I miei occhi sui libriPensieri sparsiRubriche

Beatrice, di Simona Liubicich

«La violenza sulle donne è forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. E forse la più pervasiva. Non conosce limiti geografici, culturali o di ricchezza. Fintanto che continua non possiamo dichiarare di fare reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace.»
Kofi Annan, Nazioni Unite, 1999

imagesLe tende sono tirate, la casa in penombra. La pioggia battente picchietta sui vetri: oltre, il paesaggio delle dolci colline toscane m’appare siffatto a un dipinto impressionista. Distorto, inquietante.
Il vespro. Mi trascino come uno spettro privato della pace intanto che scure ombre annebbiano l’intelletto, lasciando posto alla paura. Cerco invano di fuggire da quelle immagini rosso sangue che invadono il campo visivo, piene di sensi di colpa, di orrore. Chiudo gli occhi per un attimo, non voglio sentire niente perché tutto fa male, troppo male, così chiaro adesso nella mente. La paura brucia dentro la testa, nel corpo, in questa fottuta casa sempre così in ordine, asettica. La sua canzone si diffonde dallo stereo acceso: sempre quella, sempre le stesse note. Detesto Mina con tutte le forze ormai, quella maledetta musica che mi serpeggia attorno come un rettile, avvolgendomi nelle sue spire.

Grande, grande, grande…

imgres-1Tutto sembra perfetto all’apparenza, ogni cosa al suo posto, il falso nido d’amore fatto di spine e putridume ove sono prigioniera come un topo in trappola.
Tra poco, lui sarà di nuovo a casa…
Ho sistemato tutto, come ogni giorno, un automa che ripete sempre lo stesso gesto: niente polvere, oggetti e suppellettili al loro posto, biancheria lavata, stirata e cena sul fuoco. Naturalmente, quella che lui ha ordinato stamattina a colazione guardandomi con quegli occhi bui, buchi neri senza fondo né anima.
Il Lexotan riesce non farmi precipitare nell’ansia. Gli attacchi di panico: paura e disagio improvvisi che mi riducono alla stregua di una tremolante e sfocata controfigura di me stessa. Un effetto collaterale dovuto a quest’assurda situazione.
Signora, le vorrei indicare uno psicoterapeuta di mia conoscenza, mi ha consigliato il neurologo. Non l’ho neppure guardato in faccia, non l’ho nemmeno sentito quando mi parlava, ma so per certo che non ha creduto a una sola delle bugie che ho provato a smerciargli come flash di vita perfetta. Abili immagini istantanee, fotografie mentali create per accecare la gente con la pellicola di un cortometraggio che alterna il rosso del sangue al bianco e nero della morte.
imgres-2Irene, la mia migliore amica, mi ha ordinato di rivolgermi a un centro specializzato, una di quelle associazioni ascolto-appoggio-aiuto per donne nella mia situazione. Dice siamo in tante. L’ultima spiaggia rimane la polizia. Le forze dell’ordine.
La  vergogna, la mia vergogna.
Non posso andare avanti così, non credo di averne più la forza. Nonostante tutto, sono due interminabili anni che mi trascino, giorno dopo giorno. Non ricordo neppure come tutto questo abbia avuto inizio o forse riesco a rimuovere ogni cosa come una codarda.
È un maledetto amore psicolabile quello che continua a tenermi legata a lui. È qualcosa di oscuro, annidato all’interno della mente ormai devastata che m’impedisce di scappare, di dire basta a questo inferno. Vorrei ammazzarmi, ma nemmeno quello ho il coraggio di fare.
Codarda, merdosa codarda.

imgres-3Sobbalzo. Il telefono sta squillando.
Chi sarà? Il cuore all’improvviso aumenta i battiti. Forse lui è in ritardo e mi vuole avvisare. Impossibile: non l’ha mai fatto… Mi avvicino al cordless sul mobile del salotto. Il nome lampeggia sul display. Irene. Schiaccio il pulsante di ricevimento. Non parlo, non esce niente dalla bocca, solo sapore di bile. Amaro, schifoso.
«Bea?»
«Ciao» rispondo, la voce incolore, mentre m’impongo di riprendere lentamente fiato. Devo stare calma, devo stare calma.
«Come stai, tesoro? Sei sola?»
«Sì, sola. Sto bene, almeno credo. Ho preso le gocce che mi ha dato il neurologo, mi calmano.»
«Non ti servono i farmaci, ti serve uscire da quella prigione.»
«Non ce la faccio.»
«Ti aiuteremo. Lascialo, di che cosa hai paura? Che cosa può succederti di peggio: ormai sei come morta.»
imgres-5Sono parole veritiere, quelle di Irene. Il mio è un incubo, un risveglio gelido da ciò che avevo immaginato come amore, all’inizio della mia storia con lui.
«Io… non ne sono sicura. Lui mi ha promesso che avremmo provato a ricostruire il nostro rapporto. All’inizio noi ci amavamo e…»
«Non ti ha mai amato! Un uomo che prende a calci e pugni la propria donna, perdendo il controllo a quel modo, non prova neppure un briciolo di amore nei suoi confronti. È un figlio di puttana, un malato mentale e io non voglio che ti possa accadere qualcosa di ancor più brutto, tesoro. Ti vogliamo bene: io, Paolo e tua sorella Alice. Puoi uscirne, se solo lo desideri davvero.»
Le chiavi girano nella toppa.
La porta d’ingresso si apre, i suoi passi riecheggiano nel corridoio. Lui è tornato.
«Devo andare, Irene» bisbiglio.
«Aspetta, Alice, non mettere giù…»
Ho già riattaccato. Lui non vuole stia al telefono e sopra ogni cosa, non sopporta Irene. Sa che vorrebbe vederlo con la schiena al muro, ma è anche conscio del fatto che io non avrò mai il coraggio di ribellarmi. Questo lo fa godere ancor più.

imgresMi riavvio velocemente i capelli con le mani. I vestiti sono in ordine. Lancio un’occhiata fuggevole alla figura riflessa nello specchio del salone. Sono cambiata. Nonostante il trucco, occhiaie scure solcano lo sguardo, una volta luminoso e sorridente. Sono dimagrita e la guerra all’interno del corpo e della mente mi sta devastando. Sono un’insensata, me ne rendo conto, una donna superficiale che non ha saputo vedere oltre l’apparenza. La vita mi sta divorando.
È colpa mia, sono l’artefice del mio male, del mio inferno, della vita che mi sta mangiando da dentro.
«Ti sei messa il profumo» esclama la sua voce, un agghiacciante avvertimento intanto che io divento sempre più flebile, mordendomi le labbra fino a farle sanguinare. Non rispondo: la bocca si è chiusa come la notte sul giorno, il buio sulla luce. I muscoli sono paralizzati, non mi posso muovere.
«Sai che non sopporto il profumo. Lo sai… vero?» ripete calmo, rubando l’aria dai miei polmoni. Si toglie la giacca e la appende nell’armadio dell’ingresso.
images-1Mio Dio, aiutami.
«Io… Io ne ho messo solo una goccia» sussurro appena, il sapore del sangue come ferro rugginoso che mi accarezza il palato, scivolando tra i denti. Sangue caldo, rosso. Tutto sta diventando rosso, le immagini si sfocano e si distorcono dinnanzi come in un film dell’orrore.
Lui mi guarda. So che avverte l’odore del terrore come un predatore e la bocca si piega in un ghigno distorto. Lui sa. Sa che  quel lieve profumo di magnolia che amo così tanto sarà l’ennesimo pretesto per mettermi nuovamente in ginocchio.
Adesso ogni sua parola rimbomba come un colpo di martello, una accozzaglia di versi e suoni che non percepisco più. Non sento nulla mentre si avvicina, tremo come una foglia spazzata dal vento, vuota come una marionetta fatta di carne e ossa. Grigia come il cielo fuori dalla finestra…

Beatrice Cappelli viene ritrovata morta nel suo appartamento il giorno successivo.
Causa del decesso: politraumi e frattura del cranio.
Il marito, l’avvocato Fabio Grisco, è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario.

Questo breve racconto è frutto di immaginazione. I personaggi sono inventati e ogni riferimento a nomi e situazioni è da considerarsi puramente casuale.

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Simona Liubicich

Simona Liubicich

Eccomi qui, come il prezzemolo sempre in mezzo!
Chi sono? Una pazza che passa la giornata a rincorrere la figlia tra lezioni di danza, stage, concorsi e nel tempo che le rimane, dopo aver sistemato tutto il resto (come Cenerentola, però senza il culo di essere principessa)... scrive!

4 Commenti

  1. 25 novembre 2015 at 9:17 — Rispondi

    E troppe ancora ce ne sono di così :/ Grazie, Simo!

  2. Lidia Calvano
    25 novembre 2015 at 11:24 — Rispondi

    Hai reso meravigliosamente l’inferno quotidiano, Simona. Terribile pensare che dietro tante facciate serene ce ne sono migliaia, così. Di donne che si fanno fare del male e se ne fanno da loro stesse, macerandosi in una situazione senza uscita che le distrugge nel corpo e nell’anima. Non è facile aiutarle, convincerle a salvarsi. Eppure bisogna, in qualche modo. I mostri vanno portati alla luce del sole e messi in condizione di non fare del male, altrimenti la paura delle ritorsioni sarà sempre troppa per ribellarsi. Per noi che abbiamo figlie giovanissime, è importante insegnare loro a sfuggire a certe trappole da subito, a riconoscere i segni premonitori di un rapporto malato, ad avere abbastanza autostima e amore per se stesse da non tollerare alcuna mananza di rispetto. Ma troppe sono le variabili in gioco, purtroppo, magari fosse così semplice. L’amore può essere un sentimento meraviglioso, o la più grande iattura della propria vita. Un abbraccio, e grazie per questo racconto.

  3. 25 novembre 2015 at 17:28 — Rispondi

    Che dire? Impegnamoci tutte e tutti affinchè le cose possano cambiare e questo initile, disumano, massacro di vite abbia finalmente fine. Brava Simona.

  4. Sophia
    26 novembre 2015 at 7:03 — Rispondi

    Parlarne non solo durante la giornata contro la violenza ma sempre come fate voi. Educare ai sentimenti, educare all’amore per sé.

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