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Casa D’Ascani: E venne il secondo giorno

«E venne il secondo giorno, e la D’Ascani si disperò, come ogni martedì, davanti al Taccuino più famoso del web! E non fu più in grado di riflettere, di parlare, di formulare una…»

«De che stai a parlà?» fa Marito, entrando in scena col solito sopracciglio alzato davanti a cotanto sfoggio di melodrammaticità. Applausi a scena aperta per il personaggio. Ormai è lui la star, si sa (Matesi, sotto banco, me l’ha pure detto – che rimanga tra noi!)
«Del Taccuino de Matesi, de che?» ribatte lei, sovrastando quegli infingardi che l’hanno tradita preferendo Marito. Lancia un’occhiataccia alla platea, poi si ricompone. «C’ho l’impressione che quella donna sappia esattamente cosa fare per mettermi in crisi. Secondo me è n’hacker sotto mentite spoglie. Della serie “Te pensi che so ‘na signora in pensione che legge romanzi d’amore e scrive recensioni al vetriolo, e invece tiè: ve spio tutti e ve becco in castagna!”. È frustrante, anche perché sto giro parla de Lidia che io conosco pure dal vivo. E la adoro.»

«Ma non l’hai letta» sentenzia Marito, sgranocchiando un cracker; Attila, pur di accaparrarsi la sua dose di cibo al minuto – mangia come un anaconda quel ragazzino! – inizia a scalarlo manco fosse un Baobab… Altro che George, scimmia curiosa…
«No, non l’ho letta. Non scrive dei generi che mi ispirano, devo essere sincera, però so che scrive benissimo e la consiglio in giro. Sai quando vai a fiducia? Poi, voglio dire, se lo dice Matesi, c’è pure da fidasse. Il fatto è che tolto un estratto di Rehab, io non ho pigiato il ditino sul compra e… Boh, non so manco dirti perché non l’ho mai letta. O forse lo so, e la cosa mi indispettisce» dice lei, leccandosi i denti con fare assassino. Si sta alterando perché è cosciente di essere entrata nella rete dei pesci frallocconi.

«Che te sta a passà pe’ quella testa matta che te ritrovi?» chiede allora Marito, prendendo in braccio Attila che nel frattempo è riuscito nell’impresa e chiede altro cibo tipo Visitors.
«C’hai presente come funziona la pubblicità in tv? Tipo che la fanno idiota e te la passano settordicimila volte al giorno, e tu per pura curiosità, perché vuoi avere la possibilità di dire che quel prodotto fa schifo come la pubblicità, vai e compri quello che è stato sponsorizzato?»
«Eh… No, a me non è mai capitato, ma vabbe’.»
Marito ogni volta la stupisce, perché lei lo sottovaluta. Lui è più intelligente di lei sotto molti punti di vista.
«Io sì» ammette, non senza un moto di stizza. «È come se mi sfidassero, e io devo provare che è come dico io…»
«Ma chi te lo fa fa…»
«L’ulcera» ribatte lei, lo sguardo imperturbabile.

«Vabbe’, vai avanti» la sprona lui, con un mezzo sorrisino che lei conosce bene. È quel cavolo di atteggiamento condiscendente che la fa andare in bestia, ma che la rende pure cosciente del fatto che c’ha ragione lui: è stupida quanno spegne il cervello.
«Insomma, sta gente fa parlare di sé, dei propri prodotti, porta avanti pure la propria ignoranza, spesso e volentieri, ti provoca e ottiene il risultato. Che poi ci sia arrivata con mezzi molto discutibili non interessa a nessuno, tantomeno a chi dal prodotto ci deve tirare fuori un utile. È così che funziona coi libri. Io mi ritrovo nel kindle roba da far accapponare la pelle, estratti che manco in discarica vorrebbero. Però li ho. E non ho quelli di Lidia. Che invece scrive bene, ha pure storie interessanti, a quanto mi dicono.»
«Allora dije de fasse pubblicità» dice Marito, sollevando le spalle. La guarda come se non capisse il punto. Non lo capisce, e lei fatica a spiegarsi.
«No, non è questo. Lidia si comporta come si dovrebbe fare. Alla fine io pure non mi sponsorizzo da nessuna parte. Non mi va, so pigra, e preferisco parlare di altro quando sto a contatto con la gente. Avere un amico scrittore, a volte, equivale ad averne uno che vende “Folletto” o la roba di Herbalife. Due palle così. No, il fatto è che la mente umana funziona male perché ci hanno abituato a ragionare in modo sbagliato. Più uno è idiota, più l’altro lo segue solo per il gusto di dirgli: guarda che sei idiota. Ma se tutti si limitassero a ignorare quel tizio, forse ci sarebbe pure più meritocrazia. Parlo in generale, eh?»
«Vabbe’, così non ne esci più» dice Marito, che intanto gioca ai dinosauri con Attila.

«Lo so… Ma com’è che a quel dinosauro je manca un braccio?»
«Perché tu fijo l’ha staccato.»
«Ma da do’ esce fori quer coso, oltretutto, che n’è mai stato nostro? Non me ricordo de avello comprato…»
«L’ha fregato a casa de mi madre.»
Silenzio, sguardo basso, rossore sulle guance.
«Perché… Perché…»
«Ao, non me ne so accorto, vabbe’? Stavamo già in macchina quanno ho visto sto coso verde» si difende Marito, punto sul vivo. E lei ha un’illuminazione. Loro due si compensano. Dove non arriva uno, ci sta già l’altro. E adesso Marito sa che la prossima volta controllerà Attila prima di portarlo via da casa della nonna, più che altro per non sentire lei che gli fa la ramanzina. Ed ecco la soluzione.
Leggerà la Calvano.

Perché? Perché se uno è stupido, non significa che deve rimanere così a vita. Se esiste qualcosa che lo fa ragionare, fosse solo una piccola frase o una parola, ha la possibilità di cambiare prospettiva. E allora ecco che esiste l’evoluzione. Mo non è che sta a pensà che Lidia sia er Darwin della situazione o che le piacerà sicuramente, ma almeno adesso ha capito che se la gente scrive robaccia, non c’è manco da stacce a perde tempo pe’ diglielo, mentre se si ha il sentore che tizio scrive bene… si possono spendere due spicci per lui. Questa è meritocrazia.
«Ao, ma lo sai che ho scoperto de esse intelligente?» fa lei con un sorriso.
«Hai capito che fa pe’ cena?» chiede lui, poi ridacchia e ricomincia a gioca’ co Attila.

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