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Bella mia, un racconto storico di Maria Masella

Siamo abituati a fare un regalo a chi compie gli anni. Non accade mai il contrario. Mi correggo: quasi mai. OGGI, è il compleanno di Maria Masella. E questo racconto, che si intitola “Bella mia”, è il suo regalo per gli affezionati lettori.

Dietro le quinte…

All’inizio del 2011 Marzio Biancolino mi propose di scrivere un racconto di argomento risorgimentale per un’antologia da pubblicare nella collana Classic Mondadori.
Per Mondadori avevo già scritto parecchi romance storici, tutti di ambientazioni italiana e ottocentesca, ma l’ultima pubblicazione era del 2006: in quei cinque anni mi ero dedicata al noir e al romance contemporaneo.
Avevo accettato per due motivi: scrivere romance storici mi divertiva (e ancora mi diverte) e nella stessa antologia sarebbero comparsi racconti delle due autrici che mi avevano fatto scoprire quel genere, Mariangela Camocardi e Roberta Ciuffi.
Ma cosa scrivere? Quando non ho idee le cerco. Dove? Girando.
Palazzo Ducale, Torre Grimaldina, le carceri. La cella dove fu rinchiuso e (dicono) si suicidò Jacopo Ruffini. Non era la prima volta che visitavo la Torre (dall’ultimo piano la vista è meravigliosa) e neppure le carceri (strazianti).
Quando uscii, sapevo in quale momento del Risorgimento (sono ancora una che lo scrive maiuscolo) avrei ambientato la mia storia: nell’ottobre del 1833, uno dei momenti più bui.
Se scrivo storici (anche se banali romance) è perché mi piace la Storia e documentarmi con precisione. Il Risorgimento non è stata una passeggiata in carrozza, ma un periodo travagliato, segnato anche da contrasti fra gruppi che, a pensarci bene, avrebbero dovuto essere alleati. Gli anni intorno al Trenta segnano il tramonto della Carboneria e l’affermarsi del movimento mazziniano, il passaggio non fu indolore, non fu soltanto un cambiamento di nomi.
Ed è in quel clima che ho ambientato la mia storia d’amore fra una giovinetta borghese mazziniana e un uomo di mare che dalla politica, dai carbonari, si è sempre tenuto lontano.
Quando l’ho scritto, ero reduce da molti Mariani, quindi lui si chiama Antonio Morego (ho conservato le iniziali e una località di nome Morego esiste e dove l’ho collocata) e lei è Francesca Lunardi (cognome abbastanza comune nel genovesato e comincia per Lu…)
Tutte le vie indicate sono reali e all’epoca avevano quel nome.
Strada Nuova è l’attuale via Garibaldi. La pasticceria Villa esisteva già e c’è ancora.
Gazaria era il nome del vecchio dazio ai tempi della Repubblica, conservato dai Savoia.

Genova, Regno di Sardegna, ottobre 1833

Aveva appena lasciato Piazza delle Oche, dove aveva ritirato una copia della “Giovane Italia”, quando li sentì arrivare.
Il rumore degli stivali d’ordinanza sull’acciottolato era inconfondibile e metteva i brividi.
Si addossò a un portone di Vico dell’amore perfetto sperando che passassero oltre. Si erano fermati. Dovevano essere in Piazza delle oche! Cercavano Nino!
Si calcò meglio il berretto in testa, controllò che il giornale proibito fosse ben saldo sotto la camicia e corse fuori.
Cominciò a correre lungo il carruggio, su, verso la collina, lasciandosi il mare alle spalle.
Ma quando credeva di essere in salvo, nel silenzio li sentì all’improvviso, dietro di sé…
“Non devo lasciarmi prendere dal panico. Devo correre, correre veloce.” Se lo ripeté cercando di non pensare a cosa sarebbe successo se fossero arrivati mentre era da Nino. “Non devo pensare alla Grimaldina, devo correre.” Anche se era difficile non pensare a Jacopo Ruffini, che, pochi mesi prima, rinchiuso nella Grimaldina, la torre di Palazzo Ducale, si era tagliato la gola per non tradire.
Correre, correre, sentendo quei due dietro. Era in Vico dei Greci e da lì poteva salire verso i Quattro Canti di San Francesco, tagliare Strada Nuova… Poi la salvezza sarebbe stata vicina.
Ma il fianco doleva sempre di più… Una fitta da togliere il respiro.

Antonio Morego si sistemò meglio il giaccone da marinaio e alzò gli occhi a scrutare il cielo. Era limpido, stellato e prometteva tempo buono per il giorno seguente. Aveva cenato bene, alla solita trattoria ai Quattro Canti di San Francesco, dove si fermava sempre quando era a Genova. Ora scendeva verso il porto, perché, per dormire, preferiva la sua tartana.
Sulla terra ferma dormiva male, mentre il rollio del mare lo cullava meglio di una ninna nanna, come diceva, ridendo, a chi dubitava della sensatezza della sua scelta.
Ma lui era uomo sensato. In nessun posto un uomo sta meglio che sul suo!
Accese il mezzo toscano quotidiano, infilò le mani nelle tasca del giaccone da marinaio e sospirò di soddisfazione.
Ne aveva fatta di strada da quando si era imbarcato come mozzo, partendo proprio da Genova, lasciandosi il vuoto alle spalle. Sudando, lavorando e rischiando fino a diventare proprietario di una tartana!
Un po’ di contrabbando aveva aiutato… Certo, con i nuovi controlli della polizia sarda che si era aggiunta alla vecchia Gazaria, era sempre più difficile aggirare il dazio. Ma non era uomo da perdersi d’animo: individuato il problema si metteva d’impegno a trovare la soluzione!
L’aveva individuata in una baia appartata, quattro miglia a levante della Foce del Bisagno. Era ben protetta da due pennellate di scogli e aveva comodi accessi per l’interno. Ci si fermava al largo e si provvedeva facilmente a caricare e scaricare, secondo i casi.
“Forse non tutto il male vien per nuocere” si disse Antonio. “Se arrivano meno merci, quelle che riescono a passare aumenteranno di prezzo. Forse riuscirò a comprarmi un’altra tartana da affidare al mio secondo, dividendo i guadagni.”
Antonio era soddisfatto di sé, del suo presente e dei progetti per il futuro.
Fece un cenno di diniego a una donna che gli si era accostata proponendogli di appartarsi nel suo basso. Le donne gli piacevano e non aveva niente contro quelle che facevano sesso per mestiere, ma aveva voglia di tornarsene sulla “Bella mia”, la sua tartana. Evitò la via più larga e si buttò in un carruggio, per far prima.
Lo vide appena svoltato l’angolo.
Correva nel vicolo, scivoloso per la pioggia del giorno precedente, quasi senza toccare terra. Berretto ben calcato in testa, braghe informi e  giacca oltre i fianchi.
L’aveva a un passo quando vide due gendarmi appaiati sbucargli dietro. Lo inseguivano.
Antonio riconobbe la paura e anche la determinazione a non farsi prendere. Subito dopo sentì l’affanno: quello aveva dato fondo alle energie. Si teneva anche una mano sul fianco.
Pochi minuti e l’avrebbero catturato.
Un ladruncolo? Probabilmente, forse faceva da palo a qualcuno più esperto ed aveva avuto paura.
Antonio non avrebbe saputo spiegare quale diavolo balzano lo spinse ad acchiapparlo al volo e tirarlo dietro di sé nel portone.
Il fuggiasco era piccolino e Antonio, con il suo uno e ottanta abbondante e la sua stazza atletica, lo nascondeva a meraviglia. — Zitto e buono — intimò a fior di labbra con il tono che usava con i suoi marinai.
Quello obbedì e si addossò nell’ombra.
I due gendarmi erano già lì. Antonio fumava tranquillo. Tirò una boccata, poi, con una bella nuvola di fumo, chiese cosa succedeva.
— Inseguiamo un ragazzetto.
Antonio indicò un vicolo che portava a mare. — Per di là.
E restò fermo a guardarli mentre riprendevano l’inseguimento.
Poi si scostò. — Vieni fuori.
Nessuna risposta, allora infilò una mano nel buio e agguantò un braccio. — Vieni fuori, dannazione! E, per campare, cercati qualcosa di meglio del furto… — Di fronte al silenzio del ragazzino si sentì irritato e, subito, dispensatore di inutili prediche a buon mercato. Così aggiunse, d’impulso: — Se la fatica non ti spaventa c’è la mia tartana, a Calata Mandraccio. “Bella mia”, si chiama, e se non sai leggere chiedi e te la fai indicare. Vieni e un posto da mozzo te lo trovo.
Ancora silenzio.
Alla luce del sigaro vedeva soltanto due occhi spaventati e insieme decisi.
Gli lasciò il braccio ed esclamò: — Belin! Fai quello che ti pare!
Quello sgusciò via come la folgore correndo su verso Strada Nuova.
“Scelta scema ed imprudente” si disse Antonio Morego. “Un fuggiasco evita le vie larghe e qui di vicoli ce ne sono in abbondanza.”
Gettò il mezzo toscano non ancora finito e riprese la sua strada.

Aveva corso tanto da sentirsi scoppiare il cuore.
Non ce la faceva più e i due gendarmi erano ormai vicinissimi quando era comparso quell’uomo.
Gli doveva la vita? Di certo la libertà.
“Mi ha preso per un ladruncolo” si disse. “Meglio, si farà meno domande.”
Ancora di corsa imboccò Salita di San Francesco… La sua destinazione era già in vista. Ora il momento non meno pericoloso: entrare in casa.
Prese un lungo respiro, cercando di ignorare le fitte al fianco, e si tirò su per scavalcare il muro di cinta. Dall’alto si buttò giù.

“Colpa di una maledetta nottata!” pensò Antonio. Che era stato ore e ore a rigirarsi nel  letto cercando inutilmente di scacciare il ricordo di quei due occhi… “Che ora sia diventato uno dell’altra sponda? E mi piacciano quelli del mio sesso?”
Così si era ripromesso di trovarsi una bella femmina e di togliersi ogni strano pensiero.
Per colpa della nottata insonne, che l’aveva lasciato opaco e dubbioso, non aveva avuto la prontezza di rifiutare un invito a pranzo.
Dalle case dei buoni borghesi stava alla larga. Notai e imprenditori, procuratori marittimi e armatori, li incontrava e li frequentava nei posti giusti: i loro scagni. O nei caffè dove si facevano ancora più affari.
Stava alla larga dalle loro case piene di  figlie e sorelle poco attraenti e noiose; quando non lo erano, la situazione era pericolosa al massimo. Il suo futuro non contemplava la voce “matrimonio”, mentre le brave giovinette borghesi pensavano soltanto a quello.
Antonio sapeva, per esperienza, che le nobildonne erano meno pericolose; se aveva voglia di corpi profumati si cercava una nobile mal maritata che a un bel marinaio non negava un po’ di piacere.
Invece si era distratto e aveva accettato l’invito di Paolo Lunardi, procuratore marittimo. Fino all’anno prima aveva sempre trattato con Giuseppe Lunardi, il padre di Paolo. Giuseppe non avrebbe mai invitato a pranzo il capitano di una tartana!
Ma Paolo ostentava modi democratici e propensi ai toni conviviali…
Ora Antonio Morego era lì, vestito da signore e ben ripulito, a salire accanto al Lunardi. Aveva anche tolto l’orecchino d’oro, portafortuna ed estrema risorsa in caso di bisogno, per non turbare la sensibilità di donne borghesi.
— Non aspettatevi niente di speciale, capitano Morego, sarà un pranzo in famiglia. Io, mia moglie Gina e Francesca, la mia sorella minore…
Antonio aveva sentito un brivido: Lunardi voleva appioppargli la sorellina? Avrebbe dovuto presto chiarirgli le idee ma con cautela, perché Paolo Lunardi sembrava esperto nel mestiere quanto il vecchio Giuseppe. Abile nel reperire compratori anche per le merci “fuori dazio”.
Ma il procuratore continuava a parlare: — E’ nata quando i miei erano già avanti negli anni… Fra me e lei ci sono quasi vent’anni. E’ più una figlia che una sorella. E’ fidanzata con Angelo, un cugino di mia moglie.
Antonio sentì come se gli avessero tolto un peso dalle spalle. Pericolo scampato! — Spero che l’invito non dia disturbo a vostra moglie, signor Lunardi.
— Nessun disturbo. Dicono che i genovesi sono serveghi ma non è vero. — Occhieggiò il capitano. — Conoscete il nostro dialetto?
— Sono nato qui.
Dal tono, Lunardi capì che era argomento da non toccare. Non se ne stupì, quasi ogni uomo di mare aveva alle spalle un passato da non esaminare con troppa cura. Apprezzò che il capitano avesse tolto l’orecchino d’oro, forse per non turbare la padrona di casa.
Ritornò al discorso precedente, che doveva stagli a cuore. — Appena mia sorella Francesca si sarà sposata con Angelo riacquisterò la mia pace. Due donne in casa, vita d’inferno. Come cani e gatti. Una fa e l’altra disfa. La mia Gina è una pasta, ma mia sorella… I miei l’hanno viziata, le hanno sempre lasciato fare di testa sua. E chi ne paga le conseguenze? Noi, io e mia moglie.
Antonio annuì, anche se non aveva esperienza di vita domestica… Però anche a lui le donne cocciute non piacevano tanto.
— Un uomo ha diritto alla sua pace domestica — continuò Lunardi. — Con i tempi che corrono… Sempre più difficili per i negozi, per gli affari. La politica! — e disse la parola come se già passarsela in bocca gli avesse dato fastidio. — Carbonari e ora Mazzini! Re o repubblica, ci sarà sempre chi comanda e chi obbedisce. Ma gli affari hanno bisogno di pace, di stabilità… — Lanciò un’occhiata al compagno di camminata e ne colse il gesto d’assenso. — Chi fa affari deve sapere per tempo quali ingranaggi oliare! — Subito scoppiò in una risata.
Antonio si associò.

— Sei pronta? Perché non sei ancora pronta? — la voce di Gina era impastata di rimprovero.
Francesca alzò le spalle, decisa a non provocare le ire della cognata. — Ora mi vesto in un attimo.
— In un attimo? Una giovinetta dabbene si prepara per tempo quando viene a pranzo il suo promesso. Tu mi farai morire di crepacuore.
— Angelo non è il mio promesso — replicò Francesca, sentendo montare la collera.
— Lo è. Tuo fratello è il tuo tutore e ha già dato l’assenso. — Vedendola incupirsi aggiunse, più morbida: — E’ anche di bell’aspetto e se sono i favoriti a disturbarti, dopo il matrimonio, potrai convincerlo a tagliarli… Ci sono tanti modi per rigirarsi un uomo — ma lo disse a bassa voce fra sé e sé.
Ma Francesca la sentì bene e, a stento, si trattenne dal ribattere che lei, la cognata, quei modi li conosceva tutti e faceva fare a Paolo quello che voleva. Con moine e pianti e mettendolo davanti al fatto compiuto, come quel matrimonio che si era messa in testa di combinare fra un cugino di secondo grado e la giovane cognata, per togliersela di casa. “Come se non potessi trovarmelo da sola, un marito!” Ma uno che non fosse soltanto apparenza e che avesse le idee giuste.
Un uomo, non un bamboccio.
E rivide quel viso! Possibile che ricordasse più quello, visto e non visto, che la faccetta di Angelo? Eppure era così. Di Angelo sapeva ogni dettaglio: capelli chiari e ondulati, favoriti, altezza media. Però le sfuggiva l’insieme.
Dell’uomo nel vicolo aveva visto di sfuggita il viso, come tagliato con l’accetta, e la bocca… Per quella l’aggettivo le mancava, ma era d’uomo. Come la voce.
Alto e atletico lo era di certo.
Se Francesca aveva passato il resto della notte in bianco e poi un’abulica mattinata non era soltanto per la gran paura provata quando era stata inseguita dai gendarmi e l’ansia per Nino, ma ancor più per quel viso che continuava a tornarle davanti. La mano che le aveva stretto il braccio le aveva comunicato una specie di febbre.
— Allora ti decidi a prepararti?
La voce di Gina la riscosse e la riportò alla realtà. — Non voglio sposare Angelo.
— Ma perché? Dimmi un motivo sensato.
Che motivo sensato poteva darle? Così Francesca rimase zitta e versò l’acqua fredda dalla brocca al catino per lavarsi il viso.
Gina, non sentendo obiezioni, continuò sicura di riuscire a vincere, finalmente: — Cosa puoi volere di più? Ha anche studiato.
Francesca le si rigirò contro: — Studiato dai gesuiti. Sarà diventato come loro.
— E allora? Gente onesta e timorata, obbediente ai superiori.
— Tutti reazionari.
— Ora ci diamo alla politica? Non metterti idee strane in testa. In questa casa non voglio guai. — Aprì un’anta dell’armadio, tolse un vestito chiaro dalla gruccia. — Mettiti questo. Ti sta bene.
Francesca non rispose e l’altra si limitò a dire che se non si spicciava l’avrebbe chiusa in camera a doppia mandata per riportarla alla ragione.
“Se lo fa, non potrò più uscire di nascosto…” lo pensò in un lampo e prese il vestito. — Va bene, mi vesto.
— E pettinati bene.

La casa era come Antonio prevedeva: troppi mobili e oggetti di uso incerto! Non la pratica semplicità della sua tartana, dove c’era quello che serviva, niente di più, niente di meno!
Lunardi l’aveva fatto accomodare in salotto. C’era anche un pianoforte. Antonio si sentì gelare temendo che gli offrissero anche un trattenimento musicale.
“Se cominciano dico che ho un altro impegno, che mi credano pure maleducato! Ma di giovinette che strimpellano ne faccio a meno.”
Lo stava pensando quando Lunardi gli disse: — La mia signora è arrivata, anche la mia sorellina.
Antonio modellò il viso in un’espressione di corretta affabilità e si voltò.
La giovane donna, seminascosta dalla prosperosa padrona di casa, era chiaramente scontenta di esser lì…
Quando si trovarono a faccia a faccia per le presentazioni, la vide arrossire di colpo e stringersi le labbra fra i denti. Tenendo il viso chino.
Timida? Non sembrava. Poi lei alzò la fronte e lo guardò, ma non in modo indifferente. Quasi studiandolo. E una giovinetta non guarda un uomo così. Da sfacciata.
Antonio Morego ricambiò l’occhiata e tutto il resto sparì. Gli occhi che l’avevano tenuto sveglio per tutta la notte lo stavano scrutando. Tossicchiò per darsi un tono.
Fu l’arrivo di un giovane, ventenne, anche se cercava di sembrare uomo più maturo  sfoggiando favoriti e giacca ben imbottita, a toglierlo dall’imbarazzo. Anche la voce non era da uomo fatto. Da come si era sistemato accanto alla sorella di Lunardi doveva essere il famoso fidanzato.
Antonio lo valutò in due occhiate non degno della fidanzata. Perché lei era donna, non ragazzetta. Poteva anche avere diciassette anni appena compiuti, ma quella era donna! Non alta, non formosa, non agghindata, eppure donna. Antonio non avrebbe saputo dire da cosa gli veniva una simile certezza, ma ci avrebbe messo la mano sul fuoco. Quella, a letto avrebbe fatto scintille. E, fuori, avrebbe fatto felicemente dannare il suo uomo.
Bella bocca, ben modellata. Seni piccoli, ma alti e sicuramente sodi; se gambe e fianchi erano come prometteva il passo dovevano essere in grado di assecondare anche qualche acrobazia fra le lenzuola. Il suo corpo reagì all’istante. “Per fortuna ho una giacca lunga o, qui, darei scandalo alle signore!”

Era lui, Francesca lo capì alla prima occhiata. Non più vestito da rozzo marinaio, ma lui. Aveva tolto l’inquietante orecchino d’oro… Soltanto in quel momento Francesca seppe di averlo notato.
Chissà se lui l’aveva riconosciuta? No, no davvero. Però la scrutava in un modo da darle il rimescolio dentro.
E quella testa vuota di Angelo parlava e faceva la ruota. A lei non erano mai piaciuti gli uomini che parlavano senza aver niente da dire: Angelo era di quella razza. Se l’avesse detto a Gina, avrebbe fatto la figura della pazza.
Durante tutto il pranzo evitò ogni commento, cercando di non badare all’aria soddisfatta della cognata convinta di averla domata. Ma aveva troppa paura di dire qualcosa di sbagliato e, così, suscitare sospetti.
Quel marinaio doveva condividere le idee di Paolo, solo palanche, soldi, e niente politica: quindi era un potenziale nemico di ogni vero patriota.

Soltanto al momento di salutarsi Antonio restò un attimo appartato con la giovane donna, per caso, perché gli altri tre commensali prendevano accordi per un incontro dal notaio a formalizzare un atto. “Forse questioni di dote” si disse Antonio.
Mentre lei, Francesca, era rimasta in disparte. Forse non le importava, forse non capiva niente di soldi, forse era stata educata così bene che fingeva ignoranza e noncuranza…
Antonio le si accostò, ringraziò ad alta voce dell’ottima accoglienza, poi, quando lei  sollevò gli occhi a fissare i suoi, gli scappò detto: — Correte bene.
Lei non disse nulla, neppure arrossì, ma le sue labbra formarono un cerchio sorpreso mentre due fossette le spuntavano sulle guance.
Lui ficcò le mani in tasca, anche se non era educazione, per evitare di toccare quella meraviglia.
L’attimo dopo non erano più soli, raggiunti da Lunardi che propose al capitano di essere loro ospite anche in un’altra occasione.
— Grazie, signor Lunardi, ma ho impegni e vorrei partire al più presto. Il tempo è dinê, è danaro.

Francesca tornò in camera senza aver cognizione di come c’era arrivata, forse per abitudine. Lui l’aveva riconosciuta! Un LUI che aveva nome, cognome e professione. E, per peggiorare le cose, un LUI in affari con suo fratello.
Però non sembrava intenzionato a rivelare il suo segreto.
Forse aveva pensato che lei fosse fuori, di nascosto, per un appuntamento amoroso. “Penserà con Angelo!” Chissà perché quella possibilità non le andava… Aveva visto come lui guardava Angelo Zanardi, come un adulto guarda un bambino, un bamboccio.
“Che mi pensi pure con un altro, ma non innamorata di uno stupido! E’ uomo di mare e di donne legate a uno e innamorate, anche amanti, di un altro ne avrà conosciute…”

Sentì un’inquietudine, un’irritazione al pensiero di quante donne lui doveva aver conosciuto. Nessuno aveva mai voluto spiegarle certe cose; la cognata le aveva detto “qualcosa ti dirò prima della notte di nozze e l’altro lo imparerai da Angelo”. Così sapendo di essere ignorante si era rivolta a una domestica e qualcosa aveva saputo, ma poco.
Dover imparare cose così importanti da Angelo! Quando aveva chiesto a Gina da chi le aveva imparate Angelo, si era presa uno schiaffo.
Non c’era da chiedersi da chi LUI aveva imparato… Marinaio!
Nelle sue uscite clandestine lei aveva intravisto donne, da marinai, tutte poco vestite e pitturate. Bocche rosse e occhi bistrati. Profumo da poco prezzo.
Pensando aveva tolto l’abito buono e indossato quello da casa. Controllò che la porta fosse ben chiusa, spostò la poltrona accanto al cassettone  e tirò su la piastrella d’angolo, quella che celava il suo nascondiglio con l’ultimo numero della “Giovane Italia”, che avrebbe dovuto copiare e distribuire ad alcuni simpatizzanti come lei.
Quelle erano cose serie cui pensare! Doveva assolutamente avere notizie di Nino Rebora. “Lucida, devo essere lucida. Per raggiungere uno scopo, devo fare anche quello che non mi piace.” Rimise a posto la piastrella e controllò che fosse in ordine.
Uscì e andò dalla cognata.

Gina si era stupita della richiesta, ma, se la “cognatina” aveva abbassato la cresta al punto di accompagnarla dalla sarta, lei avrebbe accondisceso a portarla con sé.
Forse Francesca aveva capito che le conveniva prendersi Angelo senza fare tante storie. “Avrà fatto il confronto con quel marinaio! Niente finezza!”
La visita alla sarta era un grande svago, per i pettegolezzi più gustosi e anche qualche confidenza, inadatta alle orecchie di una fanciulla già troppo curiosa… Ma lei avrebbe provveduto ad allontanare la giovane cognata.
Così, quando Francesca dopo essere stata brava e zitta per un’oretta le chiese se poteva passare dal cartolaio di Campetto, Gina acconsentì senza esitare, perché Campetto era a pochi passi. Era anche pieno giorno. — Vai, cara, vai e svagati… — le disse, già pregustando qualche confidenza con la sarta.

“Non ho mentito” si tranquillizzò Francesca. “Andrò dal cartolaio di Campetto, ma con una piccola deviazione in Piazza delle Oche.”
Sistemò ben stretto il nastro della cuffia, tirò su il cappuccio del mantello e si avviò.
Arrivata alla piazza, uno slargo cieco fra Campetto e Piazza delle Vigne, occhieggiò le finestre che le interessavano.
Tutte sbarrate.
Si fermò dal carbonaio. — Il maestro Rebora, Nino Rebora, è fuori?
Quello la guardò e non disse niente.
Francesca ripeté la domanda.
Il carbonaio si scostò e a mezza voce le ordinò di entrare. Appena lei fu dentro accostò la porta. — Zitta. Mi volete mandare alla torre?
— No, io…
— Sono venuti questa notte, ma è riuscito a scappare. — Abbassò ancora la voce. — Non so altro, ora andate via e non tornate.
Francesca si ritrovò fuori, nella piazzetta. Cosa aveva risolto? Niente. Anzi, soltanto uno striscio di carbone alla gonna: sistemò meglio le pieghe del mantello sperando che Gina non se ne accorgesse.

— Il carico è sistemato come avete ordinato, capitano.
Antonio si riscosse e annuì verso Tommaso, il suo secondo. Tempo due o tre giorni al massimo avrebbe preso il largo. “Un po’ di mare mi toglierà i fumi dalla testa…” si disse, perché non si sentiva più padrone di sé e continuava a ripensare ad un’altra persona, così, senza motivo.
Un’altra persona di nome Francesca, fatta per togliere la pace ad un uomo sensato! Di buona famiglia borghese, e lui, fra l’altro, era in affari con il fratello maggiore. Ben costruita. E, forse, implicata in qualche guaio più grosso di lei!
Perché l’argomento del giorno, anche in porto, era la catena di arresti cominciata proprio la sera in cui l’aveva salvata dai gendarmi, credendola un ladruncolo.
Conciata così, con braghe e giacca informe e berrettaccio, non stava ritornando da un appuntamento galante: Francesca, oltre agli altri pericoli che si portava appresso, doveva essere una ribelle! Dicevano di essere patrioti, parola senza senso per Antonio che da due scogli si era sempre tenuto alla larga: donne dabbene e intrighi politici. Lei incarnava entrambi.
Ma continuava a ripensarla!
Forse la paura le avrebbe messo giudizio. Che usasse il suo fuoco per fare tanti bambini con il suo promesso!
L’immagine di lei a letto con Angelo Zanardi era sgradevole: come dare perle ai porci! Uno come lo Zanardi non avrebbe apprezzato la vitalità della giovane Lunardi. O l’avrebbe soffocata, rendendola infelice e spenta, o avrebbero vissuto come cani e gatti.
“Cosa mi importa? Niente. Per me, lei è niente.”
Se lo ripeteva da tre giorni, ma lei continuava a tornargli in mente. Mentre correva. I suoi occhi spaventati ma decisi. L’improvviso rossore. Quella bocca fatta per i baci.
Prese un mezzo toscano dalla tasca e l’accese, ignorando l’occhiata perplessa di Tommaso. Sì, fumava di pomeriggio e non l’aveva mai fatto, ma era padrone di fare quello che voleva! Non doveva rendere conto a nessuno delle sue azioni, tanto meno al suo secondo!

Francesca aveva ricevuto un messaggio da Nino: le chiedeva aiuto. Lei non era un’iniziata, soltanto una simpatizzante, ma non poteva tirarsi indietro.
Se lo prendevano e riuscivano a farlo parlare, molti patrioti sarebbero finiti in trappola. “Ho sempre detto che una donna può quanto un uomo, se lo vuole davvero. Ma come faccio ad aiutarlo? Non ho denaro, non ho libertà di movimento.”
Per due notti era stata prudente e non era uscita, ma non poteva più aspettare. Occhieggiò fuori: ormai era buio fitto. Aprì piano la porta; in casa c’era silenzio, avevano tutti l’uso di coricarsi presto.
Dal ripiano alto dell’armadio tolse l’involto e, rapida, indossò i vestiti che aveva acquistato dal garzone del besagnino, il contadino che aveva orti nella valletta del Bisagno e portava frutta e verdura a domicilio.
Dalla finestra uscì sul terrazzino e usando la gronda si calò nel giardinetto. Poco dopo era fuori.
Poteva rivolgersi ai pochi simpatizzanti mazziniani che conosceva… E metterli in pericolo? Avrebbe chiesto aiuto al dottor Sivori, il vecchio farmacista di Vico delle mele. Era un patriota, anche se carbonaro. Per tanti anni era riuscito ad ingannare la polizia sarda e aveva conoscenze in ogni ambiente: avrebbe saputo come aiutare Nino Rebora.
Corse giù fino ad incrociare Strada Nuova, percorse un breve tratto di Strada Nuovissima e si buttò nei vicoli, evitando il percorso solito.

Antonio era sceso a terra dicendo a Tommaso di badare a tutto, perché lui se ne andava a cena.
Se lo era detto anche a se stesso.
Salì verso Strada Nuova, ma invece di entrare nella sua solita trattoria, continuò fino alla casa dei Lunardi.
Si dispose all’attesa, come aveva fatto le due notti precedenti. Perché no? Tante volte aveva aspettato il vento, la marea, il segnale di una lanterna… Così, avrebbe aspettato, per togliersi uno sfizio. Da marinaio, aveva occhi da gatto, avvezzi a scrutare nel buio, così la vide calarsi giù dal terrazzino, usando la gronda. Trattenne a stento un’imprecazione.
Agile, che non avrebbe sfigurato a correre sugli alberi.
La seguì a distanza senza far rumore, dicendosi che era per curiosità.
Doveva aver cambiato destinazione oppure aver deciso di modificare il percorso: dentro di sé ne apprezzò la prudenza.
Lui avrebbe fatto lo stesso.
La seguì lungo Via San Luca fino quasi a Piazza Banchi. Pazza incosciente! Se la polizia decideva di mettere un blocco per catturare dei fuggiaschi quello sarebbe stato il posto ideale. Era il cuore della città, tutti i carruggi convergevano lì.
Si avvicinò, pronto ad intervenire, ma lei svoltò in Vico delle mele. La vide bussare a un portone, quello accanto alla farmacia, ed entrare.

— Cosa siete venuta a fare, Francesca? Di notte… — la voce del vecchio farmacista che la conosceva da quando era nata era velata di preoccupazione. — E conciata così!
— Non sapevo da chi andare e sono venuta da voi, dottor Sivori. Ho bisogno d’aiuto.
— Aborti non ne faccio, cercatevi una levatrice.
Francesca fece segno di no. Doveva tentare. — Mio padre diceva che eravate un buon cugino, un carbonaro…
L’altro arretrò d’un passo. — Zitta. Non sono questioni da ragazzine.
— Ho bisogno d’aiuto. Voi avete conoscenze, la vostra organizzazione ha esperienza… Può aiutare un patriota ricercato. — Doveva continuare, convincere il vecchio farmacista, senza lasciarsi smontare dalla sua freddezza. — Lo so, lo cercano, ero lì vicino.
— Sei il corriere che la polizia non è riuscita a prendere quando è andata dal Rebora? — Chiese abbandonando il “voi”. Non aspettò conferma. — Sì. Ma cercano un ragazzo, almeno un uomo molto giovane. — Fece una pausa. — Solo perché ti ho visto nascere fingerò di non aver sentito quello che mi hai raccontato. Torna a casa.
— Ma Nino Rebora? — insisté Francesca.
— Spera che non parli e non faccia il tuo nome. Perché lo sa, vero? Conosce la tua identità?
Lei fece segno di no, sapendo di mentire male.
— Per questi arresti, queste morti ringrazia il tuo Mazzini. Niente segretezza. Coinvolge anche le donne…
— Ma è un patriota… — protestò ancora Francesca. — Ha bisogno d’aiuto.
— Non lo avrà da me o dai buoni cugini, lo cerchi dal suo Mazzini! Ora ritorna a casa, al tuo posto. — E la spinse fuori.
Francesca si fermò al portone e controllò che il berretto fosse ben calcato. Era stata una stupida a sperare che un vecchio carbonaro accettasse di aiutare un mazziniano… E, in più, anche Sivori era come tutti gli altri, convinto che una donna non fosse capace di niente!
Ritornò verso Piazza Banchi, per non rifare il percorso seguito all’andata.
A Banchi c’erano i gendarmi.
Arretrò d’un passo cercando di nascondersi nel buio, ma due si avvicinarono. — Avanti, ragazzo. — L’accento era foresto, ma l’ordine era reso chiaro dalle armi puntate.
Documenti non ne aveva, perché era una ragazza di famiglia… Ed era vestita da uomo… Quanto ci avrebbero impiegato a capire che era una patriota?
— Avanti, ragazzo — ripeté uno dei gendarmi accostandosi.
Francesca cercò di pensare in fretta ma le idee non venivano, era gelata di paura e sudava.
Una mano si posò, rapida e pesante sulla sua spalla. — Un mio mozzo, pure un po’ scemo. — La stessa mano la spostò di lato mentre un corpo alto e massiccio la metteva in ombra.
Lui.
Se qualcuno poteva toglierla d’impaccio quello era lui.
I gendarmi erano ad un passo, Francesca si sentì cedere le ginocchia, ma quella mano la tenne in piedi.
— Capitano Morego, Antonio Morego — dicendolo lui porse dei fogli ai gendarmi. — Capitano e proprietario della tartana “Bella mia” ormeggiata a Calata Mandraccio. Questo è Cesco, il mio mozzo mezzo scemo. Si perde e devo sempre ritrovarlo.
Un gendarme esaminò i documenti e fece al compagno un cenno d’assenso. — In regola.
Antonio mollò uno scapaccione al suo “mozzo” e con la sua mano grande la prese per la collottola, come la gatta fa con i micini e se la spinse davanti, sempre attento a mettere il proprio corpo fra la luce e il “mozzo”.
Arrivati a Vico dell’amor perfetto, ormai in ombra, lasciò la presa. Ma subito dovette sostenere Francesca che si stava afflosciando a terra come vela che ha perso il vento.
— Ora non mi svenire o ti sveglio a sberle, quelle che non ti hanno dato i tuoi, ragazzina! — le intimò, freddo.
La collera scacciò la paura. Francesca gli si rivoltò contro e, stretto un pugno, lo usò per colpirlo al petto. Ci mise tutta la forza che aveva e sapeva per esperienza che in quel punto i colpi fanno male.
L’unico risultato fu un gran male alle nocche. E un suono che individuò presto come una risatina divertita. Lui si permetteva di ridere di lei!
— Vi odio! — esclamò risentita.
— Non ho tempo da perdere — dicendolo la sollevò senza sforzo e se la caricò in spalla.
Una situazione così umiliante e odiosa Francesca non l’aveva subita mai, anzi non l’aveva immaginata possibile.
In spalla come un sacco di patate, la testa penzoloni contro la sua schiena… Doveva usare una mano per tenere a posto il berretto e l’altra per bilanciarsi cercando di non ballonzolare troppo contro quella schiena che sembrava di marmo, ma era calda. Borbottò.
— Cosa c’è? — fu la risposta che ottenne mentre lui continuava a salire con passo spedito come se lei fosse stata una piuma.
Si vergognava ma doveva dirlo: — Ho paura di scivolare…
— Hai ragione, ragazza — le disse e con una risata divertita le posò una mano proprio sulle natiche.
— Voi… Voi… — farfugliò Francesca quando riuscì a riprendere fiato. Umiliazione, oltraggio… — Siete un vile. — Che nella sua scala di valori era un insulto molto pesante.
Lui non mostrò di sentire la protesta, anzi mosse la mano come per tenerla meglio in posizione.
— Siete anche sordo, vi ho detto che siete un vile — voleva essere altera e sdegnosa come le eroine dei quadri, ma era difficile stando in quella posizione.
— Scusa, ero distratto. Hai un bel posteriore. Lo dico da intenditore. — E le diede una pacca, la stessa che un fattore può dare alla mucca preferita. — Ora zitta e brava. Ci sarà un altro posto di blocco all’angolo con Strada Nuova. Tieniti a posto il berretto. Sei il mio mozzo, mezzo scemo e anche ubriaco…
— Si chiederanno perché non mi portate alla tartana.
— Per essere una ragazza, ragioni, quando vuoi. Ti riporto dalla tua famiglia, perché non ti voglio più sulla mia tartana. Questo, se me lo chiedono.
Non fu necessario. Come Antonio prevedeva, gli unici posti di blocco erano a mare. Arrivati in Salita San Francesco, a pochi passi da casa Lunardi, Antonio si fermò e con un fluido gesto mise in piedi il suo carico.
Peccato perché gli era piaciuto tenersela sulla spalla come una preda di guerra d’altri tempi, da pirata. La trattenne passandole un braccio alla vita. — Ora sei in salvo, ragazza. Ma stai attenta perché quando sarò via nessuno ti toglierà dai guai, ragazza.
— Non sono una ragazza, sono una donna!
— Lo so.
Il modo in cui lo disse e l’occhiata che le lanciò fecero diventare di brace Francesca. Non sapeva molto, ma abbastanza da capire che lui alludeva a seni e fianchi e cose così… Gli uomini sembravano andarci pazzi! Oh, lei li aveva sentiti commentare di seni come cocomeri e fianchi da giumenta! Mentre lei era poco dotata, come le ripeteva Gina, in tono d’accusa, e voleva che mettesse un po’ di crespo nei punti strategici.
Lei aveva sempre rifiutato, perché sarebbe stato un inganno.
— Allora mi hai capito, ragazza?
— Non chiamatemi ragazza, non lo sopporto. Sono una patriota! Una seguace di Mazzini! — Soltanto la collera le impediva di soccombere alla vergogna… Soltanto la collera teneva lontano il panico… Se prendevano Nino, lui conosceva la sua identità… — Non chiamatemi ragazza!
— Allora ti chiamerò bella mia — e rapido si chinò e posò la bocca su quella di lei.
Sapeva di tabacco e di sapori sconosciuti. Le labbra erano dure e morbide. Non portava né barba né baffi e neppure quei disgustosi favoriti, però pizzicava. Aveva una pelle più dura… Francesca stava cominciando a studiare la situazione così nuova quando lui si scostò. — Stammi attenta, bella mia. E sogni d’oro.
Un attimo ed era sparito nella notte.

Sogni d’oro? Francesca aveva presto rinunciato ad addormentarsi. Troppe cose erano successe: dall’ansia per Nino alla delusione per il rifiuto di Sivori, dalla paura con i gendarmi all’umiliazione e alle strane sensazioni che aveva provato con lui…
“Il mio primo bacio. E da uno così!” Non riusciva a capire se le era piaciuto oppure no. Però quando lui si era staccato, perché erano attaccati, proprio attaccati!, si era sentita defraudata. Come quando suo fratello le aveva promesso un regalo e poi glielo aveva negato con la scusa che aveva fatto dannare Gina.
Accese la lampada e si sfilò la camicia da notte di flanella. Si mise davanti allo specchio e si guardò.
Atto peccaminoso. Anche quando si lavava doveva spogliarsi poco e non guardarsi!
Si guardò perché si sentiva diversa. Seni gonfi e una sensazione in basso. Eppure aveva appena finito il suo ciclo ed era sempre stata regolare… Aveva tutto un rimescolio dentro che le impediva di concentrarsi su come aiutare Nino. Avrebbe potuto denunciare anche lei. Se non l’avesse detto Sivori, lei non avrebbe immaginato di essere in pericolo.
Eppure non riusciva ad essere lucida. Risentiva quel corpo massiccio, non grasso, ma compatto ed agile. Senza rendersene conto si posò una mano aperta su una natica: ne copriva una porzione molto più piccola di quella che era stata coperta dalla mano di lui.
Lui aveva mano grandi, aveva tutto grande, sproporzionato…
Come gli eroi che, nei quadri e nelle statue, sono sempre più grandi degli uomini comuni. Di certo era un bel po’ più alto e massiccio di Angelo che, accanto a lui, spariva.
“Ma Angelo, nonostante tutti i suoi difetti, è gentile e ben educato. Non tratterebbe mai una donna in quel modo incivile!” Qualche volte Angelo era riuscito ad appartarsi con lei e aveva tentato un bacio: l’aveva tenuto a distanza senza fatica.
“Lascio che mi baci e vedo cosa succede. Quello che ho provato sarà normale.”
Ora era un po’ più tranquilla, perché almeno su una questione aveva deciso cosa fare.
Per l’altra, che era più grave, poteva soltanto sperare che la polizia non riuscisse ad individuarla. Già per due volte aveva rischiato la cattura, tutte e due le volte lui l’aveva salvata.
“E’ inutile, non riesco a togliermelo di mente!”
Lui. Provò a dirsi il nome: “Antonio Morego.” Bel nome, senza stranezze.
Lui l’aveva chiamata “bella mia”… Sua non lo era, lei non era di nessuno, ma che lui la ritenesse bella non le spiaceva affatto.
Si addormentò con un sorriso, ripetendosi quel “bella mia”.

Antonio era sulla sua tartana e anche lui aveva rinunciato a prender sonno. Ma lui sapeva perfettamente perché!
Desiderava quella donna. Era imprevedibile, anche incosciente, ma desiderabile.
Non ricordava da quanto non gli era capitato di desiderare tanto una donna, una donna in particolare, non un corpo con cui divertirsi.
E doveva desiderare proprio una così pericolosa! Ragazza di buona famiglia, cocciuta e, in più, cospiratrice.
Antonio sapeva che era inutile sperare di addormentarsi e dormir bene, così prese il libro dei conti e cominciò a controllare colonne di cifre: dare e avere, entrate e uscite.

Quando, il giorno seguente, dai Lunardi arrivò Angelo per pranzo, perché ormai era quasi sempre loro ospite, Francesca gli fece un gran sorriso e non mise fra loro tutta la distanza possibile.
Gina scambiò un’occhiata con il marito come per dirgli che, finalmente, la cognata aveva messo giudizio. Francesca assecondò le chiacchiere del fidanzato e quando quello propose di fare due passi in giardino, “restando bene in vista”, non disse di no.
Scesero, accompagnati dall’invito di Gina a fare i bravi ma a conoscersi un po’.
Appena soli, Angelo prese la mano di Francesca. — Siete così bella!
Il complimento non era paragonabile al “bella mia”, ma lei doveva portare avanti il suo piano. Abbassò il viso e mormorò, sentendosi stupida, ma lo faceva per un buon motivo: — Davvero mi ritenete bella? — e dopo una pausa aggiunse: — Angelo.
— Il mio nome sulle vostre labbra ha un suono meraviglioso.
Non le sembrava, ma invece di replicare gli si accostò. Angelo aveva ecceduto con la Colonia, mentre l’altro sapeva di sapone. Francesca chiuse gli occhi, come per prendere una medicina amara, e sollevò il viso. Angelo era poco più alto di lei e i loro volti erano ad un palmo.
Dentro di sé Francesca gli intimò di baciarla. E sporse le labbra. “Baciami, baciami e facciamola finita! Devo sapere se mi sentivo strana per il bacio o perché era proprio lui a baciarmi.”
Angelo rimase fermo, poi si guardò a destra e a sinistra. Prese un respiro e si fece coraggio; di slancio accostò le labbra a quelle di Francesca e scioccò un bacio.
Un bacio? Quella cosa senza emozione era un bacio? Francesca rimase lì, intontita dalla scoperta di come due baci potevano dare sensazioni differenti. Uno era la promessa di meraviglie sconvolgenti, l’altro uno schiocco da bambini, un niente.
— Scusatemi se vi ho turbata, Francesca, ma non ho potuto resistere. In fondo siamo fidanzati.
Lei annuì.
— Vedrete, quando vi bacerò ogni giorno, non vi turberà più così tanto.
Ancora lei fece segno di sì. “Piuttosto di sposarti scappo di casa. Esule.” A Marsiglia, dove si era rifugiato Mazzini.
— Ora dovremo rientrare, Angelo. Anche se siamo fidanzati, non è corretto che restiamo soli per tanto.
— Avete ragione. — Le porse il braccio come se lei non fosse stata in grado di salire da sola quei pochi gradini. — Devo proteggere la vostra reputazione.
— Siete così caro… — In fondo caro lo era, come un cucciolotto. Se non avessero tutti deciso che doveva diventare suo marito le sarebbe stato anche simpatico. Per non più di mezz’ora al giorno e se stava zitto e non la baciava.

Il porto era quasi un mondo a parte, con le sue leggi, scritte e no, ma da giorni l’argomento principale, anche se commentato a mezza voce, era la catena di arresti in città. Gente nuova, mazziniani, ma anche qualche vecchio carbonaro, per buon peso. Antonio ne aveva conosciuti e gli erano piaciuti poco: tanti riti da iniziati e programmi poco chiari, per gente che aveva tempo da perdere in ciance. Così, per anni, si era tenuto alla larga limitandosi ad ascoltare le notizie politiche con un orecchio solo, quel tanto indispensabile per gestire bene i suoi affari. Da quando aveva conosciuto Francesca, ascoltava con attenzione.
“Non fanno sapere i nomi degli arrestati per poterne catturare altri” così si era detto Antonio. “Devo vederla, essere sicuro che non l’abbiano presa, che non si sia messa nei guai. Quella scriteriata è capace di tutto.” La notte precedente si era impedito, a forza, di appostarsi vicino a casa Lunardi, ma ora non resisteva più.
Doveva vederla, almeno sapere che stava bene…
Dicevano che gli arrestati erano ribelli.
Ma lei era una ragazzina, infatuata di romantiche idee rivoluzionarie. La vita le avrebbe insegnato il giudizio… Se non finiva in qualche cella.
Antonio aveva conosciuto il carcere, perché i suoi giorni tumultuosi li aveva avuti, e il pensiero di lei in uno di quei buchi umidi e bui e senz’aria pulita gli faceva male.
Stava ancora peggio immaginando a cosa potevano farle quelle mani e quei corpi. Non si sarebbero lasciati sfuggire una bella primizia. Ma lei lo sapeva che certi uomini sono peggio delle bestie?
No. Se l’avesse saputo se ne sarebbe stata in casa, ben protetta da un fratello benestante e da un nome rispettato.
Si volse al suo secondo, lo avvisò che scendeva a terra e gli volse le spalle. Tommaso lo guardò perplesso. Da quattro o cinque giorni il capitano era diverso: era cambiata l’ora del mezzo toscano, lui guardava il mare ma non per prevedere il tempo… Era vago sulle merci da caricare e sulla data della partenza: lui che era la precisione in persona. Altra stranezza: il capitano lasciava la tartana sempre a malincuore e soltanto per affari, per cena o per donne.
Se Tommaso non avesse saputo che era impossibile, l’avrebbe detto o coinvolto in qualche storia politica o innamorato.
Lo guardò camminare deciso, senza bisogno di farsi largo perché trovava sempre la strada sgombra.

Antonio entrò nello scagno di Lunardi e all’impiegato chiese del padrone. Da lui avrebbe saputo se Francesca stava bene, anche senza chiedere: gli sarebbe bastato guardarlo in faccia.
A modo suo Lunardi teneva alla sorella, anche al suo buon nome. E un ricercato in famiglia non mette di buon umore.
— Il signor Lunardi non è ancora arrivato, capitano. Devo riferirgli qualcosa?
— No, ripasserò.
Fatto trenta, perché non fare trentuno? Così si disse Antonio e si incamminò verso Strada Nuova. Sarebbe salito lentamente e forse avrebbe incrociato il Lunardi.

A Francesca sembrava che il mondo si fosse capovolto, non sapeva più dove girarsi per trovare un appiglio sicuro.
In famiglia regnavano l’armonia e la soddisfazione, erano tutti convinti che lei si fosse decisa ad accettare il matrimonio: se non protestava era perché aveva problemi più seri cui pensare! Proprio da un commento casuale di Angelo aveva saputo che era stato arrestato anche il dottor Sivori! Un altro che sapeva di lei! Era stata sciocca, imprudente… Per salvare un mazziniano si era rivolta ad un carbonaro, quando tutti sapevano che quelli ritenevano Mazzini un traditore. Si era comportata da ragazzina!
A questo continuava a pensare quando era giorno, ma le notti erano popolate da ricordi di LUI e da strani desideri che la rendevano languida e sovreccitata insieme.
Lui non era più venuto a pranzo da loro.
Pensava proprio a lui, mentre sorrideva ad Angelo fingendo di ascoltarne le chiacchiere futili. Era un’uscita da fidanzati, a metà mattina; accanto ai due promessi camminava Gina Lunardi, come chaperon. Percorrevano Strada Nuova avanti e indietro perché era larga, in piano e ben lastricata. Ogni tre passi ci si fermava a ricambiare qualche saluto.
Tutti sembravano divertirsi, per Francesca era un tormento.
Vide proprio LUI venire nella loro direzione. Più alto degli altri uomini, con passo sciolto ed espressione decisa.
Gli sorrise, sperando che si fermasse a salutarli. Era un uomo impossibile, ma almeno era un uomo! Non un bamboccio.
Antonio l’aveva vista da lontano. Al braccio di Angelo ed acconciata proprio da brava giovinetta di buona famiglia con mantellina grigio chiaro, guanti e cuffia.
La tradiva il modo di tenere le spalle, erette.
Si avvicinò, sentendosi calamitato verso la Stella Polare: stessa ineluttabile e inspiegabile forza.
Dopo pochi passi lei si girò e gli sorrise.
“Le donne sono nate per dannare gli uomini” lo pensò e si avvicinò ancora.
Lei poteva vestire di tela di sacco ma quello sguardo tradiva la Sirena.
Fece altri passi verso di lei. Per correttezza salutò per prima la Lunardi e lei solo di sfuggita.
Ancora lei gli sorrise e Antonio si sentì un rimescolio dentro, una cosa mai provata. Che lo faceva stare così male come mai aveva creduto possibile, perché lei teneva la bella mano sul braccio del fidanzato.
Per una volta vestì i panni dell’uomo di mondo, chiedendo alla Lunardi se poteva invitarli a prendere una cioccolata calda da Villa. — Per ricambiare, in minima parte, la vostra ospitalità — concluse sentendosi uno sciocco.
La Lunardi accettò con evidente piacere: la cioccolata di Villa era famosa e così i suoi dolcetti di accompagnamento.
Camminando piano arrivarono alla pasticceria, Antonio li guidò ad un buon tavolo ed ordinò.
Sentendosi sempre più scemo. Se l’avessero visto i suoi uomini a fare il cicisbeo! Ma gli bastava incrociare, un attimo solo, lo sguardo con Francesca per dimenticare ogni prudenza, perché lei cercava il suo sguardo. Come se volesse dirgli qualcosa.
Approfittò di un attimo in cui la Lunardi parlava con il cugino per alzarsi dicendo che andava a scegliere un vassoio di paste e, con tono indifferente, chiese a Francesca se poteva chiederle consigli.
Lei si alzò, come se non aspettasse altro, e lo seguì al banco in cui erano esposti i dolci di giornata.
Antonio disse, a bassa voce, ma non tanto da non essere udito dagli altri due: — Mi aiutereste a scegliere le paste preferite da vostra cognata? Per un piccolo presente.
Francesca gli lanciò un’occhiata e poi un sorriso. Gli si accostò, per indicare le paste che lui aveva più vicine. Voltando le spalle agli altri disse a fior di labbra: — Ho bisogno di voi. Devo vedervi.
Si aspettava di tutto, ma non quello. Riuscì soltanto a fare un mezzo cenno d’assenso.
— Dopo pranzo, ai Quattro Canti — sussurrò Francesca, poi a voce più alta decantò una pasta.
Antonio seppe che non avrebbe più potuto vedere un sfogliata con la marmellata di ciliegie senza rivedere le labbra di lei. Rosse e succose.

Qualcuno l’aveva aiutata, se non Dio, almeno sua madre… Così si era detta Francesca vedendo Antonio. Lui l’avrebbe aiutata.
Aveva una tartana. Se qualcuno poteva salvarla quello era Antonio Morego.
Fu perfetta, impeccabile, obbediente. Per tutto il pranzo i due coniugi Lunardi si scambiarono sorrisi compiaciuti: il matrimonio era cosa fatta!
Dopo il caffè suo fratello uscì con Angelo. Finalmente anche Gina si ritirò in camera dicendo che aveva camminato troppo ed era stanca. Non chiese alla giovane cognata cosa avrebbe fatto dando per scontato che sarebbe rimasta in casa.
Salita in camera, Francesca mise gli stivaletti. Aveva lasciato l’abito da fuori, come sempre quando a pranzo c’era Angelo.
Soltanto l’anziana cuoca, vedendola prendere il mantello, chiese dove andava. La conosceva da quando era nata e per lei era ancora una bambina.
— Vado da Padre Filippo.
La cuoca le lanciò una strana occhiata perché la piccola non brillava per zelo religioso, ma forse aveva deciso di cambiare.
— Stai attenta, sono brutti giorni.
— Sì. Vado e torno.
— Non correre!
Francesca fece segno di sì. Ma appena fuori vista cominciò a correre. Chissà se il capitano aveva capito il suo messaggio? Chissà se sarebbe venuto? Le batteva il cuore in gola non soltanto per la corsa.
Lo vide da lontano e capì di essere stata vista, anche se lui non aveva mutato espressione e neppure si era accostato.
La sua solidità era così confortante che Francesca si sentì sollevata: lui l’avrebbe aiutata.

Un appuntamento clandestino con una giovinetta di buona famiglia e, in aggiunta, cospiratrice! Se qualche giorno prima avessero detto al capitano Morego che lui si sarebbe trovato in quell’impiccio avrebbe riso!
Si era detto che sarebbe andato soltanto per curiosità… Sapeva di mentire a sé stesso.
“E se vuole fuggire da un matrimonio indesiderato cosa faccio?” si era chiesto sapendo che era una domanda inutile, perché lui l’avrebbe presa e portata via a costo di rinunciare ad un bravo procuratore e non poter più attraccare a Genova, il suo porto preferito.
La vide correre. Era bellissima, quella bellezza che non sfiorisce con l’avanzare degli anni. Perché non era soltanto risultato di belle membra e bella pelle, ma era conseguenza della vitalità che animava i suoi gesti. Una luce da dentro.
Si guardò attorno, controllando che in vista non ci fossero conoscenti, e fece gli ultimi passi verso di lei.

— Grazie di essere venuto, capitano.
— Mi avete chiesto di venire. Non restiamo fermi, se camminiamo diamo meno nell’occhio. — Non le porse il braccio, ma cominciò a percorrere il carruggio e tagliò presto per uno più stretto e meno frequentato da gente che poteva conoscere la sua compagna.
Lei gli camminò accanto.
— Allora, perché volevate vedermi? — chiese Antonio quando reputò che fossero abbastanza lontani da orecchie indiscrete.
— Ho bisogno d’aiuto. Posso chiederlo soltanto a voi. — Gli lanciò un’occhiata dal basso, lui era rimasto impassibile. “Se però è venuto vuol dire che per lui conto qualcosa, mi aiuterà…”
— Vi ascolto.
— So… Mio fratello ha detto… — Arrossì, perché ora si stava impappinando come una bambina. Prese fiato e continuò spedita: — Avete una tartana. Potete nascondere un fuggiasco.
Allora davvero voleva lasciare quell’Angelo! Ma, benedetta ragazza, c’erano altri modi, si disse Antonio e chiese: — Voi?
Lei si fermò di colpo. — Io? No. Un uomo. Lo cercano, potete prenderlo a bordo e portarlo via da qui. In salvo.
La fissò: parlando si era infervorata e aveva le guance arrossate e gli occhi le brillavano. Una ciocca di capelli, scuri come una bella notte, le era sfuggita dalla cuffia. Per essere una giovinetta di buona famiglia aveva una vita sentimentale abbastanza piena: un fidanzato ufficiale e anche un altro uomo. — Chi sarebbe questo ricercato?
— Nino Rebora, un patriota. Lo cercano.
— Scusate, non sono stato chiaro. Chi è per voi? — Perché soltanto quello gli importava.
— Condividiamo gli stessi ideali. — Alzò il viso a guardarlo. — Siamo patrioti, mazziniani.
— E avete pensato di ricorrere a me, al mio aiuto, per fargli lasciare Genova…
Lei arretrò d’un passo. — Scusate, non volevo crearvi disturbo. Vi prego di dimenticare… — Gli voltò le spalle.
Antonio l’afferrò per un braccio. — Calma, bella mia, non ho mica detto che non aiuterò il vostro amico.
— Allora mi aiuterete?
— Per farlo ho bisogno di alcune informazioni, se vi fidate di darmele.
Francesca fece segno di sì.
— E ci sarebbe un’altra questione. Prendere a bordo un ricercato non è come imbarcare un carico d’olio o un passeggero qualsiasi. E’ rischioso.
— Sì, capisco.
— Nel mio mondo, nel mondo degli adulti, non in quello dei sogni, nessuno fa niente per niente.
— Non ho denaro, ma ho gli orecchini che erano di mamma, non so quanto valgono…
Lui la interruppe con un gesto della mano. — Niente orecchini, voglio qualcosa di più prezioso, per compensare il rischio.
— Ma non ho altro.
Antonio la squadrò bene, dalla punta degli stivaletti alla cuffietta, come per prenderle le misure. — Voi.
Francesca rimase un attimo perplessa prima di capire il senso della richiesta. Poi arrossì. Si prese il labbro inferiore fra i denti, lo mordicchiò. Un gran respiro…
Lui ne seguì ogni gesto, quasi vedendo i pensieri che le si formavano dentro e le passioni… Stava per dire che era soltanto uno scherzo, che l’avrebbe fatto per niente, anzi per lei, quando si sentì rispondere: — D’accordo.
— Siete sicura?
— Non mi tiro indietro. Ho una parola sola. La salvezza di Nino è troppo importante.
Ancora Nino! Antonio rialzò le spalle. — D’accordo, allora. Dove sarebbe il vostro amico?
Francesca esitò un attimo, poi decise di fidarsi fino in fondo. — Mi ha fatto sapere che è nascosto in Vico Caprettari. C’è un magazzino di granaglie.
— Lo conosco. Descrivetemi il vostro amico. Devo procurarmi dei documenti. Avrete anche  una parola d’ordine. Dovrò farmi riconoscere come amico vostro…
— Non è alto quanto voi, castano. Occhi chiari. Ha trent’anni. Lui è Dante. Io sono Beatrice. Ci siamo conosciuti alle Letture Dantesche… Dirà le prime parole della Divina Commedia e risponderò con le ultime dell’Inferno — dicendolo le sembrò infantile.
— Non le conosco.
— “Nel mezzo del cammin di nostra vita…” e  io: “ritornammo a riveder le stelle.”
Lui si strinse nelle spalle. — Spero di ricordarle. E volete scacciare austriaci, borbonici, anche i Savoia, e pure il Papa da Roma con questi sistemi? Mi sembra un modo per farsi ammazzare. Ma contenti voi! Non temete, il vostro Nino lo trovo e me lo porto a bordo. In salvo.
— Devo fare qualcosa, avvisarlo?
— No. Mi occuperò di tutto. Ho una certa pratica… — tossicchiò. — Di merci fuori dazio. Non c’è una gran differenza. Avete chiesto aiuto ad altri?
— Il farmacista di Vico delle mele.
— E’ dei vostri? — continuò, martellante.
— No, non è mazziniano, ma sapevo che è carbonaro. Speravo in un aiuto. Ho sperato male, gli ho anche rivelato troppo, per convincerlo.
Lui si strinse nelle spalle. — Inutile piangere sul latte versato. Avete in casa qualcosa che può mettervi in pericolo?
Francesca esitò.
— Un consiglio ve lo do, gratis. Anche se pensate che sia tutto ben nascosto, liberatevene. Bruciate libri e giornali e controllate che le ceneri siano illeggibili. Liberatevi anche degli indumenti da garzone: potrebbero usarli per identificarvi. Avete capito?
Lei annuì.
— Ma ci sarebbe ancora un dettaglio.
Lo fissò senza dire nulla, ma arrossì.
— Quando il lavoro è pericoloso si richiede il pagamento anticipato. — La vide inumidirsi le labbra. — Spero che capiate. Per domani pomeriggio avrò i documenti, non perfetti ma accettabili, e impiegherò il pomeriggio ad aiutare il vostro Nino; appena a bordo partiremo. Quindi resta soltanto questa notte. — Abbozzò un mezzo sorriso prima di continuare. — Immagino che vi sia più semplice muovervi liberamente di notte.
Lei annuì.
— Trovatevi ai Quattro Canti. Dopo mezzanotte. Garantisco che per l’alba sarete a casa vostra.
Francesca inghiottì a vuoto ma fece segno di sì.
— Vorrei sentire la vostra voce, un gesto non è sufficiente.
— Sono d’accordo.
— Ancora un dettaglio. Per me è indifferente cosa indosserete, gli abiti si tolgono, ma ho una reputazione da difendere. — Cercando di indurirsi il cuore. — Donna siete e vi voglio con la sottana. Se cambierete idea lo capirò.
— Non cambierò idea. E’ tutto?
Appena lui fece segno di sì, lei gli voltò le spalle e corse su. Inciampò in un ciottolo sconnesso, ma si riprese subito e ricominciò a correre.

Antonio Morego non si era mai interessato di morale o di religione, tanto meno di filosofia. Aveva sempre seguito una regola molto semplice: “Quando un uomo si guarda allo specchio per radersi non deve vergognarsi di sé.”
Sapeva che si sarebbe vergognato di quel patto. Non aveva mai preso una donna con la forza o con il ricatto o abusando del suo potere. Mai.
Ma ora non aveva scelta. Doveva togliersela dalla testa e l’unico modo possibile era prendersela, divertirsi un po’ con lei e scoprire che era come tutte le altre donne.
D’altra parte lei aveva accettato… Per Nino. Per chi si sacrifica tanto una donna? Non per un’idea, anche se lo crede, ma per il suo amante. Non era vergine. Se lo fosse stata non avrebbe accettato il patto.
“Cambia qualcosa se lei ha già avuto un amante o anche mille? No, mi faccio schifo lo stesso.”
Non cambiava niente che il falsario avesse preteso un’enormità…

Francesca tornò a casa senza vedere neppure dove posava i piedi. Si precipitò in camera e si guardò allo specchio. Nella sua faccia non era cambiato niente.
“Ma come posso essermi ingarbugliata in una situazione così? Eppure devo aiutare Nino, anche, da egoista, per me. Se lo catturano e parla, fa anche il mio nome… E quello di tanti altri. E il dottor Sivori… Se dice quello che gli ho raccontato…”
Si bagnò il viso con l’acqua gelata.
Aveva voglia di piangere… Non sapeva se per lo spavento, per l’ansia o per quello che lui voleva in cambio della salvezza di Nino.
In qualche romanzo, proibito da sua madre e dal prete, ma letto avidamente da Gina c’erano uomini malvagi che con l’inganno abusavano di fanciulle innocenti… Lei li aveva presi di nascosto e letti, trovandoli piuttosto improbabili.
Invece era la realtà.
Come poteva lui essere così malvagio? Per due volte l’aveva salvata e senza chiedere nulla in cambio.
“Forse sono io ad essere malvagia. Una donna senza onore… E lui l’ha capito. Se mi avesse ritenuta onesta non mi avrebbe proposto di trascorrere la notte con lui.”
Nell’ansia, nello spavento, era anche curiosa. Dove l’avrebbe portata? Sulla sua tartana? E cosa sarebbe successo? E la sottana… Una volta soltanto, la prima, l’aveva indossata quando si era calata dalla grondaia e poi aveva scavalcato il muro di cinta. Era stato difficile, perché impacciava i movimenti e si impigliava ovunque. “Gli uomini sono fortunati a portare i pantaloni.” Di fortune ne avevano molte: potevano uscire a tutte le ore, potevano esercitare una professione, viaggiare.
A quanto sapeva, non avevano neppure la scocciatura del ciclo mensile. Le donne lo avevano per poter fare i bambini. Lei aveva fantasticato qualche volta su un bambino suo, aveva anche scelto il nome, Bruno, ma non era mai riuscita a immaginarne il padre. Di certo non Angelo. E neppure Nino, su cui, un tempo, aveva fatto qualche pensiero, perché, se non altro, condividevano gli ideali.
Ma il capitano sembrava esperto: ne seguì il  consiglio e bruciò nel camino le copie della “Giovane Italia” e gli altri scritti proibiti. Prese l’involto con la tenuta da garzone e andò a nasconderla in giardino, nel capanno degli attrezzi.
Il resto del pomeriggio passò come nella nebbia e così la cena. Non mangiò quasi niente e la cognata commentò, con un mezzo sorriso malizioso, che era normale per una fidanzata e che, se Francesca avesse seguito per tempo i suoi buoni consigli, a quest’ora sarebbe già stata maritata. Con un marito accanto una donna non ha niente da temere.
“Se sapesse…” si disse Francesca e, diligente, fece segno di sì e riprese il lenzuolo di lino su cui stava aggiungendo l’iniziale di Angelo. Una bella A.
Era anche l’iniziale di Antonio. Arrossì…
— Anch’io diventavo rossa ricamando il lenzuolo per la prima notte — commentò Gina. — Vedrai, Angelo sarà così gentile che soffrirai pochissimo.
Finalmente Gina disse che era ora di andare a letto perché era freddo e non era in caso di sprecare lume e fuoco.
Francesca si ritirò nella sua camera e rimase in silenzio. Li sentì andare a letto. La cuoca e la cameriera sparirono poco dopo nelle loro stanzette sul retro.
Era buio fitto.
Cosa poteva mettersi? Cosa doveva mettersi? Stava entrando in un mondo con regole sconosciute.
Prese un abito grigio scuro, raccolse in vita la gonna semplice, senza fronzoli che potessero impigliarsi, e la legò stretta con il nastro di un cappello, per avere meno impaccio. Fece un fagotto con il mantello e se lo passò a bandoliera.
Ora aveva una gran paura. Ma anche un’esaltazione…
Scavalcò il balcone e si calò usando la gronda come sostegno. Il muro di cinta era ormai uno scherzo.
Sciolse la gonna e la smosse cercando di renderla presentabile, poi disfò il fagotto e si mise il mantello sulle spalle e tirò su il cappuccio.
Corse giù da Salita San Francesco, scivolando due o tre volte sui ciottoli sconnessi, perché gli stivaletti erano meno comodi delle scarpacce da garzone, tagliò Strada Nuova ed arrivò ai Quattro Canti di San Francesco.
Antonio era arrivato per tempo e aveva controllato che non ci fossero posti di blocco. Ormai bloccavano soltanto il porto, prevedendo che il mare sarebbe stata la via di fuga.
La vide arrivare: da lontano, se non fosse stato per il passo veloce e deciso, sarebbe sembrata una giovinetta dabbene. Senza segreti. Chissà come aveva fatto a calarsi dalla sua camera e a scavalcare un muro di cinta indossando gonna e mantello! Donne! Ne sanno una più del diavolo!
Aveva sperato che non venisse. Aveva sperato che venisse.
In mare le burrasche peggiori sono provocate da due venti contrari: Antonio lo sapeva per esperienza; ora scopriva che era così anche nella vita.
Le si avvicinò e le posò una mano sul braccio. — Sei venuta.
— Avevo detto che sarei venuta — replicò Francesca.
— Vieni, è meglio che non restiamo in giro più dell’indispensabile.
Lei annuì, anche se non aveva ben capito il senso di quel discorso. Non aveva spinto le sue fantasie più in là del momento in cui si sarebbero incontrati, ai Quattro Canti di San Francesco. Aveva vagamente immaginato che sarebbero andati sulla tartana…
— Ho preso una camera qui vicino.
Francesca si sentì un nodo allo stomaco al pensiero della camera, ma non disse nulla.
— E’ un posto rispettabile e pulito — continuò Antonio. Poi, dopo una lunga pausa: — Se non hai cambiato idea.
E lei che, fino a quel momento, l’aveva seguito docilmente, si piantò come un muletto e sollevò il viso a guardarlo. — Smettete di chiedermi se ho cambiato idea.
Antonio capì che aveva paura. Non di lui, ma di sé stessa. Gli era capitato di parlare con uomini, grandi e grossi, che avevano subito la tortura, molti avevano detto di aver temuto non quello che gli aguzzini potevano inventare ma la propria debolezza.
Le passò un braccio attorno alla vita. — Non ti farò del male, Francesca. Non te ne farò mai.
Come se avesse capito quello che lui voleva dirle, lei sorrise e piano si ammorbidì.
Era bello tenersela contro. Se non ci fosse stato di mezzo quel maledetto patto, ad Antonio non sarebbe dispiaciuto fare una passeggiata con lei, aspirarne il profumo di buono, sentirne il suono della voce, mentre i loro passi così diversi si armonizzavano…
Rendendosi conto dell’assurdità della fantasia, perché senza il patto lei non sarebbe stata lì, allungò il passo fino alla locanda.
Entrò deciso stringendosela contro, al portiere chiese la chiave della camera che aveva prenotato. — E mandami su quello che ho ordinato.
Francesca non aveva il coraggio di guardarsi attorno. In una locanda non era mai stata, anche durante il suo unico viaggio, fino a Savona!, avevano sempre alloggiato da parenti.
Lui aprì la porta, entrò, poi le porse una mano e la guidò dentro.
Era grande, pulita: il letto era enorme, Francesca non riuscì a vedere altro. Sapeva che “quelle cose” si facevano lì.
— Ho ordinato qualcosa… — stava dicendo Antonio.
Non capì fin quando lui non indicò un tavolo apparecchiato per due. Proprio come in casa nei giorni di festa: tovaglia bianca di lino, porcellane e bicchieri di cristallo.
Lui le si accostò. — Il mantello. Qui non è necessario. Ho fatto accendere il fuoco.
allora notò il camino acceso. Senza risparmio. Con un tappeto davanti. Sciolse i lacci del mantello, stava cercando dove appenderlo quando lui glielo prese di mano e lo posò su una poltrona.
Antonio l’aveva sempre vista con abiti chiari, da giovinetta, e intravista conciata da garzone. Finalmente aveva davanti una donna. I colori scuri le donavano, facevano risaltare i lineamenti ben cesellati e la pelle luminosa.
Quell’abito le stava bene, anche se era senza pretese, accollato e con maniche lunghe. Dove l’occhio non arrivava suppliva l’immaginazione. “Una donna che si muove così è ben fatta” si disse Antonio che aveva una certa esperienza. La voleva, non aveva mai voluto tanto una donna.
Lei se ne accorgeva? Se era già stata l’amante di quel Nino probabilmente poteva sospettarlo.
Si avvicinò al tavolo e con un gesto la invitò a fare altrettanto. Le accostò la sedia… Come se fossero stati ad un pranzo in famiglia.
In quel momento bussarono alla porta e Antonio ordinò di entrare.
Francesca fissò stupita il cameriere che spingeva un carrello colmo di piatti di portata e l’altro che reggeva un secchiello con una bottiglia.
— Lasciate qui, ci serviremo da soli.
I due fecero un mezzo inchino ed uscirono.
— Ho fatto mettere in fresco del vino, spero che ti piaccia. — Riempì un bicchiere e glielo porse. Poi ne versò anche per sé.
Imitandolo, Francesca sollevò il calice e provò un sorso. Subito lo posò.
— Cosa c’è? — le chiese Antonio. — Non ti piace?
— Pizzica.
Lui rise. — E’ un vino francese, champagne. Prova un secondo sorso.
Obbedì. Sì. Era strano ma buono.
— Non lo conoscevi?
Lei fece segno di no e bevve un altro sorso. Andava giù benissimo, molto meglio del vinello di casa sua.
— Calma. Se non si è abituati dà alla testa.
Francesca posò subito il bicchiere.
— Non conoscendo i tuoi gusti ho seguito i miei. — Antonio indicò i piatti.
— Grazie, ma non ho fame. — Si vergognò di dire che aveva lo stomaco completamente chiuso, anzi all’idea di inghiottire una cosa qualsiasi le veniva la nausea. Avrebbe però bevuto un altro po’ di quel vino sconosciuto… — Ma voi mangiate pure, senza problemi — disse cercando di parlare con voce sicura.
Il capitano Morego seppe in quel momento che anche se lei fosse già stata con mille uomini lui non si sarebbe sentito di forzarla, di prenderla come pagamento. Non l’avrebbe fatto anche se in nessun altro modo avrebbe potuto togliersela dalla testa.
Anche lui spinse da parte il piatto. Aveva ordinato la cena sperando di dare una parvenza di normalità a quella nottata, ma inutilmente.
Forse era meglio non fingere. Si sistemò meglio nella sedia, con la schiena ben appoggiata. — Come siete diventata una seguace di Mazzini? — Evitando di darle ancora del tu.
— Ho letto i suoi scritti — esitò. — Voi l’avete fatto?
— Non mi occupo di politica. Non me ne sono mai occupato — replicò Antonio.
— E perché?
— Perché avevo altro da fare, guadagnarmi da vivere, costruirmi un futuro. Ma non spetta a voi fare le domande.
Lei arrossì ed abbassò gli occhi verso il bicchiere. — Scusate, non volevo essere importuna. — Alzò di nuovo il viso. — Ma non capisco perché un uomo come voi non ha ideali.
— Ma io ho un ideale, bella mia — ribatté Antonio. — La mia vita da vivere al meglio, il mio futuro da costruire.
Francesca cominciò a giocherellare con il tovagliolo ben ripiegato accanto al piatto vuoto. — Anch’io sogno un futuro — ma lo disse piano, a mezza voce. — Non l’ho mai detto a nessuno. Nessuno me l’ha mai chiesto.
Lui rimase in silenzio, ma tese una mano e le prese le dita fra le sue. Lei guardò le dita intrecciate. — Uno stato libero, in cui ognuno sia libero di seguire la propria strada. Anche le donne!
Forse si aspettava una replica perché si interruppe e lo fissò. Antonio non disse nulla.
— Per Mazzini anche le donne sono capaci di pensare e di agire.
— E così siete diventata mazziniana.
— Ma anche per tutto l’altro. La Repubblica, l’Italia… Un giorno saremo liberi.
Lui scosse il capo. — Alla parola libertà si danno tanti significati… Ma ci sarà sempre chi comanda e chi obbedisce. Però ho sentito sogni peggiori. Almeno il vostro è un sogno in grande. Le ragazze della vostra età sognano un marito…
— Non mi sposerò fino a quando l’Italia non sarà libera.
— E Angelo?
— Sono loro che vogliono che lo sposi! Io no. Non possono costringermi a dire sì davanti al prete.
Lei aveva ancora tante illusioni che Antonio, ascoltandola, provò un’inaspettata tenerezza. Doveva tenerla sotto controllo. — E quel Nino?
— Nino? Abbiamo gli stessi ideali. Ha bisogno d’aiuto. — Riprese a giocare con il tovagliolo. — Se lo prendono, molti saranno in pericolo. Lo aiuterete?
— Sì, ve l’ho promesso. — Sollevò il coperchio da un piatto di portata. — Assaggiatelo, cucinano bene. — E le mise della cacciagione nel piatto.
— Venite qui spesso? — E arrossì al pensiero delle donne che lui aveva di certo già portato in quella camera.
— Mangio spesso qui. — La fissò. — C’è una sala al piano terreno. Dopo tanto mare non mi spiace un po’ di mangiar bene.
Cominciò a tagliare la carne e lei lo imitò. All’improvviso aveva fame, da qualche giorno aveva soltanto piluccato.
Dopo qualche boccone, e lui aveva ragione, era ben cucinato, gli disse: — Voi sapete tanto di me e io niente di voi, capitano.
Lui posò la forchetta e il coltello. — Antonio Morego, capitano e proprietario di una tartana.
— Sì, lo so… Ma di voi?
L’uomo alzò le spalle. — E’ tutto. Un neonato lasciato alle porte del convento di Morigallo, quello di Sant’Anna. Era il 13 giugno del 1805, mi hanno battezzato come il santo del giorno. Mi hanno dato a dei contadini di Morego, lì vicino. Poco pane e tante botte. Non erano cattivi, tiravano su così anche i loro figlioli veri. Appena ho potuto me ne sono andato. Mozzo, ho dato come cognome Morego, perché venivo da là. Soddisfatta? — E ricominciò a mangiare.
— Non odiate i vostri genitori? Vostra madre che vi ha lasciato?
— E perché? I casi della vita sono tanti. Poteva non farmi nascere.
Francesca lo guardò in quel modo che ormai lui cominciava a decifrare: aveva quell’espressione quando non capiva del tutto. — Ci sono modi per evitare una gravidanza.
— Non lo sapevo…
— E modi per interromperla. Lei non l’ha fatto e mi ha lasciato dove potevano farmi vivere. Mi ha dato la vita, un dono prezioso. A leggere e scrivere ho imparato sulle carte nautiche, a far di conto sui libri mastri.
— Capisco — mormorò Francesca.
— Ora sapete perché non ho modi da signore?
Lei sorrise e le si formarono due deliziose fossette. — Capisco perché siete soddisfatto di voi stesso. Vi siete fatto da solo, con coraggio e tenacia. Deve essere una gran bella sensazione.
Antonio la guardò negli occhi: lei non stava mentendo, lo pensava davvero. In quel momento provò “una gran bella sensazione”, per usare le parole di lei.
E capì di essersi innamorato.
Era quello che mancava alla sua vita, prima non se ne era mai reso conto, l’aveva ritenuto una sciocchezza superflua. Favole per chi ha da riempire il tempo.
Lei poteva essere la donna sbagliata, anzi era lui a non essere giusto per lei, ma quel sentimento era giustissimo.
A volte, in mare, dopo giorni di bonaccia, ancora prima di sentirlo in viso, capiva che stava arrivando il vento che avrebbe gonfiato le vele e l’avrebbe portato a destinazione.
Era la stessa intuizione.
Lei sarebbe stata il suo vento giusto.
— Mangiamo che si fredda. E, a stomaco pieno, se volete, potete bere ancora un po’ di vino.
Per un po’ rimasero in silenzio, mangiando di fronte.
— Se volete fumare, non mi dà noia. Davvero.
— No, ho già fumato abbastanza.
Un altro lungo silenzio.
— Sto bene con voi capitano… — ma lo disse piano.
— Mi chiamo Antonio.
Lei sorrise non soltanto con le labbra ma con tutto il viso. — Lo so. Nessuno mi ha parlato come mi parlate voi, Antonio.
— A nessuno ho parlato così, Francesca. — Tossicchiò, bevve un altro sorso di vino, posò il bicchiere. — Si sta facendo tardi.
All’improvviso lei ricordò perché erano lì, in quella camera, ed arrossì. E scoprì di non avere paura: di lui si fidava. “Avrei più paura e vergogna con Angelo. Anche con Nino.” — Sì, si sta facendo tardi.
Antonio si alzò e le tese una mano, lei la prese senza esitare. Le mani di Antonio le piacevano, era la prima cosa che aveva conosciuto di lui e le avevano trasmesso sicurezza. Erano callose e abbronzate, ma gentili e forti insieme.
Lui sapeva cosa fare, sembrava esperto, e lei avrebbe imparato bene perché lui era paziente.
Inaspettatamente lui prese il mantello e glielo pose sulle spalle. — Dobbiamo andare. Dovete tornare a casa.
Francesca rimase immobile.
— Pensavate che volessi dell’altro? — Antonio scosse il capo. — La vostra compagnia è stata molto piacevole.
Allora lui non la desiderava, lei non era desiderabile…
Lui disse, deciso: — Ora vi riaccompagno a casa. — Dicendolo le sistemò il mantello sulle spalle ed annodò il fiocco al collo, poi le tirò su il cappuccio. — Come avete fatto a calarvi dalla finestra e a scavalcare il muro con sottana e mantello?
Francesca si strinse nelle spalle. — Mi sono arrangiata. Del mantello ho fatto un fagotto e la gonna l’ho raccolta alla vita. — E diventò viola di colpo rendendosi conto che, con la gonna alla vita, mostrava mutandoni e gambe. Raccontarlo era più imbarazzante che farlo.
— Donna intrepida e di molte risorse. Anche imprudente.
Scesero insieme al piano terreno. Lui rispose con un cenno al saluto del locandiere.
Attraversarono Strada Nuova, deserta.
— Vi farò avere notizie del vostro amico, ma voi siate prudente quando sarò via.
— Sì. — Non le piaceva sentirgli dire che sarebbe partito…
Imboccarono Salita di San Francesco. Ancora una curva e lei sarebbe arrivata a casa e non l’avrebbe visto più.
Stava cercando qualcosa da dirgli quando lui si fermò e le posò una mano sulle labbra, le accostò la bocca all’orecchio: — Silenzio.
La accostò all’alto muro che chiudeva un orto.
— Da voi c’è luce. Filtra dalle gelosie accostate.
Francesca fece segno di no. — A quest’ora è impossibile, dormono sempre tutti.
— Qualcuno malato?
In risposta fece segno di no, cominciando ad avere paura.
— Tre finestre illuminate. — Le descrisse quali erano.
— Il salotto, la stanza che Paolo usa come ufficio e la mia camera.
— E’ possibile che abbiano scoperto la vostra assenza? E che vi stiano cercando?
Pensò qualche istante. — Sarebbe illuminata la camera di mio fratello e di mia cognata. Perché il salotto e il suo ufficio?
Antonio si guardò attorno: niente e nessuno in vista. — Avete bruciato tutto?
— Sì.
— I vestiti da garzone?
— Li ho nascosti nel capanno in giardino.
— Dove, di preciso?
— Dietro la catasta di legna.
— Molto bene. Ora restate qui, zitta. Avete un mantello scuro e nel buio non vi si noterà. Vado a vedere cosa succede. Se sono soltanto i vostri famigliari ad aver scoperto che siete uscita di nascosto, vi accompagnerò e cercherò di limitare i danni. — Fece una pausa. — Ma se è qualcosa di peggio, prendo quei dannati vestiti da garzone…
— Non rischiate per me, Antonio.
— Ho corso rischi peggiori. — Si chinò e le accarezzò una guancia. — Se mi sentite parlar forte o spari, correte veloce, più che potete. Sapete dove è Calata Mandraccio?
Lei annuì.
— Ci sono posti di blocco attorno al porto, dite che dovete salire sulla mia tartana, che vi ho mandato io. Forse vi crederanno una donna di malaffare e potrete passare. La mia tartana è la “Bella mia”. Il mio secondo si chiama Tommaso… Se non vi crede ditegli che ho una cicatrice sulla spalla destra. Ripetetemi tutto, da brava.
— Correre, Mandraccio, Bella mia, Tommaso, cicatrice sulla spalla destra. — Lo disse tutto d’un fiato e poi: — Ho paura per voi, Antonio.
— Non è il caso di aver mai paura per me, bella mia. Quelli come me sanno come cavarsela.
Le carezzò ancora la guancia e fece il gesto di andare, ma lei si sollevò sulla punta degli stivaletti e lo tirò verso di sé posandogli le mani aperte sulle spalle. E posò le labbra sulle sue. Un po’ un bacio, un po’ un respiro: — Vi voglio bene, Antonio Morego.
La assaporò soltanto un attimo per non cadere nella tentazione di prendersela e portarsela via. Le voltò le spalle e cominciò a fare quanto le aveva detto.
Francesca vide la sua figura, agile e solida, muoversi nel buio come se fosse giorno: il muro di cinta che lei faticava tanto a superare per lui fu un niente.
Neppure un rumore di ciottoli smossi.
Poi lo vide salire fino al balcone, in due balzi, sostenendosi alla gronda soltanto una volta.
Ecco, ora era immobile contro la parete.
“Come ho potuto mettermi in un simile guaio?” si chiese Francesca, spaventata al pensiero della collera del fratello, alla possibilità che la polizia stesse cercando proprio lei… Era soltanto una ragazza…
Guardò verso casa sua, rimpiangendo la quiete, la tranquillità. Letto comodo e niente problemi. Un marito, dei bambini…
Durò poco perché qualcosa le si rigirò dentro. “No, non è un guaio. Le mie idee sono giuste; sto lottando, come posso, per quello in cui credo! Lo sapevo che non sarebbe stato facile. Sarò anche una ragazza, ma sono una seguace di Mazzini. Una patriota, anche se ragazza.” E ricacciò indietro le lacrime.
Guardò verso la casa di suo fratello: un’ombra più scura stava saltando giù dal terrazzino. Un gatto faceva più rumore.
Niente urla, niente spari. Forse non c’era la polizia a cercarla. “Comunque mi spiegherò con mio fratello, gli dirò in cosa credo e se vuole mandarmi via troverò un posto dove stare. E niente matrimonio combinato.”
Poco dopo Antonio era accanto a lei, con un fagotto in mano. — Venite, senza far rumore e niente domande.
La sollevò, ma non se la mise in spalla come un sacco e la tenne fra le braccia. Quasi correndo scese fino a Strada Nuova, poi imboccò un carruggio. Un altro, un altro ancora. Ad un incrocio buttò il fagotto e lo spinse contro il muro con un calcio.
Finalmente si fermò in un androne e la mise giù. — A casa vostra c’è la polizia ad aspettarvi. Da quanto ho sentito qualcuno vi ha denunciata. Stanno cercando se nascondete qualcosa.
“Per fortuna ho bruciato tutto… Per fortuna? La mia fortuna è stata incontrare Antonio. Se non fosse per lui…” — Cosa faranno a mio fratello?
Lui si passò una mano fra i capelli. — Probabilmente riuscirà a dimostrare di essere all’oscuro dei vostri traffici. Per voi sarà diverso. Con una denuncia, anche senza altre prove, vi aspetta la Grimaldina.
— Cercherò un posto dove nascondermi.
Antonio le si mise davanti. — Guardatemi e rispondetemi sinceramente. Le vostre idee valgono, per voi, tutto questo? Lasciarsi alle spalle  affetti e sicurezza, per affrontare disagi e rischi?
— Sì.
— Non è soltanto voglia di avventura, di qualcosa di eccitante?
— Credo che le mie idee siano giuste. L’Italia libera, una e repubblicana. Un giorno lo sarà, forse non riuscirò a vederla, ma lo sarà.
— Allora cercherò di farvela vedere, bella mia! E non da dietro le sbarre di un carcere di Carlo Felice. — Le passò un braccio attorno alla vita, in un gesto famigliare, intimo. — Alla mia tartana. Se ci fermano voi siete con me, una che mi porto a bordo. — Esitò un attimo, poi con un gesto esperto le sbottonò i primi bottoni dell’abito accollato e mandò in dentro i lembi, formando un po’ di scollatura. — Così va meglio. Ora l’altro dettaglio. — Pochi gesti e le sciolse il nodo che le tratteneva i capelli alla nuca. Vi passò le dita in mezzo. — Belli, è un peccato nasconderli.
— Perché mi aiutate? Perché rischiate per me?
“Ti giochi la libertà e la vita per l’Italia? Io me la gioco per te!” ma invece di dirglielo, commentò, mezzo ridendo, che aveva voglia di fare qualcosa di diverso dal solito.
Francesca lo guardò e non disse nulla. Avrebbe dovuto essere terrorizzata, sconvolta anche per come lui l’aveva trasformata… Sì, tutto quello c’era, ma accanto a lui provava una sicurezza nuova.
— Se arriva una pattuglia vi bacerò e cercate di metterci un po’ d’entusiasmo. D’accordo.
— Sì. Pensate a tutto — rispose Francesca… Un bacio con un po’ d’entusiasmo… Chissà cosa era? D’istinto seppe che ne sarebbe stata capace. Lo avrebbe baciato e con molto entusiasmo.
— Un’altra questione. Niente voi. Ci si dà del tu.
Lei annuì.

Continuarono a scendere, allacciati, verso il porto, percorrendo i carruggi più nascosti. In giro c’era poca gente, anche gli abitanti della notte, ladri e puttane, evitavano di farsi vedere: tirava una brutta aria. La polizia era in giro a cercare cospiratori, c’era pericolo che non trovandone a sufficienza se la prendesse con chi non c’entrava.
Antonio si girò verso Francesca e mormorò: — Fra poco siamo a Raibetta. Un posto di blocco ci sarà di sicuro, non possiamo evitarlo.
In risposta lei gli si strinse contro. — Sono pronta.
— Sei una gran donna, bella mia.
Con falcate baldanzose, quasi sollevandola da terra, e facendo un gran rumore con gli stivali, fino a poco prima silenziosi, si diresse verso Palazzo San Giorgio.
Erano lì, i gendarmi, ben schierati a chiudere l’accesso al porto e al mare, alla fuga e alla libertà.
Antonio la abbrancò e le catturò le labbra. Voleva essere un bacio per finta, tutta scena e niente sostanza, ma l’entusiasmo gli prese la mano. Prima delle labbra arrendevoli e poi una bocca dolcissima, più del miele. Quando cominciò a sondarla, sentì la sorpresa di Francesca. Capì l’attimo preciso in cui lei si adeguò alla danza.
Inesperta ma piena di fuoco!
Si staccò a fatica sentendo qualche risata. E un commento: — Il capitano Morego ha deciso di portarsi una femmina sulla sua tartana!
Si girò verso la voce nota: uno degli ufficiali di Gazaria. Chiese, per restare in parte: — E cosa fate qui? Mettete il dazio anche sulle femmine? — E dette una bella pacca sonora sulle natiche di Francesca.
— Sto a controllare che non passi qualcuno che non deve, capitano Morego — rispose l’ufficiale di Gazaria. — Questi non conoscono la gente del porto e così chiamano noi.
Antonio annuì, comprensivo. — Brutta storia. Vi lascio alle vostre beghe. — Strinse forte Francesca. — Io vado a passare il tempo in modo migliore.
— E che nome ha la vostra bellezza, capitano? — chiese un gendarme, mezzo per scherzo, mezzo serio.
— Sono uomo da chiedere il nome a una femmina? — replicò Antonio. — Le chiamo tutte allo stesso modo, bella mia. — Dette una pacca sonora a Francesca. — Vero che ti chiami bella mia?
E lei rise, nascondendo il viso nella giacca di lui… Sapeva di tabacco e di mare.
— Fa la timida ma garantisco che è tutta scena — commentò Antonio.
— Quando ve ne stancate, mandatela da noi, che ci scaldiamo un po’! — esclamò uno dei gendarmi.
— Sarà fatto, eccellenza! — replicò Antonio sullo stesso tono. — Anche se di questa non mi stancherò tanto presto. Fa delle cose… Chissà da chi le ha imparate! O è talento naturale. — E diede un’altra pacca a Francesca. — Tutta merce di prima scelta. E ora, con licenza, vado, che ho fretta di entrare in porto!
Rise per primo al doppio senso e gli altri risero con lui e si scostarono.
Francesca, abbracciata contro di lui, provava una strana esaltazione: forse conseguenza della paura, forse effetto del vino cui non era abituata. Forse l’intima vicinanza di quel corpo d’uomo.
Avrebbe dovuto averne paura invece la faceva sentire ancora più viva di quando aveva cominciato a leggere giornali proibiti.
— Paura, bella mia?
A stento sentì la domanda di Antonio, sussurrata a mezza voce.
— No, soltanto un po’. — Avrebbe voluto aggiungere che con lui si sentiva sicura, ma esitò troppo, ormai erano arrivati.
Lo seguì come in una nebbia verso un mondo sconosciuto: tutto era diverso, odori, suoni, voci.
Anche le facce.
Notò appena che i marinai non fecero commenti sulla sua presenza accanto al loro capitano.
— Non una parola su di lei.
Ancora la guidò sotto coperta, in locale angusto. — Il mio alloggio, non posso offrivi altro. — Si accostò ad una lampada appesa ad un trave e l’accese.
Lui stava leggermente chino e Francesca si rese conto che doveva farlo per non scontrare il soffitto.
— Se avete bisogno di stendervi potete usare la mia cuccetta.
Lei la guardò: ricavata in una nicchia della parete e stretta.
Forse fraintendendo la sua occhiata lui aggiunse: — E’ pulita, non temete. Anche l’acqua nella brocca. Nessuno vi disturberà, statene certa. — La sua voce aveva un tono meno sicuro del solito, come esitante.
— Va benissimo, grazie — rispose Francesca. Avrebbe voluto dire di più ma non trovava le parole.
— Ora esco così potete riposare, sarete stanca.
Si diresse alla porta ma lei lo trattenne. — E voi dove andrete? Avete detto che è la vostra camera.
— Il mio alloggio — la corresse automaticamente. — Mi arrangerò, non temete.
— Con voi non ho timore di nulla.
Il capitano Morego si girò a guardarla, colpito più dal tono che dalle parole.
— Con voi, Antonio, non ho paura di niente.
Era così bella e desiderabile che lui provò un nodo alla gola. Si ripeté che era anche innocente, così innocente da non capire che proprio da lui poteva venirgli un pericolo. Presto avrebbe esaurito le sue provviste di autocontrollo e l’avrebbe spinta in quel letto. — Dovreste — replicò sentendosi una voce strana.
— Potete avere tutte le donne che volete…
Antonio rise piano, amaro. — Calma. Sono sempre stato ragionevole e ho desiderato soltanto quelle che sapevo di poter avere.
— Prima, alla locanda, io pensavo che noi… Che voi… Insomma che mi voleste.
— Lo pensavo anch’io, poi ho cambiato idea.
Francesca alzò il viso. — Non sono abbastanza bella per voi? Abbastanza desiderabile? E’ per questo che avete cambiato idea? — Gli voltò le spalle. — No, non avete bisogno di rispondermi. So, ho sempre saputo di non essere una gran bellezza. Se Angelo ha chiesto la mia mano è perché siamo mezzi parenti e ho una buona dote…
Antonio le posò le mani aperte sulle spalle e la fece girare verso di sé. Lei piangeva. Niente lo spiazzava quanto le lacrime delle donne. — Non piangete.
— Non sto piangendo — borbottò lei. — Mi è andato un bruscolo nell’occhio. — E tirò su col naso.
— Non piangete, Francesca. Siete bella e desiderabile. — Le fissò le labbra, tremavano appena, come un fiocco per un alito di vento, forse ancora per il pianto forse per qualcosa d’altro. — E così innocente che nessun uomo appena appena onesto può prendervi con la forza o l’inganno.
La vide sorridere. Era una sciocchezza ma gli sembrò che quel sorriso illuminasse il mondo. — Non sono un santo, Francesca. Neppure un salvatore di fanciulle in difficoltà o di cospiratori incoscienti…
Stava cercando di dire dell’altro contro di sé ma lei posò due dita a sigillargli le labbra. — Con me, ora, non hai bisogno di forza o di inganno.
Le prese il polso e lo scostò. — Non avete bisogno di pagare per la vostra salvezza o per quella del vostro amico.
— Lo so. Sto entrando in un mondo nuovo. Ho bisogno… Non so di cosa. Ma quando mi hai baciato, a Raibetta, ma anche le altre volte, ho capito che era quello di cui avevo bisogno.
In fondo non era tanto strano, cercò di dirsi Antonio. La natura ha le sue leggi: prima del pericolo e dopo, lui aveva sempre un gran desiderio di una femmina disponibile. Forse per le donne era uguale… Ma tentò ancora: — Domani ve ne pentirete.
— Se non lo farò lo rimpiangerò per sempre. Preferisco dovermi pentire. — Fissò gli occhi in quelli di lui. — Ho sentito parlare di donne che seducono gli uomini… Anche Giuditta ha sedotto Oloferne…
— Non li conosco.
Lei continuò: — Gente di tempi passati. Non posso sedurti perché non so come fare. Nessuno ha mai voluto dirmi niente…
In un lampo rivide la strana camicia da notte che la cognata aveva riposto nella cassapanca con il corredo: aveva uno strano taglio verticale davanti. Quando lei aveva chiesto perché le era stato risposto che serviva per il suo pudore.
Riprese, facendosi animo: — Ma tu lo sai. — Si sollevò sulla punta dei piedi, gli passò le mani attorno alla nuca. — Questo lo sto già imparando. — Ed incollò le labbra su quelle di Antonio.
Il capitano provò a resistere, ma quella non era una donna, era una sirena ammaliatrice. Socchiuse le labbra, dicendosi che era per prova.
Sì, era decisa e aveva già imparato qualcosa. Se lui le aveva sondato la bocca lei ora ripeteva il gesto.
“A questo punto tanto vale riprendere l’iniziativa e fare le cose per bene” pensò Antonio e cominciò a carezzarle la schiena, per darle tempo di abituarsi alle sue mani.
Era come coccolare una gatta… Lei gli si stringeva contro. “Sarà anche innocente, ma ha l’istinto della femmina!” Si stringeva e si muoveva piano premendo i seni contro il suo petto. Antonio li sentiva, nonostante gli abiti, sodi e induriti per il desiderio.
E la stessa cosa stava capitando anche a lui. Perché Francesca ormai gli aderiva contro e si fregava come se volesse consumare le barriere fra loro e, intanto, rispondeva ai baci quasi non avesse fatto altro che baciare da quando era nata.
Antonio si scostò e lei protestò.
— Calma, bella mia. Abbiamo solo cominciato e tutti questi vestiti sono un impiccio. — Tese le mani e cominciò a slacciarle l’abito.
Senza ottenere proteste. Anzi lei si muoveva per assecondarlo.
Mentre le faceva scivolare l’abito giù dalle spalle, lei lo sorprese ancora una volta. — Gli uomini non si spogliano?
Antonio trattenne la voglia di ridere, per non offenderla e rispose che sì, si spogliavano anche gli uomini.
— Non ho mai visto un uomo… — esitò. — Un uomo senza vestiti.
— Devo spegnere la lampada?
— No, perché?
— Se ti vergogni.
Francesca fece segno di no. — Ma se vuoi tu…
— Preferirei vederti — rispose Antonio.
— Sarò come le altre — lo disse esitante, speranzosa.
— Come le foglie di uno stesso albero, uguali e diverse.
— Mi piace. — Sorrise. — Anch’io preferirei vederti. Vorrei sapere come è fatto un uomo. — Arrossì. — Come sei fatto tu.
— Allora la lasciamo accesa — e ricominciò a spogliarla.
Ormai l’abito era a terra, le sciolse la sottogonna. In camiciola era una meraviglia. Ben fatta. Snella, ma con tutto il necessario al posto giusto…
— Non ti piaccio?
— Sei perfetta.
Come risposta lei tese una mano verso di lui e gli toccò la camicia. — Sono quasi nuda e tu sei tutto vestito…
— Ora li tolgo.
Ma lei continuò a tenere un lembo della sua camicia. — Posso farlo io?
Antonio annuì. Altre volte una donna l’aveva spogliato, ma erano esperte… Eppure Francesca se la cavò benissimo, salvo qualche difficoltà nello sfilare gli stivali, perché era stata irremovibile. Maggiore impaccio aveva trovato con i pantaloni. O forse un improvviso disagio.
Chi era davvero a disagio era proprio Antonio. Una parte del suo corpo stava protestando in modo troppo vistoso per l’attesa e le lunghe mutande di lino nascondevano ben poco.
Francesca gli tolse la camicia e gli posò una mano aperta sul petto. Sembrava soddisfatta. Senza distogliere lo sguardo prese l’orlo della camiciola  e la sollevò fin sopra la testa e la lasciò ricadere dietro le spalle.
Niente bustino. Era splendidamente nuda dalla vita in su: i seni erano come Antonio li aveva immaginati, alti e appuntiti, le spalle ben modellate.
Lei abbassò gli occhi su di sé e poi guardò Antonio. — Siamo proprio diversi.
— E’ questo che rende la cosa divertente — commentò Antonio. Tese un braccio e se la tirò contro, mentre con l’altra mano le abbassava i mutandoni.
Ma fu lei ad allontanarli con un piede.
Era una sensazione strana stare, nuda, contro di lui. Non immaginava che gli uomini fossero così compatti. Un gran ammasso di carne e muscoli e ossa. Però ben distribuito.
Anche Antonio sembrava apprezzare quello che aveva fra le braccia, perché lei ne sentiva la mano, grande e callosa, ma delicata. Sulla schiena e poi a raccoglierle le natiche.
Dovevano piacergli, perché in varie occasioni le aveva toccate. Ridacchiò contro il suo petto.
— Cosa c’è?
Stava per rispondere “Niente”, ma voleva essere sincera. — Pensavo che ti piacciono. Ricordavo quando mi hai presa in spalla…
— Come un sacco di patate. E’ da allora che sogno di toccarle con calma. Sono belle e stuzzicanti.
Anche a lei quelle carezze cominciavano a dare uno strano languore… Ma forse era il vino… Carezze che diventavano imbarazzanti.
Poi non ci fece più caso perché lui si chinò e cominciò a baciarle un seno… Si inarcò per aiutarlo. Era una cosa mai provata. E lui era nudo come lei, ora sentiva la pelle non il lino sbiancato.
E mentre anche l’altro seno veniva baciato sentì una carezza nel posto senza nome, quello che doveva toccare il meno possibile e senza guardarlo. O le sarebbero venute malattie terribili…
Fece per ritrarsi, ma lui le sussurrò all’orecchio: — Buona, sei così bella…
La carezza era piacevole. Non piacevole. La stava sconvolgendo tutta, come rivoltandola. Più che salire altissima con l’altalena.
Il grido lo sentì venire da dentro, più profondamente che dalla gola.
Antonio raccolse con un bacio il grido di piacere di Francesca. Come prevedeva, aveva preso fuoco all’istante. E non era così esperta da fingere. La guardò: aveva in viso il segno dell’estasi.
Poi la vide battere le ciglia, probabilmente stupita di quanto era accaduto. Per lei doveva essere incomprensibile.
— Cosa è successo?
— Quando il piacere diventa tanto intenso ci si sente come stai ora.
— Anche per te? — mormorò Francesca.
— E’ ancora da risolvere. — Lei lo fissava con gli occhi sgranati. — Ho fatto provare piacere a te, per aiutarti perché è la tua prima volta. Ora faremo all’amore in due.
— Non è finito?
Antonio le stuzzicò le labbra. — Soltanto l’antipasto, bella mia. Ci aspetta un banchetto.
— Cosa devo fare?
— Quello che vuoi. Quello che ti detta l’ispirazione del momento. Niente regole, niente divieti. Nessuno dei due comanda.
Francesca sorrise soddisfatta. Quello le piaceva proprio. Nessun altro uomo le avrebbe detto una frase così bella. Voleva sentirlo vicino. Allargò le gambe e d’istinto gli circondò i fianchi. Lo sentiva vicino, ma lo voleva ancora più vicino. Il corpo le pulsava e voleva…
Era piena di temperamento, passionale, ma anche vergine e molto stretta: Antonio se ne accorse subito. Le avrebbe fatto male.
— Forse ti farò male, ma passerà in un attimo – le disse, sperando che fosse vero. Doveva procedere lentamente. La toccò, era pronta e tutto in lei gridava che voleva concludere quello che avevano cominciato.
Cominciò a spingere, sperando di riuscire a ritrarsi se lei avesse provato troppo dolore. Ma ogni suo proposito fu inutile. Francesca con un colpo di reni si aprì completamente e lo accolse dentro di sé.
Era davvero vergine. Antonio sentì la barriera rompersi. Era anche stretta. La vide stringersi il labbro inferiore fra i denti.
“Mi odierà…” pensò Antonio.
Ma lei cominciò a muoversi prima lentamente e poi più in fretta e a sorridere.
Antonio la afferrò e anche lui prese a muoversi. Presto trovarono il ritmo. Sempre più veloce, sempre più profondo. Sempre più vicini.
Quando sentì che per lei la conclusione era vicina, Antonio la baciò e si preparò a lasciarsi andare anche lui.

Francesca si svegliò. Si sentiva così bene. Aprì gli occhi e faticò a ricordare dove era… Poi affiorò un ricordo dopo l’altro. La camera alla locanda, la polizia, la fuga. La tartana.
Antonio.
Era coperta da un lenzuolo, ruvido ma pulito. Stazzonato, però. Arrossì al ricordo di come si erano avvolti in quella cuccetta! Lei aveva fatto cose simili e se ne era lasciate fare!
Già la prima volta era stata bella… Le altre erano state ancora meglio, ogni volta meglio. Avevano fatto all’amore fino a quando era ormai giorno fatto come se nessuno dei due non ne avesse  abbastanza dell’altro.
“Sono una donna perduta e sono felice. Devo dirlo ad Antonio.”
Si guardò attorno, ormai era l’imbrunire.
Antonio non c’era, da quanto era andato via? Sì… Le aveva detto che sarebbe sceso a terra nel pomeriggio, per occuparsi di varie questioni, anche dell’imbarco di Nino… Aveva concluso dicendo che sarebbe tornato appena possibile, di stare tranquilla.
Non poteva fare altro che aspettare, anche se era in ansia. Per lui, per Nino, anche per suo fratello… Si alzò e si rivestì. Ripiegò il lenzuolo sporco ripromettendosi di trovare un modo per lavarlo. La macchia era rivelatrice…
Aveva una gran voglia di salire in coperta, ma su quel punto lui aveva insistito. Doveva stare giù per non mettere in pericolo anche l’equipaggio, quelli che lui chiamava “i miei uomini”.

Antonio era sceso a terra poco dopo mezzogiorno. Non era stato facile separarsi da Francesca addormentata, ma doveva agire.
Organizzare il “trasporto” di Rebora, più qualche altra questione per lui altrettanto importante.
Si era ripetuto molte volte le frasi da dire che lei gli aveva insegnato, sperando di non sbagliare. Aveva anche voglia di vedere quel Nino! Se era il vigliacco che prevedeva, uno che per salvarsi la pelle metteva in pericolo quella di una donna!, l’avrebbe portato in salvo, per Francesca, ma gli avrebbe insegnato a comportarsi da uomo. Gli prudevano le mani per la necessità di prenderlo a pugni.
Entrò nel magazzino di Vico Caprettari, non accese la lampada. Mormorò: — Dante, mi manda Beatrice.
Sentì dei passi dietro di sé e una voce disse: — Nel mezzo del cammin di nostra vita.
— Ritornammo a riveder le stelle.
— Giratevi.
Antonio obbedì. Giovane, ma uomo per l’espressione del viso. Era uno della sua razza, non un tipo insignificante come Zanardi. E ricambiava l’esame con la stessa attenzione.
— Mi ha mandato a prendervi.
— Sono pronto. — Così deciso che Antonio provò una fitta di gelosia.
Gli porse un involto. — Cambiatevi, sono da marinaio. Togliete anche le mutande da signori. Sporcatevi un po’ il corpo prima di rivestirvi. Niente scarpe. Tenete occhi bassi e rispondete alle domande con sì e no e non una parola di più. Se sembrate mezzo scemo è meglio.
— Documenti?
— Li tengo io, perché voi siete del mio equipaggio. Spero che vi aggradi. Renzo Gagliardi, di NN. Camminate dietro di me e lasciate sempre che parli io.
L’altro annuì e cominciò a cambiarsi.
— Perché vi siete rivolto a lei per salvarvi?
Rispose senza esitare mentre si sfilava i pantaloni: — So troppo e loro sanno come far parlare. Lei era la scelta meno rischiosa per la Causa.
— E’ una donna.
— E’ una patriota — replicò Rebora.
Antonio non disse nulla e controllò che sembrasse un marinaio.
Ancora verso il porto. Verso la sua tartana. Verso Francesca.

Ormai era buio fitto e Francesca era così in ansia che pensava di uscire dall’alloggio per chiedere notizie di Antonio, anche se lui le aveva raccomandato di non farlo.
Quando finalmente lo vide, gli andò incontro sperando in un abbraccio. Invece lui si scostò e Francesca si trovò davanti un marinaio piuttosto mal messo; soltanto alla seconda occhiata riconobbe Nino.
Si abbracciarono.
— Sapevo che mi avreste salvato, Francesca.
— Ho fatto quello che potevo… — cercò Antonio che era rimasto in disparte. — Dovete ringraziare lui, non me.
— I ringraziamenti rimandiamoli a quando saremo al sicuro — disse Antonio. — Dobbiamo partire.
Lei lo guardò, sembrava freddo, distante. Come se la notte insieme fosse già stata dimenticata… — Non posso venire. Devo scendere a terra.
Antonio le si parò davanti. — Siete ricercata. Volete la Grimaldina?
— Non ho notizie di mio fratello!
— Sono riuscito a parlargli. Allo scagno non c’era, così l’ho cercato a casa con una scusa e gli ho parlato a quattrocchi: la polizia sarda non l’ha trattenuto, perché in casa non hanno trovato niente di compromettente. Come vostro tutore passerà qualche guaio, ma da poco. E’ furente con voi, ma contento di sapervi in salvo. — Si tolse un involto dalla tasca. — Mi ha dato questo.
Francesca lo aprì. — Gli orecchini di mamma… Allora mi ha perdonato!
— Penso di sì — rispose Antonio, poi accomunò in una sola occhiata lei e Nino. — Ho un carico da consegnare a Marsiglia, vi sbarcherò là.
Francesca lo guardò ancora e capì cosa stava accadendo. Si volse a Nino: — Devo parlare con il capitano, in privato.
— Non abbiamo niente da dirci — replicò Antonio.
— Devo parlarti in privato — insisté Francesca.
— Come volete. — Si scostò dalla porta per far uscire Rebora. — Cosa dovete dirmi?
Francesca si alzò sulla punta dei piedi, gli posò una mano alla nuca e lo attirò a sé. — Devo dirti questo. — E lo baciò con tutta la passione e l’amore che le bruciava dentro.
Antonio non rispose al bacio e si staccò. — Hai già pagato, in abbondanza. Lui è perfetto per te. Stessi ideali, istruito come te…
— Non lo amo. Amo Antonio Morego, della “Bella mia”.
— Sicura?
— Sì. Di niente sono altrettanto sicura.
Antonio sedette sul bordo del tavolo, la prese per la vita e se la mise fra le gambe. — Ho detto a tuo fratello che avevo l’intenzione di chiederti di sposarmi. Poi ho conosciuto Rebora, così perfetto per te…
— Ti amo. Ma non voglio esserti di peso. Tu hai la tua vita, i tuoi progetti.
— Sbagliato. Noi abbiamo la nostra vita, noi facciamo, noi andiamo… Appena possibile ci sposiamo. Sarà più pratico. Sempre che tu sia d’accordo.
— Come puoi sposarmi se non mi ami? — Lo guardò. — Non mi hai mai detto di amarmi.
— Dovrai contentarti di un uomo di poche parole e molti fatti, bella mia — con un bacio tacitò altre domande.

Genova, Quarto, notte fra il 5 e 6 maggio del 1860

Fra i giovani che arrivavano alla spiaggia per imbarcarsi molti vedevano il mare per la prima volta e non sapevano se aver più paura delle schioppettate borboniche o di quella distesa senza confini.
Ma per Bruno il mare era un luogo famigliare. Quando si era presentato l’avevano accolto con soddisfazione, perché un marinaio esperto poteva sempre servire fra tanta gente di terra.
Neppure quella piccola insenatura era una novità. Era una delle preferite di suo padre per sbarcare armi o raccogliere profughi da portare in salvo!
I giovani parlottavano, in tanti dialetti diversi, ma il nome di Garibaldi, che ricorreva spesso, era riconoscibile.
Per Bruno neppure Garibaldi era uno sconosciuto. L’aveva visto discutere di politica con i suoi: Mazzini e Cavour, Vittorio Emanuele e Napoleone… Condividendo il sogno di vedere l’Italia libera, una e repubblicana.
Aveva salutato i suoi poche ore prima, a Genova: Una stretta di mano con suo padre e un abbraccio da sua madre. Non era la prima volta che Bruno partiva per andare a combattere e sapeva che, pur soffrendo, nessuno dei due l’avrebbe trattenuto.
Quando si stava allontanando, Bruno Morego sentì la voce di suo padre che tranquillizzava la moglie: — Si guarderà. Stai tranquilla, bella mia.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

3 Commenti

  1. Teresa Siciliano
    10 febbraio 2018 at 14:53 — Rispondi

    Avete letto? Un racconto bellissimo, non vi pare?
    E c’è anche un seguito con protagonista Bruno.
    Grazie, Marri. Adesso ho anche l’edizione digitale.

    • Babette Brown
      10 febbraio 2018 at 17:18 — Rispondi

      Con una copertina fantastica (di Maddalena Cafaro)!

  2. Lullibi
    10 febbraio 2018 at 16:23 — Rispondi

    E anche qui abbiamo FrAnto. Amo i personaggi maschili della Profa, così parchi di parole, così granitici e per questo tanto affascinanti da rubare il cuore alle lettrici. Ho letto prima la storia di Bruno ne “Il falco e la rosa ” e poi questa. Mi ero innamorata di quel personaggio e poi anche di Antonio, ma… beh, amo anche il Mariani!

    Buon compleanno Profa mia, cento di questi giorni, tutti trascorsi a scrivere tantissime storie appassionanti come sai fare tu. E a regalarcele.

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