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Canto alle stelle, Maddalena Cafaro

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Puoi anche scegliere di ripagare questo dono con un gesto di solidarietà.
Alla fine del racconto, decidi, ma che ti sia piaciuto oppure no, rifletti.

Il secondo racconto ce lo offre Maddalena Cafaro. Si tratta di “Canto alle stelle“. Dolce e malinconico.

La terra era umida e il suo odore ricco di vita si univa a quello dell’erba tagliata. Una madre camminava mano nella mano con la figlia, risalendo la collina.  In cima gli anziani stavano allestendo un grande falò.
La bambina si muoveva silenziosa, osservava il cielo terso e cercava di non bagnare il vestito nuovo.
«Questi sono i nostri anziani, i custodi della nostra storia, sii rispettosa verso di loro.» La madre strinse a sé la figlia, mentre si avvicinavano.
Alcune coperte erano state disposte in cerchio intorno al fuoco. Un secondo anello venne improvvisato da un gruppo di seggiole spaiate. Chi arrivava si recava da tre uomini. Avevano lunghi capelli bianchi, sedevano su sgabelli di legno intarsiato, simbolo del loro ruolo: erano i saggi della tribù. La gente portava ciotole di cibo o sacchetti con semi, ricevendo quindi il permesso di accomodarsi.
La donna attese il proprio turno insieme alla bambina, avvicinandosi poi al più anziano dei tre; estrasse quindi dalla borsa un involucro e lo porse al vecchio.
L’uomo aprì il pacchetto e ne ammirò a lungo il contenuto, poi, con il consenso degli altri due, indicò il posto alla propria sinistra. Entrambe si sedettero, l’una di fianco all’altra.
«Questo è un grande onore, il dono che abbiamo portato è piaciuto.» Si strinsero nell’umidità che il falò non riusciva ancora ad asciugare.
«Cosa ne sarà della nostra coperta?» Chiese la bambina, guardando con apprensione la trapunta che spuntava ora da una borsa, ai piedi del capo tribù.
«Verrà recata in dono a una famiglia che ne avrà bisogno.»

«Mamma, perché qui non ci sono altri bambini?» Ora la sua attenzione era stata catturata dalle persone che chiacchieravano a bassa voce.
«Non tutti i giovani possono ascoltare i canti e le leggende. Per te è stata fatta un’eccezione. Ora resta in silenzio e ascolta.»
Gli ultimi raggi del sole lentamente scomparvero dal cielo, lasciando una scia di colori; il crepuscolo accompagnava gli ultimi preparativi. Vennero gettati nel fuoco altri ciocchi di legno, le fiamme si alzarono verso il cielo e le scintille volarono nell’aria.
La notte calò intorno a loro, il cielo era terso, il frinire delle cicale un dolce sottofondo. In lontananza si udiva il richiamo dei coyote.
Gli anziani avevano lasciato alla loro destra un posto libero.

«Questa è la prima notte di luna nuova» iniziò l’uomo che aveva accettato il dono dalla donna. «Come è nostro costume in questa occasione, cantiamo di antiche leggende, perché la storia non venga dimenticata e i giovani imparino. Io sono Piccolo Lupo e questa sera vi parlerò del canto alle stelle e alla luna.»
L’anziano lanciò una manciata di erbe nel fuoco, un fumo denso e sottile si innalzò verso il cielo.
Madre e figlia guardarono le spirali eteree scomparire nell’aria. Un bisbiglio si propagò tra i presenti, accanto al vecchio saggio aveva fatto la sua comparsa un lupo in carne e ossa. Il suo manto era grigio come le nuvole cariche di pioggia, gli occhi chiari come il ghiaccio.
L’uomo sorrise all’animale quasi fossero vecchi amici. La madre sussurrò alla figlia: «Il Grande Spirito ci ascolta.»
La figlia annuì, ma era troppo concentrata nell’ammirare quella bestia regale che aveva visto sempre e solo sui libri; avrebbe voluto accarezzare quel pelo, sentirne la consistenza sotto le dita.

Piccolo Lupo si schiarì la voce e si alzò, per far sì che tutti lo vedessero.
«Questa sera celebreremo il sacrificio di una madre e di una figlia, rammenteremo di un periodo antico in cui non c’era l’abbondanza che abbiamo oggi. Ricordate e pregate, affinché quei giorni non si presentino ancora. C’è stato un tempo in cui  le guerre proliferavano nella vana speranza di conquistare cibo e acqua. I territori erano contesi. Gli amici divennero nemici, il tradimento si insinuò persino in seno alle famiglie stesse. Fu un periodo di oscurità, la speranza cedette il posto alla disperazione e al sospetto, l’amore fu dimenticato in favore dell’odio. Furono momenti di grande difficoltà e il dolore serpeggiava ovunque. In una notte, limpida come questa, sulle rive di un fiume, una madre sedeva sulla terra arida; tra le braccia giaceva sua figlia. La fame e la sete avevano debilitato la bambina che ora stava morendo. Il canto della giovane donna squarciò la quiete di quella notte: cullò la figlia sapendo che presto il suo spirito avrebbe abbandonato quel corpo ancora fanciullo.»
Piccolo Lupo si fermò, lasciò scorrere lo sguardo sui presenti. Per un solo istante, lo sguardo dell’anziano incrociò quello della bimba, poi l’uomo riprese con un tono di voce ancora più grave di quello usato fino a quel momento.
«Il dolore e l’amore erano la musica che accompagnava la sua disperata preghiera: “Grande Spirito, la tua voce è nel vento, tu nutri ogni forma di vita nel mondo, ti prego ascoltami! In questa notte, sono qui con il mio sangue e la mia carne, mi mostro nel mio dolore a Nonna Luna. Oh! Grande Spirito, non so cosa abbiamo fatto per farti adirare, sono solo una madre che vede la propria figlia lasciare queste terre prima ancora che possa averle calpestate. Nonna Luna, intercedi per me, ti offro la mia vita e quella della mia bambina, affinché nessun’altra madre debba soffrire come me ora.” Quello fu il canto alle stelle, una preghiera che racchiude in sé un sacrificio.»

Il silenzio abbracciava i presenti, interrotto solo dal crepitare del legno; persino le cicale avevano interrotto il loro frinire. «Il Grande Spirito è sempre stato giusto. Quella notte inviò un messaggero, un lupo dal manto d’argento che parlò alla donna.»
Lo sguardo dei presenti corse al lupo disteso ai piedi del capo tribù: era mansueto, le orecchie attente ai rumori circostanti, il muso appoggiato sulle zampe.
«Donna, il tuo dolore e quello della tua bambina hanno commosso il Grande Spirito e con lui Nonna Luna che vi accoglierà in cielo, così potrete restare sempre insieme. Non temere, le tue sofferenze sono terminate e con esse quelle del tuo popolo. Che il tuo sacrificio non venga mai dimenticato.»
Piccolo Lupo lanciò nel fuoco un’altra manciata di foglie secche, che bruciando liberarono un pungente aroma di salvia.
«In ogni notte limpida come questa, ci basta alzare gli occhi al cielo, e possiamo vedere la Grande Orsa con la sua Piccola Orsa illuminare il nostro cammino. Il dolore di una madre e di una figlia hanno salvato un intero popolo. Questa sera noi ricordiamo, questa sera onoriamo quel sacrificio. La vita non termina quando la nostra carne cede. Il Grande Spirito ha un disegno per ognuno di noi e noi possiamo contribuirvi con la vita o con la morte, accettandone il Fato. Quella madre rinunciò alla propria vita pur di non abbandonare la figlia ed evitare così che altre madri potessero soffrire in quel modo. Lo spirito di chi ci è caro resterà sempre con noi, nonostante la perdita: negli oggetti, nei ricordi, nel profondo del nostro cuore.»

Piccolo Lupo si sedette, l’animale che fino a poco prima era ai suoi piedi era scomparso. La madre strinse la mano della sua bambina che la guardò.
«Ho capito mamma. Sai, stavo origliando quando il dottore ti ha detto che la chemio non funzionava. Vuol dire che farò come Piccola Orsa, ti aspetterò tra le stelle.» La figlia si strinse alla donna cercando di infonderle coraggio.
«Sono così orgogliosa di te, sei degna del tuo nome e io sarò degna del mio. Un giorno noi due staremo di nuovo insieme e illumineremo la terra con la nostra luce.»

La luna era alta nel cielo stellato, del grande falò erano rimaste soltanto le braci, quasi tutti erano ritornati alle proprie case, soltanto i tre anziani erano rimasti.
Piccolo Lupo prese il fagotto che gli era stato donato: una coperta patchwork al centro della quale c’era una foto che ritraeva una bambina dai lunghi capelli corvini intenta a ridere di gusto.
«È un vero peccato che Grande Orsa Bianca debba dire addio a sua figlia così presto, non è possibile che i dottori si siano sbagliati?» A parlare era stato uno degli altri anziani.
«No, Piccola Orsa presto non sarà più con noi. I genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai propri figli. Purtroppo non ci è dato di scegliere.»

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Maddalena Cafaro nasce a Salerno nel 1977, ha vissuto a Battipaglia fino a quando per amore non si è trasferita al Nord, scrittrice di dark fantasy ha esordito a febbraio 2016 con Rizzoli nel romance, genere con il quale alterna e nutre la sua vena creativa.

Maddalena Cafaro collabora da tempo con il Blog. Sono sue molte delle recensioni che vi compaiono. La trovate su Amazon.

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3 Commenti

  1. 30 agosto 2016 at 14:12 — Rispondi

    cuoricini per Maddalena 😉

  2. Fernanda Romani
    31 agosto 2016 at 14:16 — Rispondi

    Molto toccante 🙂

    • Babette Brown
      31 agosto 2016 at 14:34 — Rispondi

      Anche il racconto di Castellani & Falcone non scherza…

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