guarda interrogativo.
«Ner senso che non posso legge tutto quello che vorrei e devo fa na selezione. E adesso la mia parte de aulicità ce l’ho con Federica Soprani. Esce tra un paio de giorni e ancora non so riuscita a legge i racconti, tra na cosa e l’altra, e pe fallo devo impiega’ tutti i neuroni a disposizione perché scrive come Dante.»
«Me sa che n’è roba che fa pe’ me» commenta Marito, accendendo il forno.
«Te sottovaluti.. sei molto meglio di come te pensi» je dice lei, sinceramente convinta, «anche se me rendo conto che un’antologia che t’attacca cor Cristo velato n’è lettura pe tutti. Sarebbe bello lo fosse…»

«Vabbe’, nsomma, che dici de sti rosicotti?» torna a bomba lui, sedendosi sul divano dopo aver avviato la cena.
«Che menomale che quarcosina è cambiata, da Goldoni a oggi. Giusto quarcosina, però, e solo in qualche parte der monno. Se vai a vede’, da un sacco de parti ce sta ancora chi combina matrimoni, chi dà la figlia minorenne a omini de 50 anni, chi bastona le moji (e pe quello non tocca anna’ manco troppo lontano da casa nostra) o chi se pensa de esse er “bocio” della situazione. Insomma, me piacerebbe di’ che nei secoli e secoli de progresso quarcosa è cambiato, invece secondo me stamo pure peggio. Alla fine quelli descritti da Goldoni erano dei “sempiotti” ma con l’amore verso la famiglia. Oggi non so… Non me pare ce sia la stessa cosa.»

«Ecco che riparte cor momento depressione mode on» commenta lui, accendendo la tv.
«E niente… te posso pure esartà, ma rimani sempre n’omo» commenta lei, sconsolata, rassegnandosi a chiudere il pc e dare retta ad Attila. Arrivera’ na femmina, dentro quella casa, a pareggia’ i conti, no?!

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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