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Casa D’Ascani: Era una mattina buia e tempestosa

Era una mattina buia e tempestosa, e la dolce donzella che abitava in quel di Black Pass (Passoscuro) si muoveva svogliatamente tra pc e divano. Un’anima in pena, un leone in gabbia, una…

«Ma non c’hai niente da fa, invece che annà in giro come la figlia de Samara in The Ring da na stanza all’altra?» je fa lui. Ah, già, sta in ferie. Le ferie natalizie.
Yuppi, gioia e tripudio e gaudio. Che poi, per carità, è fantastico e siamo tutti contentissimi, ma quando stai pe finì un romanzo e te se piazzano l’omini de casa a giocà col camion dei pompieri sotto ai piedi non è che c’hai tanto da sta a inventà: molli tutto e se ne riparla a gennaio. Inoltrato.

«Dovrei stende i panni, dovrei ritirà i panni, dovrei pulì il bagno, passà lo straccio, stirà qualcosa» fa lei, lasciandosi cadere sul divano accanto a lui «e poi c’è da dà na sistemata alla camera da letto, alla cameretta… Ah, e ai terrazzini…»
«No sfacelo» dice lui.
«No: te» replica lei, con una smorfia. «C’è che ce stai te che sporchi, che te movi, che te cambi, che te vesti…»
«Te potevi mette co ‘n soprammobile» replica lui, indispettito. Ma non troppo. Lui è sempre pacato, sempre al di sopra delle parti. I nervi… Cioè, già c’hai il mondo da fa e non te va, manco na sana litigata… Vabbe’, accontentamose.
«Bisogna spolverallo, il soprammobile» je fa notà lei, guardandolo di sguincio. Sospira. «Ma no, è che sto a pensà all’articolo de Teresa. Quello sul figlio del diavolo della Heyer. Ovviamente, pure quello, mai letto. Io sul diavolo c’ho il saggio, c’ho i libri de magia nera e bianca, il processo pe stregoneria…»
«Il reparto proibito, insomma» commenta lui, ridacchiando.

«Na mezza specie» ne conviene lei, lasciandosi contagiare con un ghigno complice. «La sezione biblioteca de quanno volevo diventà Wiccan… Però stavo a pensà… Cioè, tipo: ma non potevamo nasce un sacco de anni fa? Io c’avevo quelle che pulivano tutta casa e te… te ne annavi in giro pe i peggio bar de Caracas a fatte de rum?» sogna lei.
«Eh… E chi lo pagava er mutuo?» la rimbecca lui.
«Boh, tipo mi padre. O er tuo, me sa che è pure più veritiero…»
«Sì, co le verze dell’orto. E poi, scusa, ma n’eri te quella che tempo fa me raccontava de queste che se lavavano na vorta all’anno, che se asciugavano i capelli davanti ar foco, che c’avevano la lanuggine sulle gambe, che facevano pipì in piedi mentre chiacchieravano al parco? E l’omini che c’avevano i denti neri e litri de profumo pe coprì la puzza de sudore?»
Silenzio.
La nausea.
La nausea ovunque.
«In effetti…» commenta lei, storcendo la bocca.

«Ao, ma ndo sta er vero figlio der diavolo?» je fa lui, aggrottando la fronte. Il silenzio, in una casa coi ragazzini, non è mai una bella cosa. Lei già se immagina i rotoli de carta igienica fino al garage, il comodino suo svuotato sul letto,  i muri graffitati coi pennarelli superlavabili (che valli a levà dall’intonaco, però) e mille danni più uno.
Scattano insieme, corrono verso la cameretta, e trovano il piccolo e dolce Attila che s’è costruito un fortino sotto al tovolino dei paw patrol e se sta quasi a addormentà sul cuscino gonfiabile che arriva da non se sa bene dove (je l’hanno regalato in farmacia? Se l’è fregato a casa della nonna? Ogni tanto se ritrova co roba dentro casa che la canzone “Cleptomania” assume nuovi significati, negli occhi innocenti del piccolo demonio.)
«Rianimalo, prima che s’acchioppa» fa lei, ciabattando verso la cucina. «Se s’addormenta adesso stanotte ce fa vedé tutti le legioni dell’inferno, capo compreso. Altro che figlio del demonio e spiegone finale…»

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